martedì 31 dicembre 2013

Little big soldier

Di D.Sheng con J:Chan, L.Wang. Hong Kong, 2010

Un soldato ormai attempato si ritrova unico superstite di un'ennesima battaglia nella Cina arcaica del periodo della guerra tra stati. In realtà è "quasi unico": è sopravvissuto anche un generale nemico, in realtà principe ereditario. Fattolo prigioniero, cerca di tornare al suo villaggio, per ricevere cinque acri di terra e soprattutto l'esonero dal servizio militare, ma in tanti cercano il principe ereditario, a partire dal fratello che lo vuole morto per salire sul trono.

Dopo quasi vent'anni, Jackie Chan è riuscito a produrre il film che sognava, di cui ha scritto la sceneggiatura e di cui è fiero protagonista. Il risultato è un film piuttosto brillante, divertente e pieno di azione ma anche di momenti teneri, grazie a questo soldato semplice e sempliciotto ma di buon cuore che si fa accompagnare da un uccellino degno di Del Piero, lascia libere le sue prede perché ci fa amicizia e in fondo coltiva un patriottismo commovente, frenato solo dal suo profondo desiderio di pace.

Sino alla conclusione, è quasi un buddy movie travestito da polpettone storico, ma gli ultimi tre minuti ci riportano alla realtà della guerra: violenta, insensata e sempre senza un vincitore. In controluce, c'è anche una riflessione politica sulla necessità di unificazione, benché non accesa come in Hero di Zhang Yimou: alla fine la poetica cinese è sempre di sottomettersi al potere che, per quanto duro, garantisca il regno più efficace. Come filosofia può essere affascinante, ma preferisco contemplarla da lontano.

sabato 28 dicembre 2013

Real Steel

Di S:Lewy, con H:Jackman, del 2011.

La donna con cui aveva avuto un figlio muore all'improvviso e Charlie si ritrova per casa il figlio di nove anni, Max, proprio mentre la sua vita lavorativa di manager di robot da combattimento va in pezzi. Quando padre e figlio trovano in una discarica un vecchio modello sparring se lo portano a casa per arrotondarci il mensile, ma il ragazzino gli si affeziona. Oltre tutto Atom (il robot) ha una funzione mirror (tipo neuroni specchio per principianti) che rende molto facile il trasporto emotivo, e sotto la guida di Max comincia a vincere un incontro dopo l'altro, fino a sfidare il campione Zeus.

Anche se ufficialmente siamo nel 2020, a parte qualche schermo tattile e dei giocattoloni potenziati non c'è traccia di sci-fi in questo ultra-classico film di avventura fondato sul vecchio schema "recupero di rapporto tra genitore e figlio che prima si ignoravano". Insomma, una pellicola per famiglie in piena regola, con un bell'uomo protagonista (anche discreto attore) che fa un po' il maledetto, ma  neanche tanto, un bambino abbastanza simpatico e intelligente e, al posto del cane o del terzo elemento collante, un robot.
Regia solida ma assolutamente anonima; la colonna sonora e l'ambientazione country sono carine sopratutto perché spezzano un po' con l'immagine dei combattimenti fra robot e fanno tanto vecchia America di riscatto e rivincita, a metà fra l'American Dream e la malinconia degli immensi spazi aperti (Arizona? Texas? Illinois? c'è pure un'inquadratura della pompa di benzina che vorrebbe tanto fare Hopper, ma ecco... Terrence malick, bisogna riconoscerglielo, riusciva meglio nell'hommage). Nei momenti positivi ci mettiamo pure i balletti sincronizzati bimbo-macchina, mentre Jackman mi ha un po' deluso rispetto alle sue possibilità. 
Il grosso, enorme problema del tutto è l'estrema prevedibillità dell'insieme: in ogni singolo istante sai con certezza che cosa accadrà nell'istante successivo, e questo non giova mai. L'evidente ripresa della trama di Rocky (che invece è un grandissimo film, girato con mezzi inesistenti eppure riuscito infinitamente meglio di questo spensierato baraccone) naturalmente non aiuta: persino dello scontro finale abbiamo già capito tutto a meno di metà film.

mercoledì 25 dicembre 2013

The Hunger Games: Catching Fire e Mockinjay

Ovvero, i due seguiti della saga letteraria di Suzanne Collins.

Trama del vol II: Katniss e Peeta, in occasione dei 75 giochi, sono rispediti nell'arena insieme ad altri veterani delle edizioni passate. Ogni distretto infatti invia un maschio e una femmina tra i vincitori ancora in vita. Riuscirà Peeta a proteggere la riluttantissima Katniss anche in questa edizione e a convincerla ad amarlo? La risposta alla prima domanda è evidente visto che c'è un vol.III. Alla seconda domanda rispondiamo pure di no. A Katniss piace da morire tenere un piede in due scarpe, Bella Swan deve prendere appunti.

Trama del vol III: Katniss si trova, volente o nolente, tra i ribelli che cercano di sollevare la popolazione contro il Capitolo (e visto che a parte il tiro al bersaglio la sua unica qualità è l'esser bella, più che altro fa la donna-copertina). Nelle oltremodo eccessive 400 pagine di libro, avrà modo di scoprire che il regime dei ribelli è marcio quanto quello precedente. Se le fosse piaciuto Calvino, in Fiabe Italiane sarebbe potuta giungere alla stessa conclusione leggendo la storia di Berta e Nerone. In circa trenta righe. Ma purtroppo il regime di Panem l'ha voluta ignorante.

So bene che i libri sono stati molto premiati per il ritmo e per il sottofondo politico, ma io non sono d'accordo affatto. 
C'era molta suspance nel primo (legata, come dicevo, all'intelligente artificio che ci rende complici e spettatori del reality show che tanto disprezziamo), ma quando si ritorna nell'arena nel secondo volume comincia la sagra del già visto. Per mantenere il ritmo serrato l'autrice aumenta, semplicemente, l'efferatezza delle morti -tanto continue che ci si anestetizza, o ne inserisce di assolutamente inutili al mero scopo di scioccare il lettore (quest'ultima piega, sopratutto nelle fasi finali del tomo III, tanto per sottolineare che lei non cede alle facili attrattive del finale lieto). 
Il mio personaggio preferito (Cinna, lo stilista con un cervello e un cuore) è praticamente assente se non per 100 sparute paginette, e perlopiù mi sono ritrovata a fare i conti con una protagonista che, tostissima all'inizio, diventa una lagna senza pietà per chi legge e due comprimari maschili poco dinamici. Sopratutto Gale ha il ventaglio sentimentale di un blocco di cemento.
Per lo stile vale quanto detto per il primo volume: sciatto, povero, insulso.

martedì 24 dicembre 2013

I giorni del cielo

T.Malick, 1978. R.Gere, S.Shepard. 94'

Bill e Abby sono due giovani amanti che trovano lavoro come braccianti in un latifondo del Texas. Non sposati, si fingono fratelli, e quando il malaticcio proprietario del fondo manifesta l'intenzione di impalmare la ragazza, Bill la esorta ad accettare, ma dopo il matrimonio la salute del fattore migliora e la relazione tra i due fidanzati (ora fedifraghi) viene alla luce.

Il film parte molto bene, con una splendida fotografia naturalista (premiata a ragione da un Oscar), un'ambientazione fumosa e dei personaggi interessanti. Le scene devono molto alla pittura di Hopper, con quel senso di solitudine e malinconia dei grandi spazi aperti dove c'è ricchezza, ma le persone non sembrano riuscire a gioirne.
Mi sono piaciuti molto i due attori: Shepard molto bravo, Gere soprattutto bello - a quell'età aveva ancora un gran portamento fisico. Inoltre la colonna sonora, coinvolgente e calda, porta la prestigiosa firma di Morricone.



Pero' dopo la prima ora comincia a perdere ritmo e senso: tutto si confonde, si lacera, e procede in troppe direzioni senza incisività. Tanto è curato l'aspetto estetico, con luci attenuate e rossastre come di crepuscolo e costumi perfetti, tanto la storia sembra non arrivare mai al dunque e quando finalmente il marito e l'amante si fronteggiano l'attenzione dello spettatore è già altrove. Inoltre il personaggio della ragazza non è ben caratterizzato, perché sembra di capire che ad un certo punto si innamori del marito, ma non ne siamo ben sicuri, e anche alla fine rimane il dubbio che fosse quasi una spettatrice inerte del triangolo amoroso. Anche la sorella (vera) di Bill è poco caratterizzata mentre è portatrice del messaggio finale, piuttosto pessimista,
di una nuova generazione che preferisce strade secondarie e forse un po' ambigue.

domenica 22 dicembre 2013

Scrivimi fermo posta

E. Lubitsch, 1940, con J. Stuart e M. Sullavan, 100'


Titolo originale The Shop around the corner
Titolo francese Rendez-vous

Due persone iniziano una corrispondenza epistolare tramite un annuncio sul giornale locale e non sanno in realtà di essere impiegati nello stesso negozio. Anche quando lui scopre l'identità di lei, ha paura di rivelarsi e di rinunciare alla perfezione dell'anonimato e della parola scritta per rivelarsi nella pienezza della sua umanità, con tutti i difetti che essa comporta.

Scrivimi fermo posta è un adorabile esempio di commedia brillante e sofisticata degli anni Quaranta.  La crisi c'è e si vede, ma non c'è posto per lei come protagonista: le persone e le loro emozioni vengono comunque prima, con la loro ironia e il desiderio di una vita un po' più allegra, leggera e piena di sentimenti. Dalla cura della fotografia (un bianco e nero che sembra colorato, tant'è pulito) alla sceneggiatura, tutto parla di amore per il dettaglio e per la vitalità, nonostante le avversità di un periodo che da poco roseo si avviava a divenire nerissimo, e in poco tempo. 
E c'è spazio per la comicità (nella vita reale la comicità è dovunque, anche nei momenti più cupi!), soprattutto nelle vesti del fattorino del negozio, graziosa caricatura dell'ascesa sociale del periodo -e non solo.

Sono stati tratti due remake da questo piccolo gioiello, il più famoso dei quali è senza dubbio C'è posta per te (You've got mail), molto grazioso ma che trovo un po' più stucchevole e meno raffinato. Magari bisognerebbe riprendere il papà di entrambi, un pezzo di teatro di Làslo che si chiama Parfumerie.

sabato 21 dicembre 2013

War Games

Di J. Badham, con M. Broderick e J. Wood, 113'. 1983.

Gli Stati Uniti, la Russia e il resto del mondo vivono uno stato di ansia libera continua focalizzato sull'eventualità di un'imminente terza guerra mondiale, condotta con armi termonucleari, che porterebbe l'umanità più o meno allo stato del Conan di Miyazaki. Quando l'esercito americano si rende conto che una buona aprte dei suoi uomini deve pensarci due volte prima di lanciare un missile, decide di eliminare il fattore umano e trasferire l'esecuzione degli ordini ad un supercomputer la cui tecnologia è fondata sulla teoria dei giochi.
Molto lontano dalle sale dei bottoni, il sedicenne David occupa buona parte del suo tempo a smanettare su pc: appassionato di videogiochi, mentre cerca di infilarsi nel sistema di Protovision (per scaricare un nuovo gioco), aziona invece per sbaglio una simulazione di attacco nucleare dalla Russia verso gli US; peccato che lo Stato Maggiore non si renda conto che di simulazione si tratta...


lo studio del vero geek

Divertente e ben condotto, il film non ci parla tanto dei limiti delle macchine (che comunque si rivelano molto più efficienti delle persone), quanto della mancanza di buon senso della gente che dovrebbe usarle per il meglio. Nonostante ripetute assicurazioni che non ci sono missili nello spazio aereo, gli alti papaveri militari, sulla base di un allarme non verificabile, armano dispositivi pronti a scatenare l'inferno, a neanche 35 anni dai funghi giapponesi, in un crescendo di autismo esasperante. E' impressionante la prontezza che politici e militari dell'epoca dovevano manifestare nel rispondere a qualunque forma di contatto: io non l'ho vissuta, e dunque non posso ricordarla, ma per essere tanto evidente nei film dell'epoca immagino che fosse proprio tangibile e opprimente.
Per fortuna in questa favola informatica sono venuti a salvarci i geek e il calcolo delle probabillità, che ci illuminano con l'evidenza: a volte, l'unica mossa vincente é non giocare (frase poi oggetto di omaggio nel recente Tron: Legacy).
Credo che questo cyberthriller sia uno dei primi ad approcciare in maniera positiva l'ambiente degli hacker e in generale dei patiti di informatica, aprendo la strada alla sci-fi degli anni Novanta, e -pur indubitabilmente datato- è invecchiato bene.

giovedì 12 dicembre 2013

A piedi nudi nel parco

Film del 1967 di G.Saks, con J Fonda e R. Redford.

Corie e Paul sono sposi novelli, e si sono appena trasferiti nel loro appartamento. Lui sta cominciando a lavorare in uno studio legale, mentre lei cerca di fare la casalinga perfetta, anche se al loro nido d'amore mancano diversi aspetti per potersi definire ideale: un vetro del lucernario, il posto per mettere un letto doppio nella stanza matrimoniale, la riservatezza che due neoconiugi dovrebbero avere. Infatti, il vicino (un filo equivoco) attraversa la loro stanza nuziale per arrivare nella sua soffitta, di cui ha perso la chiave.

I primi momenti in cui si vive insieme sono quelli in cui si litiga più facilmente, perché due caratteri che hanno piacevolmente convissuto in relativa lontananza possono urtarsi durante la vita a due. In questo caso lei è fin troppo svagata, sognatrice e sprovveduta, mentre lui è un po' rigido e non l'aiuta tanto ad adattarsi alla nuova situazione di padrona di casa responsabile, concedendosi poco alle romanticherie di lei, come trascorrere una sera di passione anche se il giorno dopo bisogna lavorare o semplicemente andare a piedi nudi nel parco.

La sceneggiatura piena di battute fulminanti e di paradossi continui tratteggia un quadro un po' stravagante ma assolutamente divertente, che fa ridere come quasi nessuna commedia della mia generazione. Sarà che allora si utilizzavano materie prime di buona qualità, tipo le pièces teatrali, in questo caso di N. Simon? I due protagonisti sono bravi, in parte e molto belli, mentre i due non-protagonisti (vicino e mamma di lei) sono molto divertenti senza rubare la scena a Redford e Fonda. Da rivedere ad ogni anniversario!

martedì 3 dicembre 2013

Gone baby gone

Primo lungometraggio di Ben Affleck, 2007. Con C. Affleck, M. Monaghan, M. Freeman, E. Harris. 114'.

Sparisce una bimba nei quartieri poveri di Boston e sua zia acquisita, non soddisfatta dell'operato della polizia (pur se a capo delle indagini c'è Doyle (Freeman), un detective famoso per la sua dedizione ai casi di minori scomparsi), va a chiedere aiuto a due bounty hunters, la coppia Patrick e Angie. Un po' a malincuore i due accettano -soprattutto Angie è piuttosto reticente ad avvicinarsi più del dovuto ad un tipo di crimine che la turba particolarmente- e grazie alla loro conoscenza del territorio (e del microambiente) trovano una serie di piste papabili. Ma non tutto è come sembra, e la questione presto si complica.

Di qui in avanti, SPOILER a IOSA, leggete sotto la vostra responsabilità!
Il problema è che la bimba, Amanda, è figlia di una tossicodipendente recidiva molto poco interessata alla bambina, mentre il rapitore è in realtà proprio Doyle, che vorrebbe ricostituire una famiglia dopo che sua figlia è stata rapita e uccisa da uno sbandato molto simile al genere di individui che gravitano intorno alla famiglia di Amanda.

Dunque rapidamente si passa da un thriller teso e ben condotto sul già difficile argomento dei maltrattamenti sui minori ad un film che affronta con grande intelligenza, e senza esprimere giudizi superficiali, il problema del confine anche troppo sottile fra giustizia e legalità. 
Su che cosa sia la legalità c'è poco da complicarsi la vita: si applica la legge (poi qualcuno cerca di interpretarla, ma di base applicarla non è impossibile). 
La giustizia invece è qualcosa di un po' più sfuggente, non sempre evidente: è giusto riportare Amanda da sua madre, cocainomane che non la cura, verosimilmente la metterà sulla strada in giovane età e non le potrà offrire né agi né istruzione né soprattutto amore? D'altra parte, decidere di lasciare Amanda con l'ex capo di divisione di polizia, che ha passato la sua vita a difendere i bambini ma, rimasto senza la sua se ne cerca una da "salvare", non è arbitrio? Certo, la bambina avrà un futuro migliore, ma chi può arrogarsi il diritto di scegliere per lei e separarla dalla sua famiglia d'origine? Io, che credo di sapere cosa avrei fatto al posto di Patrick, non ne sono necessariamente fiera.

I due giovani investigatori mi hanno ricordato, per antitesi, i due coniugi poliziotti di Fargo: là trovavamo un menage molto consolidato che le turpitudini e la stupidità del male non potevano turbare, qui invece la coppia non resiste alla tremenda pressione del caso e della sua traumatica risoluzione. 
Gli attori si sono difesi piuttosto bene e sono stata favorevolmente colpita dall'Affleck più giovane, davvero convincente e bellino (più fine del fratello, adatto al ruolo). Sempre magnifici i due di maggior peso, M. Freeeman ma ancor di più l'eccellente E. Harris. Per quanto riguarda la regia, devo unirmi al coro di chi dice che Ben Affleck come attore forse non è trascendentale, ma è un grande regista e questo film d'esordio merita veramente un plauso. Le sue inquadrature fisse, un po' meditative, non sono mai banali e con i colori e il modo di ritmare l'azione mi hanno fatto pensare a Zodiac di Fincher, mentre l'ambientazione non può non richiamare Mystic River (il racconto da cui è tratta la sceneggiatura è dello stesso autore per i due film): e Gone baby gone regge il confronto con gran dignità.

domenica 1 dicembre 2013

Vita di Pi

Film di Ang Lee, del 2012. 127 minuti.

Pi è un giovane il cui vero nome è Piscine Molitor. Comprensibilmente, invece di passare infanzia e fanciullezza ad essere dileggiato per questo insulso appellativo, sceglie di darsi un tono con una spolverata di matematica, assumendo come nomignolo Pi, il numero più studiato da scienziati e filosofi di tutti i tempi (l'abbiamo persino mandato nello spazio profondo sotto forma di musica). Purtroppo quando il padre decide di traslocare in Canada l'intera famiglia e lo zoo che dà loro sostentamento, il cargo giapponese su cui viaggiano è travolto dalle onde e Pi rimane unico superstite, in compagnia di una zebra con una zampa rotta, di un orango, di una iena e -sorpresa- una tigre del Bengala. Per ragioni evidenti, presto rimane solo, con la tigre. 

Della trama non posso dire di più, altrimenti si incorre nello spoiler più spoileroso, ma nel commento vero e proprio mi dilungherò un po' di più su alcuni elementi essenziali, perciò se non avete ancora visto il film, leggete a vostro rischio e pericolo.

Non ho letto il libro da cui il film è tratto, e ora mi incuriosisce assai, perciò forse un giorno lo recupererò. Nel film i due temi principali sono la fede e l'interpretazione della realtà. 
Il protagonista scopre la fede abbastanza precocemente, e con molta naturalezza embrica l'una nell'altra le maggiori religioni dell'area in cui vive (induismo, cristianesimo, islamismo) significandoci che l'Oltre è percepibile ad una mente aperta senza preconcetti e che, in fondo, i diversi credo sono mezzi alternativi (e non necessariamente esclusivi) per averne percezione. Poi si può essere d'accordo o no, certo è che il Sincretismo, pur con tutti i suoi limiti metafisici, è la filosofia più pacifica e positiva sulla piazza, alla faccia di alcuni atei ultra-laici che ormai competono per fondamentalismo con credenze alquanto radicali. Personalmente credo di aver visto un solo posto, Mauritius, in cui le grosse religioni siano tutte molto rappresentate e vivano insieme in modo talmente disteso da poter permettere lo sviluppo di una coscienza panreligiosa come quella descritta nel film; mi piacerebbe conoscere l'India, ma purtroppo non è ancora successo.

Per quanto riguarda l'interpretazione della realtà, è strettamente connessa al problema della fede, naturalmente. E ci resterà sempre il dubbio: SPOILER! ULTIMO AVVISO sulla scialuppa c'era davvero la tigre, o solo il lato oscuro di Pi, che il truculento cuoco francese gli tira fuori a forza, uccidendo sua madre? Secondo me c'erano gli umani, ma dai tempi di Esopo abbiamo fatto indossare i nostri panni ad animali umanizzati, quindi non vedo niente di male nell'elaborare un lutto in questo modo. FINE SPOILER

Ang Lee ci ha confezionato un film poderoso, che mantiene un gran ritmo nonostante le oltre due ore e il pericolo "stanca" che si associa sempre ai one-man-show (qui one-man-and-one tiger). Si meritava l'Oscar alla regia? Non saprei, l'unico altro candidato che ho visto della rosa 2013 è Lincoln e tra i due certo Vita di Pi è molto meglio. Poi ha portato a casa anche fotografia, effetti speciali e colonna sonora, ma su quest'ultimo non sono d'accordissimo. Sulla Fotografia sì, dal punto di vista squisitamente visivo meritava una visione sul grande schermo, per valorizzare la meravigliosa vita marina e il cielo stellato dell'Oceano.
Un merito del regista è quello di far funzionare la storia con attori totalmente sconosciuti, salvo il cammeo di Depardieu; soprattutto mi è piaciuto il ragazzo che interpreta Pi durante la traversata del Pacifico (e in ogni caso, la migliore di tutti è la tigre). 


In definitiva il film mi ha regalato un bel sabato sera, ma il proposito di riflessione filosofica che si propone mi sembra eccessivamente pretenzioso per quello che poi si trasforma in un blockbuster di stampo molto classico. Forse lo Shyamalan dei tempi d'oro avrebbe fatto di meglio.

giovedì 28 novembre 2013

Libertà (Freedom)

Dopo Le Correzioni, Franzen torna con un altro libro fulminante, spietato e bellissimo. Questa volta abbiamo ancora più personaggi, ancora più diramazioni per dipingere un vero romanzo corale che indaga e scandaglia tutte le possibili declinazioni della libertà. Nella vita familiare, nell'economia, nella politica ambientale, libertà.

Una libertà che, nel nostro occidente -e, ci dice l'autore, negli USA soprattutto- si è confusa con l'individualismo sfrenato e ha creato un falso mito da perseguire che non ha fatto altro che allontanarci dalla felicità, perché si sa che l'essere umano sperduto nelle sue infinite libertà è il peggior giudice di ciò che è bene per sé.
Non si può riassumere in breve la trama di quest'opera monumentale, allora provo a raccogliere i sommi capi intorno al nucleo dei personaggi più importanti.

  • Patty: la competitiva che sente di aver dovuto sempre cedere troppo, in amore, nello sport, nella famiglia. La sua ambizione nella vita era diventare una madre perfetta.
  • Walter: il marito di Patty, la ama alla follia, ma dopo tanti anni vivere con lei l'ha logorato, la sua giovane assistente gli fa una corte spietata, e Patty si è macchiata dell'unica colpa che non può perdonarle.
  • Richard: il rocker scapigliato, migliore amico di Walter e gran sciupafemmine, a sorpresa si rivela forse il personaggio più morale della storia.
  • Jessica: la prima figlia di Patty e Walter, praticamente una scopa di saggina.
  • Joey: il secondo figlio ha preso tutta l'elasticità che mancava alla prima, forse pure troppa. Dotato di incredibile spirito d'indipendenza, a sedici anni abbandona la sua casa e una madre che lo ama troppo per andare a convivere con la fidanzatina delle medie. In casa della di lei madre.
  • Connie: la fidanzatina. Un altro incredibile personaggio che parte ai limiti dell'infermità mentale e si rivela fortissima, determinata, capace di amare e -alla fin fine- di ottenere ciò che vuole.
  • Lalitha: attivista politica per la tutela di alcune specie di uccelli, sostiene Walter nel suo progetto FreeSpace, che si propone di diminuire la popolazione umana mondiale.
Il libro è stilisticamente molto eterogeneo, si adatta nei vari capitoli a tutti i personaggi menzionati e anche di più (i genitori di Patty e Walter, gli amici di Joey). Non solo il fraseggio, ma anche la lunghezza e il respiro dei vari capitoli sono assai variabili, creando un'efficace sensazione di anticipazione del tipo "cosa leggerò nella prossima pagina". Ottima anche la sceneggiatura che si segue nonostante salti temporali in avanti e indietro frequenti e imprevisti.
Dal punto di vista dello stretto contenuto, se Franzen non ci risparmia cattiverie e meschinità, sentimenti privatissimi e scene di sesso a volte un po' compiaciute, è pur vero che offre sempre uno scorcio di speranza e non ci permette di abbandonarci alla disperazione che i suoi personaggi momentaneamente attraversano.
Non so se ho appena riposto il sacro GRA (Grande Romanzo Americano), che gli esperti di letteratura attendono come il messia dei libri, ma di sicuro Franzen ha un posto nell'olimpo degli scrittori che sopravviveranno alla loro epoca ma che l'anno saputa descrivere con acume e una certa dose di compassione. Mi sbilancio: secondo me è il degn(issim)o erede di P. Roth.

mercoledì 27 novembre 2013

Salt


Evelyn Salt lavora per la CIA, ma forse è in realtà un'infiltrata del KGB, ma quando ritorna al KGB si scopre che potrebbe essere un'infiltrata della CIA...


Come una serie di scatole cinesi, Salt vuole fare il film d'azione in uno scenario di guerra fredda, ma riesce più che altro a fare una indigesta insalata di Lara Croft, Nikita, Alias e un po' di James Bond. Che sarebbero poi tutti ottimi ingredienti, ma è più o meno come fare la pizza mettendoci su peperoni, nutella e manzo affumicato: a meno che non siate le tartarughe ninja, non è un esperimento da tentare.
La Jolie dimagrita e sempre più scavata in viso non ha la leggerezza arrogante della Lara, uscita da un videogioco, ma ricorda la madre maltrattata di Changeling, e mette troppo sentimentalismo in un ruolo inadeguato. La trama è così contorta che non si riesce a seguirla, sopratutto visto che la sceneggiatura non concilia l'attenzione. Felicemente evitabile.

martedì 26 novembre 2013

Il Vangelo secondo l'asina

Questa settimana Alle Fonderie Limone di Moncalieri va in scena Il Vangelo secondo l'asina, una crasi tra la Passione di Cristo in versi baciati che si recita da secoli a Sordevolo e la storia di Gesù raccontata in piemontese dall'asina Geraldina, che accompagnò Nostro Signore dall'infanzia fino alla croce.


Da un lato è interessante vedere una delle Passioni popolari che facevano parte della cultura di paese (in realtà ne fanno ancora parte, fuori città): a me che sono nata e cresciuta a Torino non è mai capitato di vedere queste rappresentazioni, che a volte duravano ore, con il sottofondo musicale più vario e impersonate dagli abitanti in modo assolutamente dilettantistico, guidati dall'amore per la tradizione e per la sempreverde storia raccontata. Anche nel Nord Europa queste Passioni erano così frequenti e amate, che grandi compositori le musicarono, e penso prima di ogni altro a Bach, che ne orchestrò almeno tre (la Matthauspassion è la più famosa).

Dall'altro, il taglio più interessante è sicuramente la visione da parte dell'asina, che dipinge la vita di Gesù con innocente ingenuità e purezza, cosa cui noi abbiamo quasi rinunciato dopo tante esegesi ed elucubrazioni sul ruolo storico e salvifico di questa figura storica così complessa. Il punto di vista di Geraldina trova la sua espressione ideale nel dialetto: quale che sia, piemontese o napoletano, siciliano o veneto, il dialetto è la lingua bambina che parla di famiglia, di affetti privati, di lontananza dall'Accademia in tutte le sue forme e si ripiega nell'intimità del focolare, là dove ancora ci è permesso meditare sul mistero della Croce senza impegolarci in alte discussioni teologiche. 


lunedì 25 novembre 2013

Sole a catinelle

Di e con Checco Zalone, 2013.
Visto all'Ideal di Torino, sala 2.

Checco, un rozzo rappresentante di una ditta produttrice di aspirapolvere, promette al figlio che se eccellerà in ogni materia lo porterà a fare una bellissima vacanza. Purtroppo per lui, che è in bolletta, il figlio è il primo della classe (e il cocco della maestra, educato e saggio), così gli tocca portarselo in giro per il Molise finché per caso non riceve l'invito di fermarsi col bambino in una villa di ricchissimi industriali, il cui rampollo le maniere brusche di Checco hanno riportato alla parola da una ostinata forma di "mutismo selettivo".

Normalmente non vado al cinema a vedere questo genere di film che, al massimo, guardo in tv in qualche tardivo passaggio, ma sabato sera avevo voglia di cinema e francamente il paesaggio mi sembrava sul deprimente, così ho scelto di farmi quattro risate disimpegnate. E ho fatto bene!
Certo la comicità impiegata è un po' rustica a voler essere generosi, e tratta la crisi con una leggerezza che sfiora il qualunquismo -soprattutto quando Checco illustra la sua visione dell'economia- però si ride e non si scade in volgarità eccessive che di solito affollano i cinepanettoni. 
La mia preferita è sicuramente la zia Ritella, che controlla il contatore elettrico e si fa venire le sincopi ogni volta che la bolletta supera i 6 euro: è troppo tenera. Benissimo poi la dissacrazione spietata del radical chic che si fa pubblico difensore degli ultimi del mondo, e disserta sulla nausea sartriana, ma annega i suoi patemi nello champagne o nel cinema "raffinato".
L'autoironia è la marcia migliore del film, e si estrinseca al massimo nelle terribili (e divertenti) canzoncine neomelodiche alla Gigi D'Alessio con cui Zalone aveva cominciato il suo percorso dai tempi di Zelig. Un po' di sana incoscienza permette di mantenere quel minimo di ottimismo che ancora ci consente di provare a trovare una soluzione all'impasse, altrimenti nel nostro futuro ci aspettano solo immobilità e disperazione; penso sia questo il motivo di base per cui un film senza pretese ha avuto così tanto successo.

domenica 24 novembre 2013

I guardiani del destino

Film del 2010 di G.Nolfi con M. Damon e E.Blunt. Da un racconto di P.Dick.

Un giovane politico in ascesa conosce una ballerina in cui individua per istinto la donna della sua vita. Non capisce perché ma si sente legato a lei con sorprendente intensità. I due vengono però separati da una schiera di "aggiustatori" che attraversano lo spazio tempo con dinamiche diverse dalle nostre per permettere il corretto dipanarsi del piano storico prestabilito dal "Presidente". Ma il desiderio del ragazzo di vivere la sua storia d'amore pare più forte dell'imposizione degli uomini oscuri che seguono ogni suo passo...


Sono stata sorpresa di non aver mai sentito prima questo titolo, molto meno pubblicizzato di Io, Robot o di Minority Report (d'accordo, quest'ultimo gareggia direttamente in un'altra categoria vista l'accoppiata Pielberg-Cruise, ma Will Smith certo non è meglio di Matt Damon). Ero perciò un po' dubbiosa, credendo che l'oblio fosse dovuto a scarsa qualità, ma mi sono ricreduta. Al centro dell'opera c'è la riflessione sul libero arbitrio che per Dick è fondamentale, ed è gestita con un certo tatto anche se non molto approfondita. Infatti, nonostante sia stata soddisfatta del taglio "il libero arbitrio è qualcosa che si conquista quando si rende manifesto che siate all'altezza di esercitarlo", che di per sé è un messaggio positivo ed ottimista, la scena viene per lo più rubata dalla storia d'amore tra i due protagonisti, Elise e David. La corsa contro il destino di David ci tiene svegli per i quasi 100 minuti di pellicola, creando una piacevole suspance.
Bravi soprattutto i due protagonisti, e belli: ci si affeziona facilmente, già dal primo insolito, romantico incontro in un bagno di un albergo.

giovedì 21 novembre 2013

Storia di una capinera

Film del 1993, di F. Zeffirelli, con A. Bettis, V. Redgrave

Tratto dal romanzo di Verga, narra la storia della giovanissima Maria che è destinata al convento dalla matrigna che protegge gli interessi dei suoi due pargoli. Peccato che, in fuga dal colera, la giovine sì bella e pura fa in tempo a conoscere Nino, aspirante avvocato, e in lui l'amore, che servirà solo a tormentarla e condurla sull'orlo della follia. Del resto nel suo convento c'è la "cella dei matti", riservata alla suora di turno che perde la ragione e che -si narra- da quando il convento è stato costruito non è mai vuota.

La gestione della trama è assai tradizionale, ma ciò che rende bello il film (pur non amatissimo dalla critica) è soprattutto la fotografia molto verde e un po' floue che ritaglia scene bucoliche simili a quadri di paesaggisti ottocenteschi. Tutto viene nobilitato e reso più elegante dalle luci fredde, dalla suora matta (V. Redgrave) alla protagonista, tutt'altro che bella, al bel Nino.
Ho apprezzato un po' meno il finale, non fedele all'originale e meno lacerato. Un po' troppo blando, insomma, e si sposa male con la rappresentazione dello schiacciante senso di colpa e di estraneità che si dovrebbe respirare nella storia.

mercoledì 20 novembre 2013

Goodbye, Lenin!

Film tedesco del 2003, di W. Becker, con K.Sass e D. Bruhl.

Madre e figlio
Fervente idealista della DDR, Christiane ha un infarto quando vede il figlio Alex pestato da un poliziotto durante una manifestasione di piazza e resta in coma per qualche mese a cavallo del più grosso avvenimento del Dopoguerra, la Caduta del Muro. Quando si sveglia il suo cuore è fragilissimo e Alex, con l'aiuto della sorella Ariane, dell'amico e collega Denis e di tutto il condominio, le crea una sorta di realtà alternativa per nasconderle il fatto che la Germania Est non esiste più.


Sempre in bilico tra commedia e tragedia, questa pellicola brillante parte da uno spunto intelligente per raccontarci un'utopia politica e un idillio familiare.
L'utopia realizzata da Alex è l'aver creato e diretto in grande stile la DDR che lui avrebbe sognato e che non ha mai avuto, in cui ci si apre al diverso, non si spia il prossimo dal buco della serratura e ci si sforza di raggiungere la felicità di tutti senza violenza; questo cercando di aggirare tutti gli imprevisti ostacoli della ri-unione che piombarono di colpo sul capo dei tedeschi dell'Est, come cercare di cambiare la valuta, non trovare più i prodotti a cui erano affezionati, arginare il dramma sociale e lavorativo del passaggio coatto e ultra-rapido all'economia di mercato.
Denis che fa il regista e lo speaker del notiziario (finto) DDR
L'idillio familiare si osserva invece nell'incredibile amore dei due figli che per proteggere la madre, il cui doloroso segreto ancora non conoscono, le inventano un intero mondo con tanto di notiziari, ricorrenze, inni fattizi ma pieni di sentimento.
Da un punto di vista strettamente stilistico l'esperimento è interessante, unisce riprese volutamente sottotono alla ricerca computer-grafica (ben nascosta: serviva a cancellare le tracce della Berlino di oggi, sede del set), ma soprattutto è pieno di riferimenti cinematografici, da Kubrick al Film Blu a La Dolce Vita di Fellini, passando per Matrix, nascosto sulla maglietta di Denis, che sogna di fare il regista (e lo fa davvero per la madre del suo amico) ma si ritrova a dover installare padelloni parabolici. Bella anche la colonna sonora, non scontata.

domenica 17 novembre 2013

Maledetto il giorno che t'ho incontrato

Film del 1992, di C. Verdone. Con C. Verdone, M. Buy.

Bernardo finisce in analisi dopo essere stato lasciato dalla compagna, e conosce un'altra paziente, Camilla, che ha confuso il transfert per innamoramento verso lo psicanalista. Diventano amici, incoraggiandosi a superare le fobie di cui sono costantemente preda, e cercano di affermarsi sul piano professionale: lui sta scrivendo una biografia di Jimi Hendrix, lei è attrice teatrale. Un paio di grossi litigi non riusciranno a far affondare questa nuova coppia sul nascere!

Credo che questo sia in assoluto il film meglio riuscito di Verdone, che qui interpreta un personaggio sui generis ma non eccessivamente macchiettistico. Uno come Bernardo l'abbiamo conosciuto tutti, e in qualche misura ci possiamo riconoscere in parecchie delle sue manie. Questo è l'Harry ti presento Sally della commedia italiana, una love story niente affatto sdolcinata con due protagonisti votati al battibecco che riescono a tirare fuori qualche scambio memorabile. Oltretutto la Buy ricordava un po' Meg Ryan (anche se io trovo che la nostra Margherita sia meglio, anche da un punto di vista recitativo).

Inoltre c'è la terza grande protagonista della storia, il complesso analisi/psicoterapia/farmacoterapia stupendamente messo alla berlina dalla sceneggiatura. 
Gli anni Ottanta-Novanta sono stati l'esplosione dell'"analisi per tutti" e anche della "benzodiazepina per tutti", oltre al fatto che per la prima volta si cominciavano ad utilizzare antidepressivi di nuova generazione senza incorrere nello stigma sociale di "matto da rinchiudere". Infatti con gran gioia i protagonisti si dedicano allo scambio di ricette, gocce, pasticche e consigli, ma non riescono ancora ad elidere una sorta di vergogna e di pudore per i loro abusi più o meno saltuari, e trovano conforto nella complicità che si dimostrano l'un l'altro. 
Per vedere una rappresentazione altrettanto divertente della psicanalisi, poi, bisogna scomodare W. Allen -e direi che di qua e di là dell'oceano i benefici percepiti di questi annosi processi autoconoscitivi sono abbastanza simili...
Verdone dieci anni dopo riprenderà il tema con Ma che colpa abbiamo noi in cui però tutto è più degradato: il rapporto con l'analista è inesistente, la comprensione e il sodalizio tra gli analizzati è più superficiale, la disillusione
regna sovrana.

sabato 16 novembre 2013

Sherlock Holmes - Gioco di Ombre

Di Guy Ritchie, con R. Downey Jr, J. Law, N. Rapace, S. Fry. 2011

Seconda puntata della rilettura Ritchiana dell'investigatore più famoso della storia del giallo. In realtà siamo già alla prima conclusione, ovvero allo scontro diretto di Holmes col professor Moriarty, temibilissimo cattivo votato alla perfidia più nera (ricopre, con successo, la carica di cattedratico universitario... sarà un caso?).
La trama è liberamente tratta da L'ultima avventura, il libro in cui Doyle cercò per la prima volta di liberarsi del suo protagonista di maggior successo, con gran danno di immagine personale: alcuni devoti fan lo minacciarono di gravi lesioni, se non avesse resuscitato il famigerato violinista bipolare.
L'Europa è scossa da una serie di attentati, mentre oscure potenze economiche cominciano ad investire nella produzione di armi. Mentre Sherlock si arrovella, il buon dottor Watson avrebbe desiderio di prender moglie, ma deve fare i conti qualche complicazione...

Guy Ritchie è un regista senza dubbio interessante, che cerca di sperimentare qualche idea. Non sempre mi piace, ma almeno si vede che si sforza. In questo caso, grazie al ritmo più serrato, il risultato è decisamente migliore che nel primo capitolo, per me assai noioso. L'ambientazione steampunk e le sequenze sincopate sono il marchio di fabbrica della serie (attendiamo il terzo tomo a breve), e si lasciano guardare con piacere, anche se ambientazioni iper-esotiche e "sincopature" mi ricordano in una qualche misura il modo di filmare e di montare del cinema di Baz Lhurman -a mio avviso comunque superiore.
Un certo grado di citazionismo è sempre presente, fino all'hommage dell'iniezione intracardiaca di amine: Tarantino rimarrà tra i più osannati della storia, la sequenza di Pulp Fiction ormai è entrata a buon diritto nella Storia dell'Arte.


La parte migliore del film sono gli attori, con in testa J. Law: non è che gli altri non mi piacciano, è che lui è assolutamente bellissimo. Fra gli altri, più di Downey Jr, che ultimamente trovo fin troppo sopra le righe, ho una preferenza per Stephen Fry, capace di lavorare con charme nonostante un fisico scomodo, in ogni tipo di produzione, dal blockbuster al film corale di Altman.
Apprezzo molto il fatto di non relegare il personaggio di Watson al sottorticato, pedante segugio che spesso abbiamo visto in tante trasposizioni dei romanzi: Conan Doyle l'aveva dipinto invece come uomo retto, pacato e di notevole ingegno, solo meno tachipsichico e più "ordinario" del suo amico. 
Proprio a proposito di questa amicizia, dopo il film si sono riaccese le polemiche e le dissertazioni sulla relazione atipica che unisce i due comprimari. Ora, io non ho nessun problema con le coppie omosessuali, ma mi sembra diventata una moda vedere relazioni del genere anche dove non sono mai state. Mai sentito parlare di amicizia? Non ci si crede più? E' stata sostituita da fredde "conoscenze" che non contemplano il combinare guai insieme e poi cercare insieme di risolverli? Per fortuna mi sembra che il regista e gli sceneggiatori ci credano ancora, e ci scherzino su con una bella dose di gradevole ironia.

venerdì 15 novembre 2013

L'amore all'improvviso - Larry Crowne

Film di e con Tom Hanks, del 2011. Co-star, Julia Roberts.

Trattasi di commedia sentimentale americana classica, con qualche elemento di (presunta) atipia.
Non più giovanissimo impiegato modello viene licenziato per taglio di personale e si iscrive all'università per procurarsi il "pezzo di carta" ormai necessario a conservarsi un impiego. In facoltà incontra una serie di amici ggiovani che gli fanno un re-styling (della casa, del guardaroba, della percezione del sé, in quest'ordine) e naturalmente anche una docente coetanea ancora bella e piacente, afflitta da matrimonio fallimentare. 

I (presunti) elementi di atipia che citavo dovrebbero essere la posizione di relativa subalternità della componente maschile della coppia, argomento che Holliwood ama lambire ma non affrontare (infatti Larry è sì il discente, ma la prof è decisamente più spaesata e in crisi di lui) e l'età non più verdissima di ambo i protagonisti, altro argomento che al cinema di cassetta americano piace far finta di sviscerare.
Se si guarda il film aspettandosi di essere soddisfati da queste (presunte) novità, non si può che rimanere delusi, perché tutto è così classico e, in fondo, già visto che la sorpresa è garantita assente. 
Se invece ci si mette l'anima in pace, e si vuole dedicare la serata ad una pellicola romantica ultra-tradizionale, con lieto fine assicurato, due bravi attori e una regia un po' anonima ma solida, ci sono ampie possibilità di soddisfazione. Tutto qui è rassicurante, ideale per una serata di stanchezza e/o freddo, con cioccolata calda o popcorn o caldarroste sulle ginocchia (ma anche una combinazione dei tre, a vostra scelta): Tom Hanks non si discosta dal suo personaggio buffo, tenero e pacioso, Julia è sempre bella ma ha bisogno di qualcuno che glielo faccia riscoprire, le musiche sono piacevoli senza essere incredibili, le vespine fanno rétro, i colori sono caldi e piacevoli e la commedia trascorre liscia piena di buoni sentimenti e speranze di possibilità.
Il mio personaggio preferito? Ma naturalmente l'inquietante professore di Economia!! Almeno lui è da salvare.

venerdì 1 novembre 2013

Ginger e Fred

Il 31 ottobre di venti anni fa il maestro Fellini ci lasciava, e il mondo del cinema è diventato più opaco. Per celebrarlo, la Rai ha deciso di trasmettere due suoi film, Ginger e Fred ed E la nave va, prediligendo l'ultimo periodo di attività (mentre in Francia Artè trasmetteva La dolce vita e La strada, che da noi sono sostanzialmente impossibili da vedere in prima serata).


Amelia e Pippo sono due attempati ballerini di tip-tap che nel dopoguerra imitavano Ginger Roger e Fred Astair; a più di vent'anni dal loro ultimo incontro sono reclutati da un'operazione "nostalgia", uno di quegli orrendi programmi che il telespettatore medio pare ami in cui si riesumano vecchie glorie o meteore per esporle al mondo senza pietà, coperte di rughe e di scrostature. 

Questo è solo un pretesto che permette a Federico il Grande di mostrarci la sua visione della televisione dell'epoca, e in generale della vita degli anni Ottanta, che chiaramente lui percepiva come volgari, affamati di denaro e di una fama effimera, pieni di artificio greve. La pubblicità (che lui non voleva interrompesse i film, perché "non si interrompe un'emozione") era per lui diretta manifestazione di uno sfrenato consumismo che non ci ha resi più felici: gli ormai vetusti protagonisti osservano il mondo dello spettacolo, che avevano abbandonato, con gli occhi dell'esule che ritorna alla sua casa dopo tanti anni e la trova degenerata e svilita, piena più di malinconia che di ricordi. 
Poi ci sono tutti i condimenti felliniani più caratteristici, dagli spiriti dei morti all'amore triste, dalle rappresentazioni oniriche fino alle manifestazioni di sessualità stravagante (il trans che racconta la sua vita ad Amelia, per esempio). A dar loro forma, chi meglio di Marcello Mastroianni ("telespettatori, tié" è un po' un'autocitazione di "lavoratori, tié!!"dei Vitelloni, solo che qui l'incosciente svagatezza è sostituita dall'amarezza e dalla malinconia) e Giulietta Masina, la musa del surrealismo felliniano (che mi ricorda tantissimo la mia insegnante di italiano del liceo!). 
Le musiche di Piovani sono bellissime, ma per me la colonna sonora di Fellini sarà sempre Nino Rota. Tanti premi, ma perlopiù italiani (Nastri d'argento e David di Donatello).

giovedì 24 ottobre 2013

Le amiche della sposa

Film del 2011, di P.Feig con K.Wiig, R. Byrne, M. McCarthy.

Annie ha quasi quarant'anni e la sua migliore amica si sposa, mentre lei seppellisce le reliquie della sua pasticceria fallita e della sua storia fallita con un buzzurro palestrato. Le tocca fare la damigella d'onore, ma non è sinceramente felice dell'incombenza, anche perché in cuor suo rifiuta di perdere l'amica; come se non bastasse, per il suo ruolo le tocca incontrare le altre Bridesmaids e soprattutto la bella e (apparentemente) vincente Helen, che è bella, magra, ricca, sposata e magnifica organizzatrice.

Comincia un teatrino che mescola kitsch e volgarità a non finire, tra storie di letto con uomini non interessati a relazioni sentimentali, agghiaccianti parties in giardino, idiote spedizioni a Las Vegas, infimi ristoranti messicani e vomitevoli abiti che vorrebbero somigliare a nuvole multicolori e ricordano solo delle disgustose meringhe, mortificando la donna che c'è dentro.
Unica consolazione durante la visione del film, peraltro troppo lungo, è stato il ricordo delle mie perfette super-testimoni che MAI mi avrebbero fatto sfiorare dal ridicolo pronto a seppellire ognuna delle protagoniste-macchiette e mi hanno regalato dei momenti magnifici.


A completare lo sfacelo c'è l'aspetto caratteriale della protagonista, una sanguisuga ripiegata su se stessa che non vede il buono del mondo perché è lei per prima ad essere meschina. E' stupida, lamentosa, perdente fino in fondo all'anima e desolantemente sciatta. Ha elle belle gambe e un viso interessante, ma non si può riconoscerle alcun altro aspetto positivo, il che è piuttosto disperante in una commedia che vorrebbe essere una buddy movie al femminile ma non regge il paragone con una scanzonata Notte da Leoni, tanto per fare il nome di un film carino benché senza pretese.
L'idea di centrare il mirino sulle damigelle invece che sulla sposa poteva essere vincente, ma qui è stata sprecata per eccesso di trash. Che letteralmente significa spazzatura.

mercoledì 16 ottobre 2013

Una vita da cinefila - un film all'anno

Partecipo anche io a questa bella iniziativa, in cui bisogna scegliere un film all'anno, quello a cui avremmo consegnato il nostro Oscar personale al Miglior Film, per ogni anno da quando siamo nati. Ci ho messo un secolo e mezzo, ma ho letto con scrupolo tutte le liste dei film anno per anno, e siccome non sono più giovanissima...

Ho lasciato fuori anche film che so per certo essere bellissimi, ma non ho visto per intero (Le Grand Bleu, per esempio), e in caso di ex aequo ho cercato di privilegiare le sceneggiature originali (per questo Kill Bill vol.2 passa davanti a Howl). Mi sono sforzata il più possibile di fare una scelta univoca per ogni annata, ma lasciatemi almeno citare qualche escluso eccellente (nelle parentesi).

1983 Guerre Stellari -Il ritorno dello Jedi. Non è un film che amo tantissimo, ma è sicuramente il più importante dell'anno.
1984 Amadeus (C'era una volta in America, Nausicaa della valle del vento).
1985 La mia Africa (Ladyhawke)
1986 Speriamo che sia femmina. Grandissimo film, pieno di umorismo e delicatezza.
1987 La storia fantastica (RoboCop)
1988 Il mio vicino Totoro (Chi ha incastrato Roger Rabbit, Nuovo Cinema Paradiso)
1989 Harry ti presento Sally. Dopo tutti questi anni mi fa sempre ridere come la prima volta.

1990 Nikita (Edward mani di forbice)
1991 Lanterne Rosse (Thelma e Louise). Quando Zhang Ziyi e Zhang Yimou producevano insieme capolavori di bellezza, estremo fascino e critica sociale. Adesso fanno film estetizzanti, bellissimi a vedersi, e pagati dal governo.
1992 Aladdin
1993 Un mondo perfetto (Schindler's List, Piccolo Buddha, Bleu)
1994 Léon
1995 Apollo 13
1996 Io ballo da sola
1997 Gattaca (La vita è bella). Forse il mio film preferito in assoluto, misurato e intelligente fin nei dettagli.
1998 Train de Vie (Sliding Doors, La cena)
1999 Matrix (Pane e Tulipani, American Beauty)

2000 L'erba di Grace (I cento passi, Memento, Canone Inverso, The Golden Bowl). Alla fine ho scelto la commedia, perché nella vita c'è bisogno di umorismo! Memento è un film talmente neurologico che nonostante il suo grande fascino quando lo guardo mi sembra di lavorare. Bellissimo anche Canone Inverso, molto sottovalutato.
2001 La città incantata (Le fate ignoranti, Gosford Park)
2002 Era mio padre (Minority report)
2003 Alla ricerca di Nemo (Kill Bill vol,1, Mystic River, Buongiorno notte, Dogville)
2004 Kill Bill vol.2 (Il Castello errante di Howl, Neverland)
2005 Truman Capote - A sangue freddo (Match Point)
2006 Casino Royale (Nuovomondo)
2007 Juno (La masseria delle allodole)
2008 Departures (il Divo)
2009 A Single Man. Esempio di pura bellezza formale, squisito.

2010 Il cigno nero (Inception). Alla fine Nolan prende sempre il secondo posto...
2011 The Artist
2012 Skyfall
2013 Il Grande Gatsby

E ora aspetto solo i vostri commenti, sempre benvenuti. Non posto immagini perché altrimenti pubblicherò la lista nel 2014... e dovrò leggere un altro anno di cinema!

lunedì 14 ottobre 2013

Non Lasciarmi

Oggi parliamo del libro, di Kazuo Ishiguro (2005), edito in Italia da Einaudi.
Kathy, Tommy e Ruth sono tre bambini che vivono in un collegio un po' particolare. Nessuno dei ragazzi ha genitori, sembra una via di mezzo tra un orfanatrofio e Hogwarts. Le lezioni più importanti sono quelle di storia dell'arte e della letteratura, oltre all'educazione fisica. I ragazzi sono esaminati su base settimanale da un'équipe medica. La loro produzione artistica migliore è selezionata e spesso prelevata dai vertici dell'istituto. E pian piano, dalla più tenera infanzia, viene fatto passare loro il messaggio che la loro esistenza ha un unico scopo, donare i propri organi vitali, uno dopo l'altro, agli umani normogenerati, quelli del mondo "di fuori", che non sono cloni. Mentre aspettano il gaio momento di diventare donatori, fanno da assistenti agli altri donatori, occupandosi delle loro necessità.
Apparentemente può ricordare The Island, mediocre thriller in cui una colonia di cloni si accorge della propria natura e fugge dall'isola-allevamento: niente di più falso.
Caratterizza l'opera di Ishiguro la profonda sottomissione, l'accettazione di questo destino desolato che i cloni manifestano. Sanno da sempre di essere bestie da macello, in attesa di "completare il loro ciclo" ("morire" è un lusso per le persone normali) dopo aver donato tutto ciò che potevano. Questo aspetto espresso dallo stile pacato e dai quadretti dipinti dall'autore, più di ogni critica al mondo iper-scientista e utilitarista che viviamo, dà il profondo tocco horror che spiazza il lettore, ricordando, ma superandolo, il Maggiordomo perfetto di Quel che resta del giorno.
Dopo lo shock della freddezza con cui soprattutto la protagonista si rapporta al suo fato, si inizia a considerare la possibilità che il futuro distopico descritto sia solo un pretesto di finta sci-fi per parlare della reale condizione umana, in cui ognuno di noi deve fatalmente affrontare la verità della propria morte: nessun rinvio è possibile, neanche di fronte all'amore più grande dell'universo, e ognuno di noi lo sa da che è nato: dobbiamo tutti completare il nostro ciclo. 
E qui entra la riflessione sull'Arte, che nel racconto SPOILER serve per dimostrare l'esistenza dell'anima dei cloni FINE SPOILER, ma in fondo si potrebbe obiettare che serve anche a noi per verificare la presenza della nostra, no? Inoltre, lo direbbe anche Pascal, l'Arte è un grande anti-divertissement, e ci aiuta a familiarizzare con l'interiorità e ad accettare il nostro futuro.



Il titolo originale del libro è Never Let Me Go, che in un certo senso è molto più forte del semplice "Non lasciarmi" e si riferisce ad una canzone che Kathy ascolta spesso da bambina, immaginando una scena di maternità frustrata (i cloni sono ovviamente geneticamente modificati per essere sterili). Invece della solita immagine di copertina, vi posto perciò due canzoni con lo stesso titolo (quella di Kathy è immaginaria): Lana del Rey ha una voce fumosa molto Fifties che si adatta bene a quella del romanzo, parla di un distacco che mi sembra avverrà inesorabilmente con una rassegnazione tutta particolare. 
E poi c'è la versione di Florence + The Machine, più dilacerata e viscerale, mi fa pensare a Tommy e Ruth, al fuoco che brucia sotto la cenere ma sa che non ha nessuna possibilità di averla vinta, e sommessamente si dispera.

giovedì 10 ottobre 2013

Fine di una storia

Neil Jordan, 1999. Con Ralph Fiennes e Julianne Moore.

Sarah è sposata con Henry, ma quando incontra il romanziere Maurice i due si innamorano e diventano amanti. Si incontrano durante i bombardamenti, durante uno dei quali Maurice è ferito da un'esplosione; in seguito all'evento Sarah rompe il legame e i due non si rivedono per due anni. Convinto di essere stato sostituito nel cuore della donna (è sempre stato gelosissimo), Maurice la fa pedinare scoprendo che Sarah aveva fatto un voto durante l'episodio del bombardamento: in cambio della sua salvezza aveva promesso a Dio di non vederlo mai più. La relazione riprende, ma Sarah è malata di tisi...

In questo film c'è molto romanticismo, due protagonisti bravissimi e bellissimi e persino parecchie scene d'amore così naturali da sorprendere per la loro audacia (nulla di "strano" o lontanamente volgare, è che sono così vere). 
Si parla d'Amore, di due grandi Amori: il più evidente è quello di due persone che si riconoscono e si amano con tutta la loro passione, poi c'è l'Amore di Dio che si scopre nei momenti più inaspettati. Due sono le componenti fondamentali dell'Amore, la Fede (o fiducia, non c'è differenza), femmina, che crede anche quello che non vede perché sa che c'è, e il Dubbio (mi ami? ti vedi con un altro? Esisti al di fuori della mia percezione?) che è maschio, e qui è interpretato incredibilmente bene da un Fiennes dolentissimo e accorato. 
Purtroppo non ho letto il romanzo da cui la pellicola è tratta, di quel G. Green che scrisse altri capolavori come Il nostro uomo all'Avana, Il console onorario e L'Americano tranquillo, ma mi riprometto di recuperarlo perché lo ritengo uno dei più grandi scrittori cattolici del dopoguerra, capace di interpretare la religione con accenti davvero moderni, e di rappresentarci un Dio che in qualche modo ha un vero rapporto con noi, persino quando lo fuggiamo. "Mi conosce come solo le mani di Maurice", dice Sarah di Lui: come le mani del suo amante, non come il suo cuore o mente o qualche altro organo astratto; "mi hai portato ad odiarti come se tu esistessi davvero, e ho capito che esisti", è lo sfogo umano, troppo umano di Maurice, sottolineato da una colonna sonora travolgente e commovente.

martedì 8 ottobre 2013

Due Partite

Film dalla struttura teatrale, è in effetti tratto da una pièce di C. Comencini e filmato da E. Monteleone.

Parte Prima, 1964, quattro donne (Massironi, Ferrari, Cortellesi, Buy) si trovano ogni giovedì a giocare a carte, ma in realtà è solo un pretesto per parlare dei problemi e dei pesanti vincoli che patiscono in qualità di donne. La prima si realizza nei figli, ma non può scotomizzare la patente bigamia del marito, che non lascia l'altra. La Ferrari è sull'orlo del parto e tutto le sembra ancora roseo, ma in un recesso recondito della sua coscienza la madre suicida la tormenta. Poi c'è la versione Italian Boom di Madame Bovary, eterna insoddisfatta che non tollera il marito ma non lo lascia per timore del giudizio dei genitori (soprattutto la madre) e per ultima la Gerini, pianista bravissima che ha abbandonato carriera e fama per fare la moglie di un uomo che la adora ma è sempre in tournée (perché lui, invece, la carriera se l'è tenuta ben stretta).
Parte seconda, trent'anni dopo: le figlie (rispettivamente Milillo, Rorwacher, Pandolfi, Crescentini) non sono tanto più felici e non si rendono conto che la maggior parte dei confini cui le loro madri erano sottoposte sono stati superati, anzi in alcuni momenti rimpiangono il ruolo statico ma solido e limpido di mogli-madri stereotipate che le genitrici pativano loro malgrado. Così Milillo cerca ossessivamente figli in provetta, Rorwacher teme l'ombra del silenzio (anche sua madre si è suicidata), Pandolfi non riesce a godersi il marito e soprattutto teme di perdere in femminilità per la sua estrema professionalità sul lavoro ("sembri un uomo", le dice il marito -ginecologo- per farle un complimento!) e Crescentini, musicista affermata, subisce gli assilli di un marito adorante con insofferenza (ma lo ama tantissimo).

Il parallelismo delle Due partite non è solo nel presentare le due quadriplette femminili, ma è declinato anche nelle somiglianze di ogni figlia con sua madre -perché ognuna di noi somiglia in qualcosa a sua madre!- ricercato nelle scelte, nei desideri, nei lineamenti e perfino nei gesti (per esempio Milillo in un paio di occasioni riprende pari pari la gestualità della Massironi). Qualche critico sostiene che la tesi del film sia la poca strada che ha fatto la felicità delle donne nonostante il passare del tempo, tesi che sarebbe supportata anche da alcune scelte stilistiche: le madri sono vestite e truccate con colori pastello, la casa è linda e lucente, mentre le figlie vivono in un periodo grigio, vestite di nero, decisamente più sciatte, ma io non vorrei vederla in modo così pessimista. Secondo me il grosso problema delle figlie è che non si rendono conto di quanto la differenza di costumi permetta loro estrema libertà e di come i limiti che mal tollerano siano sostanzialmente autoimposti; inoltre, quando si rendono conto dei passi avanti fatti verso una nuova umanità, hanno paura che i cambiamenti li privino di una femminilità che oggi è molto più difficile da definire. Con l'esclusione di Pandolfi, il cui personaggio critica fortemente la madre e ha perso un reale rapporto con lei (affetta da Alzheimer, non la riconosce più), le altre ripercorrono in modo poco cosciente la storia familiare e, infatti, l'unica figlia con una reale chance alla felicità è la Crescentini, sola figlia di madre che pur lamentosa era veramente amata dal marito.

Il film si regge tutto sull'interpretazione delle attrici. Le madri sono tutte ineccepibili e per questa volta la mia preferenza va alla Cortellesi. Le figlie sono decisamente più opache, ma la Crescentini mi ha sorpreso per capacità di dare corpo alla vera donna moderna, stressata dall'apprensività del marito ma alla fine innamorata di lui. L'unica altra protagonista, la nona, è la voce di Mina, universale colonna sonora dei sogni e delle speranze frustrate delle donne di ogni età.

lunedì 7 ottobre 2013

Terraferma


Terzo film di Crialese, che neanche questa volta mi delude.

Sulle coste di un'isoletta sperduta al largo della Sicilia, "così piccola che non è neanche sul mappamondo", arriva l'ennesimo barcone di disperati spesso gettati a mare dalla corrente o dai loro traghettatori. I pescatori del luogo sono costantemente divisi tra l'etica avita del salvare l'uomo in mare e l'imposizione post-moderna della consegna o dell'abbandono del clandestino-naufrago, ma quando il caso si presenta a Ernesto (M. Cuticchio) e Filippo (F. Pucillo), nonno e nipote fuori di notte, i due portano in salvo diverse persone e accolgono Sara, che partorisce in casa loro. Le buone azioni non restano mai impunite e la loro barca viene requisita dai guardacoste: Filippo così ha modo di interrogarsi a lungo sulla decisione del nonno, che cozza drammaticamente con lo stile di vita dello zio (B. Fiorello), arricchito gestore di un'area attrezzata per turisti in cui i vacanzieri vengono rassicurati sulla totale assenza di fatti spiacevoli come sbarchi, clandestini moribondi, retate et similia. Anche sua madre, Giulietta (D. Finocchiaro), si trova alle prese con un simile bilancio, lei che al mare ha già sacrificato suo marito e adesso si ritrova a gestire la questione di Sara e i suoi due bambini, ospiti non dichiarati e involontariamente pericolosi.

Certo, il passaggio televisivo a ridosso della tragedia al largo delle nostre coste favorisce la commozione e il disappunto per l'inadeguatezza con cui non-accogliamo i disperati di mezzo mondo, giunti da noi perché per tutti siamo il porto più vicino, ma penso che questo film mi sarebbe piaciuto in ogni caso, perché la situazione che racconta ha qualcosa di universale che trascende il momento contingente. Di esuli e profughi è cosparsa la storia, lo siamo stati anche noi (Nuovomondo parlava di questo) e non c'è condizione più universale dell'aver bisogno di aiuto e dover dipendere dalla Carità di qualcuno, che in ogni momento può far finta di non vederci. E' suo innegabile diritto. 
Oltre alla forza della trama diretta e semplice, veicolata da ottima sceneggiatura (testi perfetti, anche la aprte in dialetto), Crialese ha anche scelto attori bravissimi -tutti a parte Beppe Fiorello che in mezzo alla compagine spicca veramente come interprete televisivo di terzo livello. E dire che non ho nessun pregiudizio per gli attori che fanno fiction (sotto il naso c'è la bocca e bisogna ben mangiare) e Fiorello senior mi piace tantissimo. Molto intense le singole scene, come i duetti tra Sara e Giulietta, la riunione dei pescatori e il balletto da villaggio vacanze a bordo del catamarano che porta i turisti a fare un tuffo in mare (vero apice di ironia, di amarezza pari solo all'incredibile impatto visivo, parallelo ai "tuffi" forzati degli sbarchi). 
Nel 2012 è con questo film che ci siamo presentati agli Oscar, e un po' mi dispiace che non sia stato preso in più seria considerazione.

domenica 6 ottobre 2013

Fargo

Nel North Dakota c'è un paesetto sperso nelle nevi che si chiama così. E' pieno di gente apparentemente normale, un posto ideale per raccontare la banalità del male, per esempio con un marito che per recuperare qualche lira assolda due sbandati per rapire sua moglie e riscuotere, sotto forma di riscatto, i soldi del suocero.
Ovviamente tutto quello che può andare storto lo fa, e il conto dei cadaveri aumenta col volgere dei minuti.
I film dei fratelli Coen sono sempre molto amati dalla critica e devo dire che in questo caso sono abbastanza d'accordo con i commenti favorevoli. C'è un grande umorismo nel taglio caustico con cui viene trattata la vicenda, degna di un romanzo-verità alla truman Capote. Ma poi si trova anche il modo di inserire una normalità vera, fatta di gente intelligente, che lavora, con aspirrazioni più pure e semplici ma così nobili che non si può non provare tenerezza per loro. A veicolare questo secondo filone di emozioni è Marge (F. McDormand, Oscar per questo film e moglie di Joel Coen), la poliziotta incaricata delle indagini, al settimo mese di gravidanza, che si trascina il suo pancione dietro al fiume di sangue lasciato dai rapitori, Buscemi e Stormare, imperterrita davanti a cadaveri e piedi che sbucano da trituratori e sempre con in mano un articolo di vario junk food. La palma di superverme va sicuramente al marito (W. Macy), un viscido pronto a tutto.
Non credo che lo rivedrò a breve, perché c'è qualcosa di pesante in questo racconto un po' desolato: soprattutto l'inutilità, la stupidità e la nauseante idiozia della malvagità che ci circonda, per cui una vita umana vale meno di qualche biglietto verde.
Belle musiche, molto integrate nel paesaggio freddo, dipinto con colori polverosi densi di bianchi e gialli.

Sì, quello che vedete sbucate dal tritatutto è proprio un piede.
la roba rossa che esce perpendicolarmente è... fertilizzante, ormai.

lunedì 30 settembre 2013

Diorissimo


In principio era Monsieur Dior, e nel 1955 Diorissimo nacque con il duplice scopo di riportare a Christian i ricordi della sua infanzia e di creare un profumo a base di essenza di mughetto, molto più difficile da estrarre rispetto a quella di rosa e gelsomino, che saturavano il mondo della profumeria di allora.


Alla fine degli anni 2000, però, Diorissimo è stato sottoposto a revisione: testa con un po' di bergamotto oltre le foglie verdi, nel cuore un po' di gelsomino, rosa e giglio oltre il mughetto e fondo di sandalo.
Buono lo è sempre, e il corpo a base di mughetto è sempre ben presente, ma le aggiunte mi sembrano abbastanza ridondanti: tendono a coprire l'assoluta principale e rendere il prodotto più anonimo. In definitiva tradiscono proprio l'assunto di partenza del povero Monsieur, che sarà lì da qualche parte a incupirsi su una nuvoletta. Di Diorissimo, quello originale, che nelle sue intenzioni doveva essere l'essenza della felicità.

domenica 29 settembre 2013

Chiedi alla polvere

1939, J.Fante.

Arturo Bandini è un aspirante scrittore italoamericano in preda ad un lieve blocco creativo, povero in canna e innamorato di una donna di origine messicana cui non riesce ad esprimere i propri sentimenti. L’indigenza infine gli giova, perché la fame gli farà trovare un nuovo filone di scrittura, ma l’amore è meno facile da maneggiare e la sua principessa Maya gli sfugge, persa in un sogno irraggiungibile nei deserti della Valle della Morte.
La polvere della strada, sempre immobile in una Los Angeles desolata e sconvolta da scosse telluriche, è l’unica testimone residua delle disavventure di un protagonista ingenuo, cui non si può non voler bene.
Nato nel ’39, il libro è forse il più famoso pre-beat generation, in cui piuttosto che i temi del viaggio/fuga, della fruizione forsennata del presente e della nostalgia delle origini, è preminente il DESIDERIO (frustrato) del viaggio/fuga, DESIDERIO (frustrato) del godimento del presente, per retaggio culturale e religioso, e rinnegamento feroce delle origini, che nasconde un immenso DESIDERIO di identificazione nella terra senza origine per eccellenza, l’America degli Stati Uniti.

Per quanto possa apparire statico, il romanzo mantiene dopo tanti anni una grande forza espressiva e, pur impegnativo, non si rende indigesto, grazie al protagonista acerbo e all’ottimo stile di scrittura, piano ma mai scontato. La brevità è un altro grande pregio dell’autore, che si astiene dallo sbrodolare inutilmente, e ho molto empatizzato con la tensione di Arturo verso l’autoaffermazione artistica.

venerdì 27 settembre 2013

Fight Club


D. Fincher, 1999. E. Norton, B. Pitt, H. Bonham Carter, Meat Loaf.


Il racconto si apre su Norton, viso pesto e pistola in bocca pronta a fare fuoco. In un lungo flashback, rivediamo la vita del protagonista come lui la ricorda, al massimo dell’omologazione yuppie: assicuratore per grossa multinazionale, scarpe DKNY, camicie di Calvin Klein e mobilio Ikea. Insonne, per dormire frequenta i gruppi di auto aiuto dei malati terminali, cui sugge dolore come un vampiro farebbe col sangue. Il vuoto della sua esistenza lo schiaccia, ma il gusto tristemente sobrio del suo status, l’anonimato di marca, lo caratterizza al punto che, quando il suo appartamento esplode, sembra che tutta la sua vita lo abbia abbandonato. Proprio in questa occasione conosce Tyler Durden, con cui fonda il Fight Club e inizia un processo di destrutturazione del sé e della società. Scopo del Club non è vincere l’avversario, ma sconfiggere le proprie paure accogliendo e condividendo il dolore, “toccare il fondo” e vedere cosa resta. C’è poi lo strano rapporto con il personaggio della Bonham Carter, inserita in una specie di triangolo trai due personaggi maschili. Be’, per evitare spoiler posso solo dire che ciò che resta è ben ingarbugliato, e ha molto a che fare con il complesso rapporto tra Tyler il protagonista senza nome.
La realtà è che non si può parlare di Fight Club senza raccontarne la fine, o forse, come dicono le prime due regole, NON SI PUO’ PARLARE DEL FIGHT CLUB!
Il film è estremamente interessante, ma è anche incredibilmente allucinato, e non lo definirei un capolavoro nonostante sia divenuto un must per un gran numero di cinefili. È girato con splendida tecnica e con grande cura per i colori, in particolare le scene di buio, che –come si evince dal poco che ho scritto della trama- sono molte. La vita quotidiana è dipinta con colori spenti, vestiti sciatti e stazzonati, pelle opaca e palpebre appesantite, mentre i momenti catalizzati dalla figura estrema di Tyler è invasa dal glitter, da ombre vivide, giacche di pelle e vestiti di scaglie, oltre che da ambienti sempre più degradati e scrostati. Molto bene il cast, il ritmo e la colonna sonora.
Sul lato negativo, la trama è spesso assurda (con accenti indecentemente compiaciuti), parte dal genere psicanalitico spinto per derivare verso il sociologico/politico (la parte più debole) e poi tornare alla base, con un finale (non ve lo racconto, non vi preoccupate) semi-positivo talmente ipocrita da produrre prurito. Le scene violente e pulp sono a volte troppo crude e spiacevolmente verosimili (non c’è niente dell’ironia estetizzante dei massacri di Tarantino, tanto per fare un nome) e molto spesso ci si interroga su quali acidi abbiano aiutato il regista a partorire cotanto lavoro.

Alla fine resta un grande punto interrogativo sul significato profondo di tutto ciò che abbiamo visto: c’è speranza per l’uomo moderno o no? Che cosa ci riporterà all’essenza di noi stessi, senza farci rinunciare alla conservazione dei nostri lineamenti? Mistero.

lunedì 23 settembre 2013

Dragon Trainer

Anche questo sabato sera mi rilasso con un cartone animato, ma stavolta sono un po' più fortunata.
Hiccup vive in Islanda, insieme alla sua tribù di Vikinghi, guidata dal cruento ma non crudele padre. L'attività principale della sua gente è l'uccisione dei draghi che affollano i cieli nordici, ma Hiccup non sembra molto portato per la caccia e, al contrario, familiarizza con un esemplare di specie poco nota che si è ferito ad un'ala posteriore. Al suo fianco non può mancare una tostissima ragazza con le trecce bionde, che si chiama Astrid.
Nonostante il disegno non sia del mio genere preferito e ricordi un po' Piovono Polpette (che odiavo), e la trama non sia originalmente sconvolgente, il risultato finale è apprezzabile. L'animazione è fluida, e la Computer Graphic ben integrata nel tutto, i colori sono belli e anche il design dei draghi. Le scene di volo sono decisamente gradevoli, talora persino poetiche, e nella dinamica mi ricordano un po' il Sensei Miyazaki. Infine, un discreto uso dell'ironia contribuisce ad aiutare la sceneggiatura, che migliora nella seconda parte. Coraggiosa la decisione di SPOILER concludere con un lieto fine solo parziale, in cui il protagonista salva la vita ma perde un arto, proprio quello che più lo lega al suo drago FINE SPOILER.
Molto adatta la colonna sonora. L'ho visto in televisone, perciò mi sono persa il 3D e per una volta penso che invece valesse la pena di inforcare gli occhialini. Forse uno dei migliori Dreamworks, da un libro di Cressida Cowell, How to train your dragon.

domenica 22 settembre 2013

grease

Il primo Grease non è un cult, ma uno stra-cult. Con la sua semplicissima storia adolescenziale, dopo più di trent'anni ancora non perde un centimetro di terreno. Lei (Sandy, Olivia Newton John) incontra lui (Danny, John Travolta) durante una vacanza negli States, ma quando si ritrovano sui banchi di scuola lei è talmente bcbg da far impallidire Bree Van Der Kamp e lui fa il bulletto altezzoso per timore dello scherno degli amici. È l’ultimo anno di liceo, e tutte le tappe dei cliché dell’America profonda di quegli anni devono essere rispettate: i club sportivi, la prom (il ballo di fine anno), le corse con le macchine “truccate”, le prime sigarette e un po’ d’alcool di nascosto dai genitori, le “bande” maschili e femminili, il terrore della gravidanza indesiderata per l’amica meno perbenista (Rizzo, il personaggio secondario migliore del film).
Forse sono una serie di luoghi comuni, ma probabilmente quando il film è uscito non erano così triti, visto che il risultato è ancora piuttosto godibile e frizzante. Ovviamente la parte migliore della ricetta è il coté musical, robustamente difeso da una splendida colonna sonora e dalle coreografie perfette in cui Travolta mostrava il suo lato più interessante, quello ballerino (per il resto, non era tanto espressivo, anche se poi è migliorato un po’). Abiti e colori sono talmente kitsch da risultare una forma d’arte a parte.


C’è stato anche un Grease 2, che vedeva come protagonista nientepopodimeno che Michelle Pfeiffer. Allora perché è finito nell’oblio, condannato alla perenne seconda serata, di solito dopo l’ennesima replica della prima puntata? Perché è noioso, un po’ raffazzonato e ripetitivo: stavolta la ragazza vuole far vedere quanto è indipendente e libera –sono passati una decina di anni- ma la controparte maschile non regge tanto bene il nuovo confronto. Anche da un punto di vista musicale non è meraviglioso… piuttosto che Grease 2, meglio rivedere il primo una seconda volta.

sabato 21 settembre 2013

The Blues Brothers

Jack è appena uscito di prigione e suo fratello Elwood lo viene a prendere su una vecchia auto della polizia che ha acquistato ad un’asta. Indi,lo conduce a porgere omaggio al “pinguino”, la madre Superiora (Mary Stigmata) dell’orfanatrofio in cui sono cresciuti, destinato ad una rapida chiusura per mancanza di fondi.
Bisogna infatti trovare 5000 $ entro undici giorni e l’Arcivescovado non si dimostra troppo collaborativo. Durante la messa, Jack ha un’illuminazione: rimettere insieme la banda dei Blues Brothers e ricavare i soldi a suon di concerti. Ma non tutto è semplice, con la polizia costantemente alle calcagna (Elwood è ricercato per infrazioni stradali ripetute) e una strana ragazza armata di bazooka che li segue ad ogni passo, seminando proiettili di vario calibro sulla sua scia. Ah, sì, dimenticavo una banda di scalcagnati neonazisti, improvvidamente disturbati dal duo!
Con J.Landis, proseguiamo con il delirantemente divertente (alla faccia delle Deliranze Deprimenti di Burton): questo film raccoglie in sé un’allegria e una vitalità immense, unite all’assurdo e alla massima libertà di immaginazione. In missione per conto di Dio, i due fratelli ne combinano una per colore, si lanciano in inseguimenti folli –in cui si ha l’impressione che l’entità della distruzione sia attivamente ricercata, soprattutto visto che è finita nel Guinnes dei primati- e soprattutto cantano e ballano con i massimi vertici del Blues, che si sono prestati con gioia al riuscito esperimento. Da James Brown a Cab Calloway, da Aretha Franklin a Ray Charles, passando per Presley e Wagner, tutti sono pronti a regalarci brani meravigliosi di uno dei generi più vitali e coinvolgenti nati nel profondo Sud Americano.
E ad aspettare i Bros, all’ufficio delle tasse, in un piccolo cammeo, un irriconoscibile giovanissimo Spielberg. Ma com’è possibile che la critica l’abbia accolto così male, all’epoca?