domenica 27 settembre 2009

brisingr

Se siete curiosi di sapere come si possono scrivere ottocento (800!!) pagine senza raccontare praticamente nulla, questo è il libro che fa per voi.
La trilogia dell'Eredità è diventata tetralogia -per ora-, avvitandosi su se stessa come non sembrava possibile dato l'esordio fresco e decoroso di Eragon: non un'opera di genio, ma un libro di avventura scritto bene e con ritmo. Eldest era un po' più prolisso, ma aveva ancora una sua ragion d'essere. Con Brisingr -già il nome impronunciabile me lo rende inviso- si scalano le vette del ridicolo. Ognuno dei personaggi parla troppo e pensa ancor di più... se dovessi riassumere la trama direi: Eragon parte col cugino Roran per salvare la promessa sposa di quest'ultimo, poi partecipa ad un raduno di nani -lungaggine noiosissima- e si forgia una spada visto che si è fatto maldestramente sottrarre la prima. Ma quanto ci voleva a dirlo??
A mio parere il grosso errore di Paolini è stato indulgere nei suoi deliri di grandezza, inserendo inutili episodi di aspirazione aulica, come barchette di fili d'erba che viaggiano nell'aria, senza meta, e interminabili conversazioni pseudopolitiche. Per citare Notting Hill: è utile per incartare il pesce.

the reader

In occasione di un malore il giovane Michael conosce una bigliettaia dai modi bruschi che presto lo coinvolge in una strana, sbilanciata relazione sentimentale. Hanna (Kate Winslet al sommo delle sue capacità) ha quasi il doppio degli anni di lui, e nasconde come un doloroso segreto il suo analfabetismo. Aspirando a qulla cultura che le è stata negata chiede al ragazzo di leggere ad alta voce per lei finché la disparità del loro rapporto non la costringe ad andarsene, senza addii né spiegazioni, come è nel suo carattere duro e riservato fino all'estremo della misantropia.
Otto anni dopo Michael la rivede in circostanze peculiari: è imputata in un processo per omicidio plurimo, perpetrato negli anni del nazismo, in cui lei lavorava per le SS. Per non rivelare il suo analfabetismo Hanna assume da sola la responsabilità di quel crimine, condiviso con altre persone meno oneste nel riconoscere il passato. Hanna non si nasconde, non si giustifica, arriva a difendere ciò che ha fatto, in nome del rispetto dell’ordine impartito perfino quando è crudele, alogico, amorale, purché ci protegga dal caos. Condannata, impara a leggere in carcere ascoltando le registrazioni che le invia Michael, ancora profondamente legato a lei, e sviluppa un pensiero critico personale.
Non c’è posto per le assoluzioni in quest’opera, nessuna concessione per l’ignoranza. L’analfabetismo e l’abbrutimento non ci esimono dalle nostre responsabilità, e il riscatto da queste rende ancora più amara la resa dei conti con le proprie scelte. Imparare a leggere e affinare una coscienza sono processi concomitanti, mai scevri da conseguenze… indietro non si torna, perciò non illudiamoci con redenzioni di comodo. I morti sono morti, e io ho imparato a leggere.

venerdì 18 settembre 2009

l'eleganza del riccio - l'élégance du hérisson

Opera seconda di Muriel Barbery, ha due protagoniste che ci scrivono attraverso i loro diari: una portinaia brutta e grassa che cela un animo colto e raffinato e una bambina troppo intelligente che medita il suicidio per sfuggire alla "boccia dei pesci rossi" del disincanto della vita adulta. Renée e Paloma, questi i loro nomi, vivono nello stesso stabile alto-borghese parigino, ma ignorano le qualità nascoste l'una dell'altra. Entrambe covano come un segreto il loro amore per la filosofia, la letteratura elitaria, la musica e il loro quoziente intellettivo al di sopra della media, ma anche un certo sprezzo per l'ignoranza altrui e la mancanza di discernimento di chi le circonda, senza riparmiare sguardi severi e un po' saccenti sulla realtà in cui sono calate.
Un elegante signore giapponese, Monsieur Ozu, riesce a osservare con sguardo limpido entrambe, e se ne accattiva le simpatie, favorendo la loro reciproca amicizia. Renée ha così modo di verificare che non tutti i figli della borghesia socialista sono dei decerebrati senza aspirazioni, e Paloma può finalmente intuire una via che non conduca alla inesorabile boccia.
Il libro è scritto in due registri molto diversi, a seconda di quale delle due protagoniste prende la parola. Il francese aulico e grammaticalmente inappuntabile di Renée fa da contraltare alla lingua piana, fresca e giovanile, un po' slang, di Paloma.
Personalmente ho preferito di gran lunga quest'ultima: Paloma è così ingenua nelle sue meditazioni, e così intelligente nelle improvvise rivelazioni, che le si perdona facilmente una certa arroganza e presunzione. Renée è in fondo una donna un po' snob, travestita da umile portinaia, aspirante a moderna Cenerentola, meno immediata nelle sue considerazioni, a tratti eccessivamente pretenziosa ed estetizzante.
In ogni caso, un libro che merita di essere letto, se possibile in lingua originale. Da apprezzare lo humor sottile di cui è pervaso, che mi ha strappato numerose risate; meritevole inoltre la tensione che si crea in una storia senza azione, capace comunque di tenerci sospesa fino all'ultimo capitolo, col desiderio antico di "sapere come va a finire".

mercoledì 9 settembre 2009

Edward in black-and-white


Non trovate che il bianco e nero siano incredibilmente eleganti nel loro rigore e nella sobrietà che vi si accompagna? Tutto bianco fa panettiere/gelataio in servizio, tutto nero è triste e un po' macabro, ma un miscuglio equilibrato rasenta la perfezione.

Edward non mi sembra tipo per marroni improbabili e blu aviazione elettrici, in un'occasione elegante non bisogna temere di esserlo troppo. E dunque, bianco, e nero.

Esme Cullen

Esme è la figura materna della strana famiglia Cullen. Era una donna buona con un marito spiacevole che, perso il suo bambino, si buttò da una scogliera. Ha un lato malinconico molto spiccato, che le immagino nelle pieghe del viso e delle labbra nonostante la consistenza marmorea delle sue carni trasformate dal veleno.
Adesso che ha un'intera squadra di basket di figli adottivi può dedicarsi con cuore (!!) più leggero all'architettura e al restauro: è una vera artista che vive per il bello e non ha timore di mescolare stili e generi.
Qui indossa un coprispalla di cotone e pizzo devorè Fendi, sottogiacca di seta Blumarine, gonna di seta e adds-on in organza trasparente Nina Ricci e sandali Emporio Armani.


Si può fare

Nel 1980 la legge Basaglia ha aperto le porte dei manicomi e un grosso problema si è affacciato al balcone dell'attualità: dove mettiamo tutti questi "matti"? Dalla malattia mentale non si guarisce per legge... Sorsero così tante piccole comunità sostenute da enti locali, in cambio di lavori semplici e poco gratificanti.
Un sindacalista scomodo, interpretato da un Claudio Bisio ispirato, viene spostato in una di queste piccole cooperative per dirigerla e, accortosi delle capacità dei soci, nonostante limiti psichiatrici importanti, li invoglia e li sostiene in un'impresa lavorativa reale, insegnando loro un mestiere utile e iniziando un vero percorso riabilitativo, che li prepari a rientrare, almeno parzialmente, nella società.
Il film ha un impianto di commedia, ma in ogni battuta c'è un rimando, talora malinconico, talora ridicolo, come quella del ragazzo che, trasferitosi nella sua prima casa dopo le strutture sanitarie, esclama "incredibile, ci sono le porte!": può leggersi come una frasetta divertente detta da un "picchiatello", ma in realtà ci parla del fatto che in un manicomio non c'era modo di chiudere una porta, e anche quelle poche presenti non avevano serrature: immaginate l'avvilente mancanza di privacy di un enorme villaggio misto dove non esista una stanza in cui rinchiudersi a piacere, e la battuta assume una dimensione e uno spessore decisamente diversi.
Da non perdere.