martedì 9 agosto 2016

Tess



Di R.Polansky, con N.Kinsky, L.Lawson, P.Firth. 1981



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Figlia di un contadino che scopre di avere ascendenze nobiliari, ormai lontane e non più supportate da pecunia, Tess viene costretta a ricongiungersi al ramo privilegiato, ma ne trae solo una gravidanza indesiderata e non protetta da uno statuto matrimoniale. Alla morte del bambino, vorrebbe rifarsi una vita in modo modesto e onesto, ma tutti gli angeli che incontra sul suo cammino sembrano in realtà solo pronti a saltarle addosso e a giudicarla.

Fedelissima trasposizione di Tess dei D'Urbervilles, è un film che merita davvero per il suo ritmo strano e lento che pero' non annoia, proprio come accadeva nel libro. L'afflato riflessivo che Thomas Hardy infondeva nella sua prosa è stato ripreso con efficacia e buon gusto: le pause, le lunghezze (non lungaggini) in cui la vita della protagonista si arena spesso; la persecuzione di una bellezza non richiesta e non esaltata, ma trascendente; l'onestà ai limiti della stupidità... vedendo la tragedia della stupenda pastorella inglese ho avuto davvero l'impressione di rituffarmi in quelle pagine, e ritrovare, in forma smagliante e sempre raffinata, quelle stesse emozioni, quei dubbi, quelle riserve che avevo provato ormai anni fa.

Forse non è un capolavoro, in sé, ma è una delle riduzioni cinematografiche più pertinenti e azzeccate che abbia mai visto, fedele al limite del filologico. Anche per questo, d'altro canto e a volergli fare le pulci, è privo di sorprese e di salti d'immaginazione insperati.
La Kinsky è di una perfezione da togliere il fiato, gli uomini sono bravissimi (tutti) a rendersi odiosi, da Angel -che per me avrà sempre la palma dell'uomo più ipocrita di tutta la letteratura anglosassone- al prete che si rifiuta di seppellire in terra consacrata il bimbo frutto di un amore illegittimo, nonostante -peraltro- sia stato regolarmente battezzato, per bigottismo duro e puro.

domenica 31 luglio 2016

White House Down (Sotto Assedio)

Di R.Emmerich, con J.Foxx, C.Tatum, M.Gyllenhaall. 2013

Mentre visita la Casa Bianca con la figlia, dopo aver elemosinato un posto nel corpo di difesa del Presidente, John Cale si ritrova nel pieno di un attacco terroristico ordito dalle stesse persone deputate alla tutela del presidente.

Ci sono film che si fanno amare per la loro sottigliezza, altri no, e direi che questo rientra nel secondo tipo. Trattasi di B-movie fracassone, patriottico all'inverosimile e dalla trama assai scontata nato per impegnare un venerdì sera altrimenti privo di altri film, ma con la calura estiva e con un bel gelato in mano è non di meno godibile. 
Channing Tatum è completamente inespressivo, potrebbe battere gente come Robert Pattinson senza problemi: ha il solo ruolo di essere belloccio e ben piazzato, e saggiamente non cerca di strafare. Foxx e la Gyllenhaal sorprendono un po' di più, in quanto ottimi attori prestati al film di cassetta. D'altro canto, perché non permettere anche a loro il lusso di un divertissement di tanto in tanto, di quelli che hanno per scopi primari pagare le bollette (sempre bene, pagare le bollette!) e decomprimere. Non si vive di soli film intellettuali indipendenti e ogni tanto sdrammatizzare fa bene allo spirito e all'igiene mentale.

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Emmerich... che posso dire, lo stimo per la sua totale mancanza di limiti, sotterfugi stilistici e inibizioni di sorta. Inseguimento in auto e con elicottero all'interno del recinto della casa bianca? Perché no, non l'avevamo fatto neanche in Indipendence Day, facciamolo ora! Scimmiottamento del primo presidente nero della storia degli States? Niente paura! Trattenersi per paura del ridicolo? Non si sa cosa voglia dire!! E alla fine, sorprendentemente, funziona. Da non credere.

venerdì 29 luglio 2016

L'Imperatrice Caterina (The scarlett empress)

Di J von Sternberg, con M.Dietrich, L.Dresser. 1934

Sofia Federica era una bambina bella, buona e anche un po' ingenua cresciuta in Germania per divenire la sposa di un re. Mai avrebbe pensato di divenire Piccola Madre di tutti i Russi, e ancora prima, d'impalmare un folle inetto, unico a non riconoscere le sue doti di avvenenza ed intelligenza. Poco importa, perché la ragazza, di acume non comune, tento' dapprima di adattarsi alle stranezze della corte degli Tsar, e quando ne ebbe l'occasione prese il potere con un colpo di stato ben riuscito, grazie al doppio appoggio chiesa-esercito (soprattutto esercito!).

Caterina di Russia occupa un posto di rilievo nel mio cuore sin dagli anni del liceo. Una donna incredibile, piena di risorse, di enormi velleità e di fascino straripante, capace di imprimere la sua impronta nella storia, nel bene e nel male, come pochissimi alti: Cesare, Elisabetta I, Napoleone... stiamo parlando di questo tipo di calibro. 
Una tiranna illuminata che, straniera, si ritrovo' alla testa di un paese sterminato e lo condusse a forza di sangue e di filosofia illuminista, in un mélange assai strano ma evidentemente funzionante, e che al contempo ammaliava a tal punto chi le transitava intorno che si dice che Tsarkoy T'selo, la residenza estiva, fu dipinta di quel blu perforante perché l'architetto non riusciva a distogliere l'attenzione dagli occhi della Tsarina.
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Questa lunga introduzione per dire che mi viene spontaneo essere abbastanza critica nei confronti di film e affini modellati sulla persona di Ekaterina, e che Sternberg mi ha conquistato con un centro perfetto. Ha saputo rappresentare con fantasia e sentimento questa estrema duplicità del personaggio, idealista e estremamente pratica. La vediamo in una fase precocissima del suo percorso, prima bambina (interpretata dalla figlia della Dietrich), poi adolescente romantica, infine donna risvegliata ai sensi e alle lusinghe del potere, senza inutili scrupoli. 

Attrice migliore non si poteva trovare, tedesca nei lineamenti e nell'espressionismo della recitazione come era tedesca la vera Sofia. Alcuni passaggi sembrano ancora collegati alla tradizione del muto, tanto la mimica facciale è sfruttata: d'altronde sorprende leggere la data di uscita visto che il film nel suo insieme pare assai più moderno, ma i fasti del muto nel Trentaquattro non erano certo lontani.
Anche la messa in scena e l'uso soverchiante della musica rivelano un'ascendenza artistica espressionista quasi esasperata: da un lato una colonna sonora onnipresente, wagneriana, e dall'altro una sequenza di statue e decori barocchi di fortissimo sapore Memento Mori che affollano il Palazzo d'Inverno. Illuminate dalla tremula fiamma di centinaia di candele, rappresentazioni sacre degne di un rococo' massimalista con penchant macabro sovrastano ogni personaggio in scena, dagli schienali delle sedie alle porte (per aprire le quali occorrono stuoli di dame deputate). Fastoso, senza timori.

mercoledì 27 luglio 2016

Ali

Di M.Mann, con W.Smith, J.Voigt, J.Foxx. 2002

Dieci anni di vita di Cassius Clay, o -come preferiva farsi chiamare dopo la conversione all'Islam, Mohamed Ali.Le sue idiosincrasie, le fissazioni, le donne, l'attività a favore dell'integrazione e il mancato sostegno alla guerra in Vietnam, che gli causo' non pochi problemi con le alte sfere e l'estromissione dal ring per cinque anni.

Spesso acclamato come capolavoro, Ali è il vero apice della carrierra di Mann e forse la sua opera più emblematica. Non mi è piaciuto alla follia, ma è perfetto per fare un'analisi del cineasta.
Mann sa filmare, e questo è un fatto: i momenti introspettivi sono il suo cavallo di battaglia. Il problema risiede nel ritmo lento, ponderoso e in quella connotazione didascalica che non manca mai in tutti i suoi prodotti.
Il risultato del connubio tra inappuntabilità formale e stiracchiamento della trama, è spesso un film lungo, per non dire interminabile, come in questo caso. Nello stesso minutaggio in Via col Vento succede molto di più, e di interesse assai più universale...

Anche Will Smith offre la sua prova drammatica più convincente, che gli ha pero' permesso di portarsi a casa solo la nomination per un brutto soprammobile dorato a forma di zio Oscar. Come attore mi è sempre piaciuto, ma la sua vena brillante per me rimane la migliore e anche la meno sfruttata da quando ha smesso di fare il principe a Bel Air. Il resto del cast è ugualmente brillante, anche le figure femminili meno note ma molto abili nel dipingere donne intelligenti curiosamente affascinate dal pugile.

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Ali, o Clay, o come vogliamo chiamarlo, è una figura assai strana di pseudomartire: l'occhio del regista vorrebbe spingerci a empatizzare con lui, ma -forse a causa della freddezza del racconto- ne sottolinea bene aspetti ambigui e meno attraenti, quali l'infedeltà, una certa psicorigidità (saranno le botte prese) e una notevole dose di superbia. Se da un lato si parteggia in modo automatico per l'atteggiamento antibellico, forse bisognerebbe sottolineare che uno sportivo di scarsa cultura politica ed enorme presa sul pubblico dovrebbe evitare di pronunciarsi su questioni che non gli competono e poi lamentarsi delle ovvie ricadute sul suo "lavoro". Si', con le virgolette, perché farsi prendere a pugni su un ring non è lavoro alla stessa stregua che fare il contabile o lavare pavimenti o progettare ponti, mi dispiace. E se la tua scusa per finire in bancarotta dopo che hai fatto solo quello per una vita è che non sai fare altro, be'... il livello di empatia non sale alle stelle. 

Che cosa ci voleva dire Mann con questo ritratto abbozzato e spalmato per quasi tre ore? Vuole parlare delle ipocrisie di certe forme religiose? Dell'epica del ring? Dell'integrazione razziale che ancora non è mai avvenuta da nessuna parte? Non l'ho capito.

venerdì 17 giugno 2016

Si alza il vento

Di Miyazaki H. Voce di Anno H. Musiche di Hisaishi J. 2013

Mostra immagine originaleBiografia di Horikoshi Jiro, ingegnere aeronautico che progetto', tra gli altri, lo Zero dell'aviazione giapponese. I suoi sogni di volo, l'amicizia onirica con Caproni (l'ingegnere italiano, non il poeta), l'amore per Naoko, donna dolce quanto forte. E poi naturalmente quella spiacevole, onnipresente consapevolezza che la realizzazione dei propri sogni meravigliosi viene utilizzata per sostenere i deliri imperialistici del periodo Taisho e della prima epoca Showa.


Che poesia, che finezza, che perfezione! Che sceneggiatura! Che profondità! Che coraggio, introspezione, rigore, sincerità! In una parola, che capolavoro!
Com'è possibile che agli Oscar 2014 questo gioiello sia stato surclassato da Frozen? Da due ragazzette scialbe immerse in un po' di neve? E come spiegarsi che in Italia sia stato distribuito per soli quattro giorni? Scandalo, follia e cecità.

Miyazaki è sempre stato nel mio cuore, con le sue rappresentazioni immaginifiche di animali a noi ignoti, di spiriti e folletti presi a prestito e reinventati da un folklore per noi distante eppure sempre immediato. Avevo un po' timore di ritrovarmi in un ambiente troppo normale, senza tanuki, senza totoro, senza Calcifer e senza pesciolini dotati di anima, ma il testamento artistico del Sensei mi ha lasciato senza fiato. E' possibile che sia il cartone animato più bello che abbia mai visto? Non so, ma è all'altezza del Re Leone e di Ghost in the shell, ma più vivo, più vero. Mi ha fatto scoppiare a ridere, mi ha fatto piangere (proprio, non la lacrimuccia, dico che ho inzuppato un fazzoletto).

Prima di tutto parliamo (bene) del comparto grafica e animazione. I disegni sono precisi, documentatissimi, sempre piacevoli, relativamente realistici, colorati in modo insolito ma estremamente efficace e identificativo del personaggio (blu per la moglie Naoko, malva per il protagonista, grigio per l'amico Honjo). L'animazione è di estrema delicatezza, cosi' completa e attenta al dettaglio: il nostro sogna scuotendo la testa? il cuscino si muove di conseguenza. Tutto è studiato per essere una coccola per gli occhi, senza pero' cercare a tutti i costi la sorpresa dello spettatore, o l'effetto speciale da urlo. Non si urla, allo studio Ghibli, si tessono ambizioni di perfezione, filo dopo filo. Nella medesima tessitura si inserisce anche il commento sonoro, calzante come sempre. Ormai l'accoppiata Miyazaki-Hisaishi è leggendaria, è come dire Spielberg-Williams, Leone-Morricone o Fellini-Rota: probabilmente non parlano neanche più, procedono per telepatia. C'è anche un bel pezzo di operetta tedesca che sta nel passaggio a Karuizawa come il cacio sui maccheroni, sottolineando l'ascendenza letteraria del passaggio, evocativo delle atmosfere del Mann della Montagna Incantata.

Mostra immagine originaleAffrontiamo (con rispetto e gratitudine al Maestro) la storia d'amore. E' una componente creata credo per intero da Miyazaki, e ci racconta probabilmente più la sua vita familiare (con la mamma malata di tisi e il papà ingegnere aeronautico) che non quella di Jiro. Anche la romance inizia su toni letterari, allorché Naoko, recuperando il cappello di Jiro, gli suggerisce l'inizio di una poesia di Valéry ("Le vent se lève...") dandogli la possibilità di completarla ("...il faut tenter de vivre."). Questa sorta di ritornello, che ci accompagna per tutto il film, spesso recitata direttamente in francese da Anno nella versione originale, è insieme speranzosa, nostalgica, coraggiosa. Come l'amore tra due sposi coscienti di quanto i loro istanti siano contati, e cionondimeno non sono disposti a rinunciare ad uno solo di essi. Bisogna tentare, bisogna amare, bisogna vivere. Mai abbiamo visto cosi' l'amore in un'opera di Hayao, senza timore di esser rivelato (Hawl), o ancora infantile (Ponyo, Chihiro): la passione tra Jiro e Naoko è palpabile, totalizzante, vertiginosa e ancora incredibilmente realistica.

Il punto spinoso: lo sfondo storico e la contestata "ambiguità" dell'opera. Il periodo in cui il regista ci porta di volta in volta non ha mai bisogno di essere esplicitato perché la storia di Jiro incrocia puntualmente fatti storici di importanza tale da localizzare precisamente il momento: l'incontro tra i giovani avviene quando? Nel 1923, ti risponderà qualunque giapponese, perché è avvenuto durante il Grande Terremoto della piana del Kanto: non c'è neanche bisogno di citarla, sappiamo tutti cosa stiamo guardando quando vediamo l'intero centro dell'Honshu tremare e poi prender fuoco. Dunque nel Ventitré Jiro era al primo anno di università e nel Ventotto trova lavoro alla Mitsubishi: affronta il colloquio mentre la folla per strada assale le banche per recuperare denaro contante, prima che il crollo le chiuda definitivamente e mandi in fumo i loro risparmi. Nel frattempo nell'arcipelago si diffondeva la tubercolosi e si cominciava ad andare in villeggiatura a Karuizawa.
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Sulla presunta ambiguità di Kaze Tachinu sono stati scritti fiumi di inchiostro, in particolare nel mondo anglosassone e un po' anche qui in Francia. A mio vedere, il regista non tradisce affatto le sue visioni antimilitariste, ma non fa l'errore di essere ipocrita. In un paese alla fame (e anche in paesi più abbienti) chi ha i mezzi per investire massivamente nell'aviazione? L'esercito. E' sempre stato cosi', ad ogni latitudine. I caccia sono sempre venuti prima degli aerei di linea, in Italia, in Germania, in Inghilterra, in America e in Francia e -ovviamente- anche in Giappone. Anche la fissione nucleare è stata molto sviluppata in tempi di guerra e per scopi agghiaccianti, e oggi scalda bella parte delle nostre case. Moltissimi ritrovati medici e farmacologici si devono agli investimenti delle milizie. Non è certo una buona ragione di volere o giustificare una guerra, ma sarebbe infantile nasconderselo. E comunque, un ingegnere resta nel suo cuore (o dovrebbe restare) qualcuno che di mestiere dà vita ai sogni, anche se nello sguardo di Jiro ogni tanto sembra di leggere l'ira e il disappunto di Howl che dice "guarda... guarda quante bombe si portano dietro!", mentre contempla i suoi aeroplani. Gli piacerebbe tanto togliergli le mitragliatrici, andrebbero più in alto e più veloce, ma il committente è quello che è.

Ora, tradizionalmente, esamino i difetti. In questo caso è un lavoro semplice: quali difetti??

sabato 11 giugno 2016

César et Rosalie (E' simpatico ma gli romperei il muso)



Di C.Sautet, con R.Schneider, S.Frey e Y.Montand. 1972

César è più vecchio, e fa un lavoro poco glamour, ma è sposato con la bellissima Rosalie, che lo ama teneramente. Ad un certo punto, pero', la coppia diviene trio suo malgrado quando una vecchia fiamma di Rosalie torna fra loro: è David, giovane, intellettuale, fumettista, l'anti-César.
Rosalie non gli è certo indifferente, ma non riesce a risolversi tra i due, senza cattiverie ma anche senza solidità.


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Con una faccia cosi' (e il fisico è anche meglio), come fai a dirle qualcosa di cattivo?

Un trio amoroso come ne esistono tanti nel cinema francese, sostenuto soprattutto dai suoi attori. Almeno, due su tre, perché l'interprete di David è abbastanza dimenticabile: non che sia malvagio, è che i due mostri sacri che gli hanno affiancato se lo mangiano a colazione. Questo squilibrio è un po' la pecca più grave dell'insieme, poiché rende poco credibile il profondo trasporto di Rosalie per questa figura un po' scialba e costantemente offuscata dalla presenza di scena di un "brutto che piace" come Montand. Romy Schneider è bellissima e il suo personaggio, a sorpresa, è molto meno irritante di quanto dovrebbe, considerando che è per colpa della sua indecisione che due bravi signori si ritrovano completamente sconvolti dall'amore infelice. In realtà il suo personaggio femminile rappresenta con arguzia, a mio parere, quel tipo di donna che si vuole credere "libera" -siamo ormai negli anni Settanta-, ma non sa bene cosa farne, di tutta questa libertà piombata d'un colpo fra capo e collo della sua generazione.

venerdì 10 giugno 2016

Blue Jasmine

Di W.Allen, con C.Blanchett, A.Baldwin, S.Hawkins. 2013

Jasmine resta vedova di Hal e il fisco la spoglia di tutti i suoi copiosi beni, dacché il defunto era un esperto di frode finanziaria. Depressa e non troppo equilibrata, finisce dalla sorellastra Ginger, che conduce uno stile di vita molto di verso dal suo standard: figli a carico, lavoro umile, fidanzato onesto e relativamente modesto.

Questa è una di quelle volte in cui il caro vecchio Woody azzecca bene i personaggi e riesce a costruire davvero un bel film. 
La regia resta tradizionale, ma elegante e pulita come sempre in casa Allen; il décor è rassicurante, entriamo in un mondo che conosciamo già, pieno di donne di infinita classe e disastrose nevrosi, di luci precise e nitide, di colori non aggressivi ma allegri nonostante tutto il resto.
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Gli attori sono perfetti per le rispettive parti. Baldwin interpreta con acume un personaggio detestabile talmente trasparente da esser davvero a tutto tondo solo nella mente contorta della sua sposa, l'unica a sorprendersi di tutte le sue bassezze. Sally Hawkins negli anni migliora sempre più e regala profondità ad una figura strana di donna fragile che vive nell'erronea consapevolezza di essere l'anello debole della catena: nonostante lei esca da un matrimonio si' fallito ma produttivo, sia madre di due figli, abbia un lavoro e una casa e persino un nuovo compagno belloccio che vuole bene ai suoi bambini, la ama ed è un uomo perbene, qualcosa nella sua testa le ripete che lei è la sorella "riuscita male", che è Jasmine quella coi geni migliori.


Eppure Jasmine è un ritratto magnificamente dipinto da Cate Blanchett di un elemento tragico nel senso più assoluto: persa in un mondo che non sa interpretare, resta una bugiarda patologica e sa, in cuor suo, di essere artefice di ogni sua più nera disgrazia. Si dibatte in modo afinalistico contro una sorte che lei ha reso molto più infelice di come sarebbe potuta essere: cosa la rende tanto avida d'infelicità, oltre alla curiosa convinzione di essere perennemente maltrattata?

L'unico vero neo dell'insieme è la mancanza di quella lama di luce alla fine del tunnel che il Woody Allen degli anni Ottanta aveva ancora e che sembra perso con l'avanzare dell'età. Ho il dubbio che quel filo di speranza sia perso per sempre.