martedì 31 gennaio 2012

Premi - The Versatile Blogger Award


Ogni tanto mi lascio trascinare da queste catene di Sant'Antonio, anche se con moderazione, perché in fondo sono molto divertenti.
Marco alias Il Bibliofilo mi ha omaggiato di questo premio, il Versatile Blogger Award, e lo ringrazio molto perché un riconoscimento, che è sempre piacevole, lo è ancora di più quando proviene da una fonte che si stima.

Per potermi fregiare del titolo di Versatile, però, vi devo raccontare i fatti miei in 7 punti (io lo so che ne fareste anche a meno, ma vi tocca!).

1)Sono innamorata del mio lavoro, anche se ogni tanto mi chiedo perché non ho fatto la disegnatrice di moda o l'ingegnere in un cantiere. Potrei dire che è perché non ho vero genio come stilista, o perché non sono brava in matematica, ma non è la ragione vera: è perché ho ricevuto una vocazione, e come diceva il mio prof di Fisiologia, una mica fa la suora perché nessuno l'ha voluta sposare, lo fa perché ha avuto la chiamata.

2)Mio malgrado, dopo aver passato cinque anni a studiare greco e latino, mi sono trovata a dover imparare il francese senza mai aver ricevuto una lezione frontale. Adesso, che continuo a non avere modo di imparare in modo tradizionale, mi posso togliere la soddisfazione di leggere i classici francesi nella loro smagliante purezza linguistica originale, e ci sono riuscita per amore, solo per amore.

3)Ho aperto questo blog perché a forza di leggere e scrivere sempre e solo in lingua straniera, il mio vocabolario si stava coartando e la mia sintassi ipersemplificando. Parlare in Italiano quando pensi in Inglese è una tristezza... quasi come parlare in Inglese pensando in Italiano!

4)Come avrete capito se frequentate questo blog, ho molteplici passioni: il cinema, la letteratura, il disegno, i fumetti. Diffidate dalle persone che non manifestano altri interessi oltre alla loro primaria occupazione, fino a prova contraria.

5)Mi piace il mare. Toglietemi tutto, ma lasciatemi vicino a uno specchio d'acqua salata. In alternativa, almeno un bel fiume: ho passato la mia adolescenza a guardare il Po che scorre davanti alla Gran Madre, non mi dispiacerebbe invecchiare facendo scorta di Iodio.

6)Fare yoga mi dà una gran carica e mi piace perché mi consente con poco sforzo di mantenere una grande mobilità articolare e una vita sottile. I muscoli palestrati mi fanno orrore, avete presente quelle immagini tremebonde alla Rambo, con le vene in rilievo??

7)Se avessi un daimon, come Pantalaimon per Lyra in Quelle Oscure Materie, sarebbe un grosso gatto scuro. A volte mi sembra di percepirlo...

E ora, le nomination: ho diritto ad averne 15, ma forse mi fermerò prima.

1. Un paio di Uova Fritte: se ti consola, anche io non ho imparato a fare i link. Non ne faccio un dramma. Un blog colto a 360 gradi, di grande gusto e misura, se posso permettermi.

2. Pensieri Cannibali: ogni tanto sfocia nell'abuso di parolaccia, ma è divertente ed è sicuramente versatile.

3. Vorrei essere un personaggio austeniano: a volte lo vorrei anche io, poi mi ricordo che dove sono posso dire la mia su quello che voglio, più ancora di Elizabeth Darcy, e penso che sto meglio dove sto. Però il tuo consiglio "Keep Calm and Carry on" è stato stampato e affisso in sala medici, dove ci dà molto conforto.

4. Solaris: tra i blog di cinema che frequento, forse il più preparato. Chapeau.

5. A Gegio Film: un esempio di dedizione e generosità nei confronti di tutti coloro che condividono la passione per il cinema e affini, un entusiasta e trascinatore.

6. In coma è meglio: gran dono di satira, poco spazio per i commenti, che è impossibile fare.

7. Cine Bla Bla: è uno dei pochi che vi chiede la vostra opinione sui film che recensisce. Democratico!

8. Componente instabile: Sailor Fede non si ferma davanti a niente, procede per moto browniano all'interno della rete e ci sorprende con dei dubbi musicali che continuano a rimanere oscuri... Non ne ho mai azzeccato uno!!

E per ora basta. Come sempre, blog di amici, parenti e fidanzati sono stati esclusi a priori, perché il nepotismo NON paga.
A presto, e grazie a tutti.

domenica 29 gennaio 2012

Habemus papam


Il conclave si riunisce per eleggere il nuovo Papa e ogni cardinale, più o meno segretamente, prega di non essere il prescelto. La responsabilità, come il calice amaro di Cristo, tocca al cardinale Melville (l'individuo solo e affranto contro una natura ostile), che viene colto da una crisi di panico prima di presentarsi al balcone per l'acclamazione. Fatto inaudito, viene accolto uno psicanalista in Vaticano per provare a sciogliere qualche nodo, ma la relazione medico-paziente viene disturbata da parecchi fattori, prima fra tutti la necessità di tenere le sedute con tutto il conclave che sta ad ascoltare.
Mentre lo psicanalista, sconfitto, si dedica ai conflitti del consesso porporato, il Santo Padre viene condotto fuori dalle mura dello Stato più piccolo del mondo... e scappa.
Era tanto che non vedevo un film di Moretti che mi divertisse come quelli più vecchi: in questo in particolare ho rivisto i temi a me più cari già esplorati in La Messa è finita, cioè la ricerca dell'Assoluto, il valore che trascenda ogni altra cura umana, e la solitudine a cui spesso si autocondannano le figure che vi si avvicinano, come i preti (come fa, per esempio, il prete a parlare d'amore e fare i corsi prematrimoniali, visto che non può sposarsi?).
Inoltre trovo che Nanni abbia imparato a prendersi un po' in giro, con questa figura di psicanalista "più bravo di tutti" che non risolve assolutamente niente.
Molto grazioso e niente affatto irrispettoso, come si è letto su tanti articoli, scritti a volte -ho scoperto- da persone che non hanno visto il film. Bravo anche Michel Piccoli, si riconosce l'accento del teatro.

sabato 28 gennaio 2012

Le avventure di Tintin - Il segreto dell'Unicorno


Tintin non è uno dei miei personaggi più amati, ed è con un certo grado di sospetto che mi sono preparata alla visione di questo campione di incassi. Il giovane giornalista freelance compra al mercato di Mont Martre un modellino di una splendida nave da guerra antica, cui altre due persone appaiono molto interessate: il primo finisce trivellato di colpi d'arma da fuoco sulla soglia del nostro, il secondo è il russo Sacharine, il cui solo nome basta a far capire quanto sia pericoloso (gente, meglio un po' di sano zucchero!). Dall'albero maestro provvidamente rotto fuoriesce un'antica pergamena, ed eccoci catapultati in un'avventura in piena regola, con flashback di vite precedenti, antiche vendette, animali quasi umanizzati, grasse soprani milanesi e la nascita di un'amicizia straordinaria. Questa vorrebbe infatti essere la primissima avventura di Tintin con il Capitano Haddock, suo compagno inseparabile e fidato, per quanto pasticcione; mentre il protagonista è precisino, perfettino, sempre orientato e convenientemente azzimato, il capitano è malvestito, malrasato, beone e spaesato, ma incredibilmente più simpatico. Non ho detto di Tintin che è particolarmente acuto, perchè in effetti la risoluzione delle faccende delicate spetta al vero "cervello" del gruppo, l'adorabile cagnolino bianco Milou.
La regia è ottima, non si fatica a vedere la mano di Spielberg dietro la cinepresa; l'animazione è molto fluida anche nelle scene di inseguimento, che sono tra le mie preferite, e i personaggi acquistano spessore e profondità, dai due amici a cui è impossibile non affezionarsi a quelli secondari come Dupont & Dupond e la canterina Castafiore. Cattivo mica male.

martedì 24 gennaio 2012

Calèche - Hermés


Il secondo dei profumi Hermés che recensisco è uno dei più noti e datati, che come i veri classici non perde mai il suo smalto.
Creato nel 1961, unisce un'eleganza classica e sofisticata a note di testa molto briose che lo rendono adatto anche a donne giovani (conosco una giovanissima professionista che lo usa con gran piacere!!).
All'inizio si sentono il bergamotto, le zagare e le aldeidi, che associate all'ambra e al sandalo del fondo ricordano un po' altre fragranze astratte come Chanel N5 e L'Air du Temps; il cuore è la parte più interessante, molto sfaccettata, una mescola di ylang-ylang, iris, gardenia e rosa.
Il risultato è avvolgente e piacevolmente persistente, senza essere aggressivo né invadente.
Lo storico flacone è stato disegnato stilizzando un fanale del cocchio di Hermés, il calèche, appunto, che compare sulla stilosissima confezione.

domenica 22 gennaio 2012

Il Trovatore


La seconda opera, datata 1853, della cosiddetta "Trilogia Popolare" (insieme a Rigoletto e Traviata) è senz'altro quella che mi piace di più.
Siamo in Spagna, all'inizio del Quattrocento, e gli uomini d'arme del Conte di Luna si raccontano storie paurose intorno al fuoco, come quella, a metà tra la leggenda e la tragedia, della zingara che morì sul rogo per aver gettato il malocchio sul bimbo dei Conti e fu vendicata con il sacrificio di un altro piccolo della stessa casa. Mentre i soldati così si affaccendano, e si scontrano con i gitani lì accampati, la dama di compagnia Leonora si innamora del Trovatore Manrico, il figlio della zingara Azucena, offendendo così i sentimenti del Conte di Luna che ha occhi solo per lei.
A complicare il tutto, si scopre che Azucena è -incredibile!- la figlia della zingara morta sul rogo e Manrico non è suo figlio, bensì il fratello del Conte, che si credeva morto nel rogo; quando Manrico si scontra col rivale, mosso a pietà da una forza superiore, gli salva la vita, ma il Conte non sarà così magnanimo quando verrà il suo turno...
Il libretto, ultimo gioiello di S. Cammarano, veste di poesia una trama che è in fondo slegata dal suo tempo: nella Trilogia l'impegno politico di Verdi non viene portato sulla scena in modo troppo scoperto, e permette al Maestro di confrontarsi con i drammi psicologici dei suoi personaggi, con risultati straordinari. Musicalmente, se non si può gridare al capolavoro qui, non saprei davvero indicare dove: la perfezione di una scrittura finissima e polita nelle arie d'amore non scade mai in romanticherie da cicisbeo, ma rappresenta efficacemente sentimenti assoluti e veri. Dall'altra parte del registro abbiamo i cori dei soldati e degli zingari, permeati di una forza e un'energia che non hanno pari, se non in altre opere dello stesso autore (penso soprattutto al Nabucco e alla Forza del Destino).
La versione che sto ascoltando in questo momento, e che consiglio caldamente, è quella diretta da H. von Karajan a Salisburgo, nel 1962. Corelli è un credibilissimo Manrico, mascolino e diretto nel Deserto sulla terra così come nel Miserere del IV atto, mentre a Bastianini basterebbe anche solo la scena di gelosia del I atto per confermarsi mio baritono preferito di tutti i tempi. La Price ha una voce limpida e calda che rappresenta al meglio il coraggio e la sensualità pur casta di Leonora: inizia bene col Tacea la notte placida e finisce ancora meglio con il blocco D'amor sull'ali rosee-Miserere-duetto con il Conte. E la Simionato? Un genio vocale! Da Stride la Vampa al terribile finale, è capace di suscitare nell'ascoltatore immagini di occhi brucianti, maledizioni oscure e vendette senza scampo.
L'ho già detto che Il Trovatore è un'opera meravigliosa?

sabato 21 gennaio 2012

Bella Cullen

Pensavate che avessi desistito dal tappezzare il mio blog con personaggi della Twilight saga travestiti da modelli? Vi sbagliavate!
Ecco qui Bella, già vampira -ché da umana mi era troppo antipatica, con un top Just Cavalli di seta e paillettes (probabilmente Alice glielo ha infilato a forza, ricattandola), pantaloni stretch Byblos e un bellissimo scialle di Salvatore Ferragamo, un misto lino-seta-lana ricamato con fili d'oro sul bordo. Per i sandali ho scelto Rodarte, quelle creazioni magnifiche ed immaginifiche che si possono indossare davvero solo con un cervelletto potenziato (e anche in quel caso, restare seduti è più prudente).

Questa volta ho abbandonato le chine solite per dedicarmi, su consiglio di amici e parenti, alla matita tout court, come facevo quando ero più giovane. Certo, limita il colore, ma permette una libertà estrema nella definizione dei volumi. Mi sono regalata una favolosa matita 8B per le finiture grasse, che scivola come burro su un tegame, e un Blender, una matita neutra che dà un effetto acquarellato al lavoro finito, e sono oltremodo soddisfatta dei miei acquisti.

venerdì 20 gennaio 2012

Salvatore Giuliano


Dopo un intermezzo leggero, torniamo ai film degni di questo nome con un fulgido esemplare del Neorealismo italiano. Posso dire una cosa sconveniente e vergognosa? A me il Neorealismo non piace. Lo considero una tassa dovuta, un sacrificio necessario sull'altare della storia dell'Arte in senso lato. E' un po' come leggere Verga: mi mette a disagio tutta questa ostentata e truce, brutta verità. Ciò detto, è imprescindibile Verga, come lo è Picasso (che pure non mi piace), come lo è Berlioz (idem come sopra), come lo è il Neorealismo. Eccomi dunque a pagare il mio tributo a Francesco Rosi con questo antesignano del docu-film, Salvatore Giuliano.
Il Turiddu del titolo fu un bandito che nel secondo dopoguerra operò con la fazione separatista siciliana, che voleva l'indipendenza dell'isola dall'Italia e l'annessione agli Stati Uniti d'America. Tanti gruppi di disperati fecero da pedine nei grossi giochi orchestrati dalla mafia e dall'esercito, che cercavano, ognuno a suo modo e all'occorrenza embricandosi, di ottenere un qualche controllo su questa terra difficile, accumulando morti.
Salvatore Giuliano nel film non si vede mai, se non da morto: il suo fantasma aleggia sopra i suoi luogotenenti che organizzano blitz anti-carabinieri e incursioni paramilitari ai danni dei comunisti (pochi) dell'isola, come nell'episodio di Portella della Ginestra, su cui molte ombre ancora rimangono (il passato è l'unica cosa che siamo certi non conosceremo mai, a differenza del futuro che vivremo).
Quello che Rosi sembra volerci dire, in mezzo a queste faide più vere del vero, è che Giuliano non è tanto importante come bandito di per sé, ma come espressione di un sentimento popolare che non voleva un'unificazione forzata: aveva con sé buona parte dei contadini, per cui era quasi un eroe. Purtroppo i matrimoni combinati non sempre conducono ad una famiglia piena d'amore, ciò che spiegherebbe parte degli attriti che vessano tutt'oggi la nostra penisola.


Le scene in cui vediamo Salvatore, ormai cadavere, ricordano una deposizione (il momento dell'analisi del medico legale, che apre il film) e una pietà, con la madre a lutto che, con pianti di prefica, è chiamata a riconoscerlo.
Mi ha sorpreso, stilisticamente, la coesistenza di un buon livello registico con una fotografia terribile e sgranata: Fellini negli stessi anni girava La Dolce Vita e 8 e 1/2, che appaiono smaglianti e molto meno datati a cinquant'anni di distanza.
Dunque, un plauso al valore storico della documentazione precisa e senza fronzoli e all'impegno didattico su avvenimenti che per molti di noi, specialmente per la mia generazione, rappresentano un buco nero di misconoscenza, ma mi tocca rimanere anti-neorealista: non c'è niente da fare, Bello è un'altra storia.

mercoledì 18 gennaio 2012

Top ten d'epoca

Adesso va di moda un giochino innocuo che consiste nel poter sbirciare la classifica delle dieci hits della settimana in cui siamo venuti al mondo. Mi sono incuriosita leggendo i post di Sailor Fede e di Silvia-personaggio austeniano, e sono andata a dare un'occhiata anche io sperando di trovare Freddy Mercury, qualche strascico di Pink Floyd e altre note cool; ho avuto qualche bella sorpresa, ma anche alcune scoperte un po' deludenti...
Quando sono nata? ditemelo voi guardando la classifica!

10)John e Solfamì (Cristina D'Avena): i Puffi!! Che forza, devo dire che è uno dei pezzi migliori della compilation! Ma come ha fatto a finire al decimo posto, la sigla di un cartone animato? Misteri...

9)Rocking Rolling (Scialpi): non avevo mai sentito né la canzone né il cantante e, tutto sommato, penso che sia stato un bene. Questa canzone è terribilmente lamentosa ed è corredata di un video che sembra una parodia degli aspetti deteriori degli Eighties. Da non recuperare.

8)Maniac (Sembello): dalla colonna sonora, il cominciamento di Flashdance. Mica male, quel film è un altro esempio di pellicola ultra-popolare che mi mette allegria e ho visto decine di volte.

7)A me mi torna in mente una canzone (Sabani): altro motivetto che non avevo mai sentito, massima espressione nazional-popolare. A differenza di quella tragedia di Scialpi, però è onesta e divertente: con la mano sul cuore, chi non ha fatto/fa quel che racconta Sabani, e canticchia un motivetto mentre fa le cose più disparate?

6)Say say say (McCartney & Jackson): riuscite voi a immaginare due personalità musicali più diverse dal baronetto Paul e da "Sbiancatemi"-Michael? Io no. In ogni caso questo brano appartiene più al secondo, e non ai migliori pezzi da lui creati.

5)Karma Chameleon (Culture Club): karma-karma-karma-karma-karma-chameeeeleon... Io ADORO questa canzone! E' solare, divertente, e mi ha insegnato la pronuncia di chameleon, non una delle paarole più usate nelle lezioni di inglese del liceo, ma fondamentale per tutti i Capotiani DOC.

4)Moonlight Shadow (Oldfield): è una delle pochissime canzoni di Oldfield per musica e voce -non sua, ovviamente, ma della brava M. Reilly-, in mezzo ad un mare solo strumentale; mi piaceva molto già da bambina e l'ho riscoperto leggendo l'omonimo, struggente racconto di Banana Yoshimoto, sua tesi di laurea. Entrambi sono disperatamente belli.

3)Paris Latino (Bandolera): ma da DOVE è uscita questa roba??? Questo misto di trash imbarazzante ha guadagnato il podio? Vergogna a chi l'ha comprato!

2)La donna cannone (De Gregori): meraviglioso esempio di poesia, anche se a me piacevano i pezzi più ermetico/surreali, tipo Quattro cani per strada.

1)Top del top: What a Feeling-Flashdance (I. Cara): secondo brano della colonna sonora di Flashdance nella stessa settimana! Deve avere avuto un gran successo questo film, e ne sono felice. In particolare questo pezzo mi fa sempre venire voglia di ballare.

E voi, siete andati a curiosare? Buon divertimento!

martedì 17 gennaio 2012

Un principe tutto mio

Abbiamo cominciato l'anno con una serie di opere più che titolate, perciò mi sembra giunto il momento di lasciare spazio a uno di quei film che potrei mettere nell'apposita classifica della vergogna, qualcosa del tipo "I dieci film che mi piace vedere e rivedere, anche se me ne vergogno profondamente visto il loro scarso valore artistico intrinseco".
Paige è al college, è studiosa e super-seria, non esce con i ragazzi perché teme che la distraggano dalle sue ambizioni di diventare un Medico senza Frontiere, è saggia, schietta e un po' troppo concreta. Edvard è principe di Danimarca, parla cinque lingue, non vuole farsi carico delle sue responsabilità ma è cresciuto a corte e conosce Shakespeare (vanto ai reali del Nord-Europa, che sono tra i più sensibili al mondo ai temi dell'alta cultura). Soren è un bravo aio moderno, e gli tocca seguire lo scioperato rampollo. Unite gli ingredienti, shakerate (non mescolate), ombrellino ed oliva e il cocktail è servito.
Pare che qualche critico cinematografico abbia definito questa innocua, divertente favola sentimentale grammatically challenged, e come dargli torto. Eppure ogni tanto c'è bisogno di un po' di romanticismo precotto, di ragazzi giovani non particolarmente attraenti -lui slavatissimo e ignoto, J. Stiles graziosa ma lontana dalla bellezza- intenti a guardarsi con passione e di corone di stagnola. Ok, vi risparmio l'immagine di rito!

domenica 15 gennaio 2012

Source Code


Il Capitano Stevens si trova all'improvviso su un treno in compagnia di una bella ragazza che sembra conoscerlo con un altro nome. Dopo otto minuti di permanenza sul mezzo in corsa, un'esplosione distrugge ogni cosa e il Capitano si ritrova in una cabina nera, in collegamento con la sua superiore, il Capitano Goodwin, che lo informa di come ritornerà a più riprese sul treno per individuare chi ha posizionato la bomba, ogni volta per gli otto minuti consentiti dal Source Code, il nuovo sistema sviluppato dall'esercito che permette di ricreare otto minuti virtuali in una linea temporale parallela grazie ai circuiti neurali residui di persone comatose, come sono sia Stevens sia la persona di cui lui prende le fattezze sul treno.
Fin qui tutto bene: l'idea è molto buona, la regia interessante, ottimi gli attori. Vero è pure che l'idea della ripetizione di un lasso di tempo breve si era già vista, ma questa declinazione è ben costruita e mantiene molto bene la tensione. Il regista stesso, Duncan Jones, aveva già approcciato il tema della ricorrenza con Moon, il suo precedente exploit, che però godeva di una sceneggiatura più limpida.
Il grosso problema della seconda parte del film è infatti il pasticcio semifantascientifico in cui la sceneggiatura si involtola per uno scopo a me poco chiaro: se si fosse proseguito sulle linee originali, J. Gyllenhaal (il ragazzo è bello e bravo, il cognome è impronunciabile!) avrebbe portato a termine il suo compito, da bravo marine, facendo sfoggio di senso del dovere e portando avanti la sua critica silenziosa al sistema ipermilitarizzato che l'ha creato, e poi sarebbe morto -cosa del resto normale quando del proprio corpo rimangono solo una parte del torace e un emicranio. Invece, (forse alla ricerca del lieto fine?) ATTENZIONE SPOILER!! il nostro si innamora -in otto minuti!- della sua vicina di posto e crea un universo parallelo dove possono vivere tutte le vittime dell'attentato e che sembra potersi collegare a quello originale con un'email.
Pastrocchio, ma interessante.

venerdì 13 gennaio 2012

Eternal Sunshine of the spotless mind (Se mi lasci ti cancello)


Clementine e Joel si sono lasciati, dopo una travagliata storia d'amore, e lei si fa cancellare selettivamente i ricordi che concernono il loro fidanzamento da una piccola agenzia di nome Lacuna. Quando lui lo scopre, pieno di amarezza, tenta lo stesso procedimento, scoprendo che uno dei tecnici della Lacuna approfitta dei ricordi cancellati a Clementine per tentare di conquistarla; scopre anche, in extremis, di non volerla dimenticare, ma è ormai troppo tardi: i due tecnici che dovrebbero sorvegliarlo, Mary e Stan, sono impegnati in uno scambio amoroso e non si accorgono di nulla. Proprio Mary viene a sapere che presso la Lacuna ha cancellato il suo passato amore clandestino con il creatore di Lacuna, Howard, e, in un'ondata di rimpianto e risentimento, manda a varie persone sottoposte a cancellazioni mnesiche selettive le prove dell'intervento che hanno subito. Joel e Clem, ormai dimentichi l'uno dell'altra, si sono re-incontrati e re-innamorati alla velocità della luce, quando giungono loro le audiocassette che contengono la verità...
La trama mescola tragi-commedia sentimentale con la fantascienza, ricordando un po' Vanilla Sky, ma restando lontani dalle atmosfere thriller-escatologiche che appesantivano quei cieli. Al contrario, il viso aperto e sensualmente cicciottello di Kate Winslet, e i suoi capelli multicolori, donano leggerezza ad un intreccio che sarebbe decisamente cervellotico. Molto bravo anche Jim Carrey, in un personaggio estremamente malinconico e dolce; i due protagonisti sono le punte di diamante di un cast stellare, vera forza del fim, tra cui contiamo anche Elijah Wood, Kirsten Dunst, Mark Ruffalo.
Non è solo l'esperienza del tempo passato insieme che fa da collante tra due spiriti affini, sembra dirci Gondry con questo film inusuale, ma qualcosa che trascende il tempo e la conoscenza e porterà sempre i due Amanti Destinati a ritrovarsi, nonostante le loro amnesie lacunari (cioè selettive): insomma, il romanticismo elevato a sistema, in un'epoca di infinite possibilità tecniche è ancora la soluzione al male di vivere. I personaggi principali sono molto ben delineati, soprattutto quello di Joel, un'anima poetica con una grande e pericolosa tendenza a ripiegarsi su se stesso, che può essere coinvolta solo dalla vulcanica e impulsiva Clem. Solo abbozzati invece i non-protagonisti, in particolare Mary, perno del volgere degli eventi: peccato, perché penso che ci sarebbe piaciuto conoscerla di più.
Quanto alla struttura a incastro del film, trovo che da elemento stilistico preminente si sia tramutato nella sua più grande falla, perché complica la ricezione senza arrivare ai virtuosismi di Inarritu o di Nolan (il paragone con il suo Memento è d'obbligo).
Terribile la traduzione italiana del titolo, che svilisce la poesia dell'originale inglese (un verso di Pope, dall'Eloisa e Abelardo) per tramutarlo in una specie di commediola di terzo livello.
In conclusione, mica male.

mercoledì 11 gennaio 2012

Mare Dentro


Ramon Sampedro è tetraplegico da molti anni anni, e l’eutanasia che chiede ormai insistentemente continua ad essergli negata, nella Spagna dei retaggi cattolici pre-Zapatero. Attorno a lui la famiglia si spacca tra chi comprende il suo desiderio di liberarsi da una vita difficilissima, percepita come un calvario umiliante senza scopo, e chi invece accusa esplicitamente di superbia la volontà del protagonista. Dopo il coinvolgimento degli attivisti per il movimento per il testamento biologico Ramon fa conoscenza anche di Julia, affetta da una patologia progressiva che la porta a considerare la sua fine in maniera simile al compagno di sventure.
L’aspetto migliore di questo film è la difesa non di morire ma di scegliere liberamente. Scegliere liberamente di vivere, magari, e di farsi collegare ad un respiratore per anni lunghissimi, se questo si desidera, anche in un momento in cui una scelta di questo tipo non sarebbe considerata “di moda” e condivisibile. Oppure scegliere di sposarsi per farsi dare la morte, o di impegnare le proprie energie in una battaglia politica lunghissima. Scegliere del proprio futuro davvero consapevolmente sembra un impresa titanica, ogni giorno.
Bardem è un attore che riempie lo schermo, anche se invecchiato e svilito nel suo aspetto, e riscuote enormi successi, ma -a prezzo di essere impopolare- confesso candidamente che non mi piace, con la sua aria da uomo vero che ha visto tutto del mondo. La regia è un po’ enfatica (vedasi la scena "cult" del sogno del volo, che tutti trovano così poetica e che a me invece è sembrata eccessiva), come spesso accade quando si vuole difendere una tesi di materia etica, ma trovo che il risultato sia nondimeno meritevole.

martedì 10 gennaio 2012

L'ultimo Catone


Ottavia Salina è una paleografa molto stimata che ha la grande fortuna di lavorare in un sito più che esclusivo, i sotterranei dell’Archivio Segreto Vaticano. L’essere una religiosa di un ordine senz’abito non le impedisce di coltivare una spocchia che ce la rende incredibilmente antipatica entro le prime venti pagine, in cui scopriamo come le alte sfere ecclesiastiche abbiano bisogno di lei per risolvere il mistero di un giovane etiope dal cadavere coperto di scarificazioni nelle specie di sette croci. Con l’aiuto di un colosso svizzero dal nome ridicolo di Kaspar Linus Glauser-Roist (presto ribattezzato dalla protagonista “la Roccia”) e di un esule egiziano con un pedigree multi continentale, Farag Boswell, la dottoressa Salina scopre –nell’ordine- l’esistenza di una setta dedita all’adorazione della Vera Croce di Cristo, gli Staurophylakes, il segreto della ricchezza della sua famiglia (sono mafiosi), l’amore, l’amicizia e perfino il valore di un po’ di umiltà.
Nonostante l’urticante Ottavia e la tendenza al didascalismo soffocante, dopo un paio di capitoli il libro ingrana una buona marcia e si lascia leggere con piacere, complice il percorso immaginario lungo le terzine del Purgatorio dantesco, tutte da riscoprire. La spagnola Matilde Asensi ha trovato un modo grazioso di omaggiare il nostro Sommo Poeta.

domenica 8 gennaio 2012

La spada nella roccia


Mago Merlino vive con il fido gufo Anacleto, nell’attesa di una misteriosa identità di cui doversi occupare, e che cambierà il futuro dell’Inghilterra, afflitta da un lungo periodo di guerre civili e disordini sociali. Sfondando il tetto, giunge per un tè Semola, orfano garzone di un signorotto locale, la cui massima aspirazione è poter diventare scudiero di Caio, il figlio becero e acromegalico del padrone di casa. Merlino inizia dunque l’educazione del fanciullo, destinato ad estrarre la Spada nella roccia ed entrare nella leggenda col nome di Re Artù.
Tratto dal libro di T.H. White, questo film del 1963 ha un tono scanzonato e allegro, con un protagonista ignorante ma volenteroso e un coprotagonista-mentore pasticcione e sconclusionato, che pone rimedio alle sue irritazioni trasferendosi ad Honolulu (all’epoca non ancora scoperta, ovviamente), in forma di razzo umano, cosa che piacerebbe anche a me; l’unico personaggio dotato di buon senso è Anacleto, che avendo un pessimo carattere è il mio preferito. Pur grazioso, non è uno dei miei cartoni Disney preferiti, con colori piattini, trama poco consistente e colonna sonora di secondo piano. Da recuperare Maga Magò (atassica nel mio post estivo sui segni cerebellari).

sabato 7 gennaio 2012

Nuovomondo


Il fenomeno migratorio verso gli Stati Uniti che coinvolse tanti nostri conterranei nei primi anni del Novecento è stato oggetto di numerosissime opere cinematografiche, ma mai in modo così poetico come in quest’opera che ha portato la notorietà al suo autore, Crialese.
La famiglia Mancuso si imbarca sul transatlantico che la porterà ad Ellis Island, dopo aver ricevuto i doni dell’intero paesello (compresi i vestiti “buoni” che il camposantaro recupera dalle salme) e accolto le speranze di tutti i familiari. A loro si aggrega Lucy, giovane ed elegante donna inglese che non può entrare da sola in America: le occorre infatti un marito che le permetta di sorpassare l’ultimo scoglio della dogana, e ottenere un passaporto. Durante la traversata, Salvatore, il capofamiglia, si innamora di lei, anima gentile e colta in cerca di emancipazione, che sfugge con pertinacia alle insistenze dei tizi equivoci che la qualificano erroneamente come ragazza leggera. All’arrivo a New York, però, il periodo di quarantena comprende prove ed esami volti a eliminare ogni tipo di malattia trasmissibile, virale o genetica, tra cui si comprende la stupidità: What a modern vision, dice con inosservato sarcasmo Lucy agli ispettori sanitari.
La strada per raggiungere questa terra recente era irta di ostacoli, il che rendeva assolutamente favolistica la rappresentazione che i nostri migranti se ne davano: Salvatore si immagina una terra dove scorre latte e miele, prodiga di frutti, dove carote e cipolle enormi soddisfano le necessità di tutti. Lucy (ottima C. Gainsbourg) ha un’idea più realistica, e senz’altro aiuterà il suo amico a trovare il suo posto nel Nuovo Mondo. Pieno di lirismo e ironia, questa è una delle più belle opere sull’argomento, e una delle poche che, nonostante tutto, dimostri un certo ottimismo senza nascondere le amarezze che affrontano tutti coloro che sono costretti a lasciare la propria terra per cercare miglior sorte.

venerdì 6 gennaio 2012

Carnage


Zachary e Ethan sono undicenni che hanno deciso di risolvere le loro controversie in modo "incivile": il primo, con una canna di bambù, ha "sfigurato" il secondo, rompendogli due incisivi.
I loro genitori si ritrovano a casa dell'offeso per scambiarsi le considerazioni del caso, intorno ad una fetta di torta; i Longstreet -genitori di Zachary- si profondono in scuse e i Cowan -la parte lesa- sono più che condiscendenti, ma dopo qualche convenevole i denti aguzzi dei quattro si rendono manifesti. Penelope (J. Foster) pontifica, dall'alto del suo impegno politico e sociale a beneficio dell'Africa (dove non è mai stata), mentre suo marito Michael (J. Reilly) tenta senza succeso di nascondere il suo disinteresse per l'intera vicenda, rivelando dopo poco di aver picchiato un ragazzo a sua volta in gioventù, ai tempi in cui faceva parte di una banda. Nancy (K. Winslet) è mortificata dall'accaduto, ma la sua umiltà non può spingersi a chinare la testa di fronte ad un'estranea che voglia insegnarle il mestiere di madre e bacchettare suo figlio, e manifesta il suo disagio vomitando sulle pubblicazioni d'arte della pedante ospite, mentre il marito Alan (C. Waltz) non si stacca dal suo Blackberry se non per asserire che la sua stessa prole è irrecuperabile.
Tratto da una pièce teatrale di Yasmina Reza, il film di Polanski mantiene inalterata la struttura claustrofobica che permette ai protagonisti di dare del loro peggio e dimostrare come, in fin dei conti, il modo rozzo di appianare le divergenze messo in atto dai loro figli, nasconde molte meno fratture e permette riappacificazioni che agli adulti "contenuti" ed "educati" sono ormai precluse, arroccati come sono sulle loro arroganti posizioni. Il ritmo non è male, sostenuto dal poker di attori eccezionali (soprattutto le donne), ma mi aspettavo qualcosa di più dal finale e qualche ulteriore nota di franca cattiveria. Colonna sonora non memorabile, di Desplat.

martedì 3 gennaio 2012

Elizabeth - The golden age


Dopo l'incoronazione e il voto di fedeltà assoluta al suo paese, prosegue l'avventura di Elisabetta I, magistralmente impersonata da Cate Blanchett in questo secondo film di Kapur. Sembra che il regista abbia l'ambizione di completare la trilogia, ma considerando che al momento degli eventi narrati la regina doveva avere ormai passato la cinquantina, il prossimo capitolo verrà girato in un convalescenziario.
Nonostante la sua fermezza d'animo, Elisabetta I (Betta per gli amici) non è insensibile al fascino dei molti uomini che affollano la sua corte, in particolare il bel W. Raleigh, corsaro sincero e avvenente, che vanta qui l'aspetto lusinghiero di Clive Owen. Soffre non troppo in silenzio, Betta, mentre la sua prima dama di compagnia seduce il detto marinaio e dimentica i drammi privati cercando di non annegare nelle tragedie pubbliche: la cugina, Maria Stuarda, complotta contro di lei, e Filippo II di Spagna -qui tratteggiato come un fanatico religioso da operetta- medita di rivolgerle contro l'Invincible Armada. In effetti Filippo faceva più bella figura nel Don Carlos verdiano, dove si limitava in fondo a sposare la fidanzata del figlio e condannare questi ad anni di infelicità prima della morte.
Il film è nel complesso un bell'esemplare di genere agio/biografico, dove la verità storica è notevolmente tralasciata in favore della spettacolarizzazione della scena e della necessità di suscitare empatia nello spettatore, cosa probabile con la protagonista dipinta dalla Blanchett ma virtualmente impossibile con la Betta vera. Ottima la fotografia, che ha ottenuto l'Oscar, e solida la trama, però io preferisco il primo.

lunedì 2 gennaio 2012

Una lunga domenica di passioni


Mathilde è un'anima allegra e ottimista: il suo fidanzato Manech non è mai tornato dal fronte, ma lei è convinta che sia vivo, perché un filo li lega. E, del resto, se si sbagliasse, con quel filo ci si potrebbe sempre impiccare...
Orfana e benestante, reduce da una poliomielite che l'ha resa claudicante ma acuta ed ostinata, Mathilde percorre in lungo e in largo il nord della Francia alla ricerca del suo amato, con frequenti soste a Parigi per conferire con il suo avvocato e con l'investigatore privato, Mr. Pire ("peggio"), che cerca per lei i protagonisti dei presunti ultimi istanti di Manech, condannato a morte per il delitto di automutilazione nel 1917. Ricostruiamo così a poco a poco un intreccio corale pieno di errori e ripensamenti, di coraggiosi contadini della Dordogna e di vivandieri pieni di risorse, amici disposti a condividere una donna per scappare dall'orrore della guerra e amanti prostitute che vendicano i loro angeli còrsi.
Una lunga teoria di caratteristi di primo piano si affolla in questo film di Jeunet, a partire da Audrey Tautou, già filmata in Il favoloso mondo di Amélie, per arrivare alle grandissime Marion Cotillard e Jodie Foster. Il volto del ragazzo, allora ancora relativamente sconociuto, e premiato come miglior promessa del 2004, è Gaspard Ulliel, ora immagine per Bleu di Chanel.
Molto amato in patria, dove ha vinto numerosi premi César, è uno splendido affresco in seppia delle trincee, della loro assurda, sorda violenza e dell'idiozia della guerra e dei suoi padroni (come quelli che organizzarono un ospedale da campo in un hangar pieno di idrogeno), ma è anche un manifesto della speranza, in nome dell'amore.