lunedì 30 settembre 2013

Diorissimo


In principio era Monsieur Dior, e nel 1955 Diorissimo nacque con il duplice scopo di riportare a Christian i ricordi della sua infanzia e di creare un profumo a base di essenza di mughetto, molto più difficile da estrarre rispetto a quella di rosa e gelsomino, che saturavano il mondo della profumeria di allora.


Alla fine degli anni 2000, però, Diorissimo è stato sottoposto a revisione: testa con un po' di bergamotto oltre le foglie verdi, nel cuore un po' di gelsomino, rosa e giglio oltre il mughetto e fondo di sandalo.
Buono lo è sempre, e il corpo a base di mughetto è sempre ben presente, ma le aggiunte mi sembrano abbastanza ridondanti: tendono a coprire l'assoluta principale e rendere il prodotto più anonimo. In definitiva tradiscono proprio l'assunto di partenza del povero Monsieur, che sarà lì da qualche parte a incupirsi su una nuvoletta. Di Diorissimo, quello originale, che nelle sue intenzioni doveva essere l'essenza della felicità.

domenica 29 settembre 2013

Chiedi alla polvere

1939, J.Fante.

Arturo Bandini è un aspirante scrittore italoamericano in preda ad un lieve blocco creativo, povero in canna e innamorato di una donna di origine messicana cui non riesce ad esprimere i propri sentimenti. L’indigenza infine gli giova, perché la fame gli farà trovare un nuovo filone di scrittura, ma l’amore è meno facile da maneggiare e la sua principessa Maya gli sfugge, persa in un sogno irraggiungibile nei deserti della Valle della Morte.
La polvere della strada, sempre immobile in una Los Angeles desolata e sconvolta da scosse telluriche, è l’unica testimone residua delle disavventure di un protagonista ingenuo, cui non si può non voler bene.
Nato nel ’39, il libro è forse il più famoso pre-beat generation, in cui piuttosto che i temi del viaggio/fuga, della fruizione forsennata del presente e della nostalgia delle origini, è preminente il DESIDERIO (frustrato) del viaggio/fuga, DESIDERIO (frustrato) del godimento del presente, per retaggio culturale e religioso, e rinnegamento feroce delle origini, che nasconde un immenso DESIDERIO di identificazione nella terra senza origine per eccellenza, l’America degli Stati Uniti.

Per quanto possa apparire statico, il romanzo mantiene dopo tanti anni una grande forza espressiva e, pur impegnativo, non si rende indigesto, grazie al protagonista acerbo e all’ottimo stile di scrittura, piano ma mai scontato. La brevità è un altro grande pregio dell’autore, che si astiene dallo sbrodolare inutilmente, e ho molto empatizzato con la tensione di Arturo verso l’autoaffermazione artistica.

venerdì 27 settembre 2013

Fight Club


D. Fincher, 1999. E. Norton, B. Pitt, H. Bonham Carter, Meat Loaf.


Il racconto si apre su Norton, viso pesto e pistola in bocca pronta a fare fuoco. In un lungo flashback, rivediamo la vita del protagonista come lui la ricorda, al massimo dell’omologazione yuppie: assicuratore per grossa multinazionale, scarpe DKNY, camicie di Calvin Klein e mobilio Ikea. Insonne, per dormire frequenta i gruppi di auto aiuto dei malati terminali, cui sugge dolore come un vampiro farebbe col sangue. Il vuoto della sua esistenza lo schiaccia, ma il gusto tristemente sobrio del suo status, l’anonimato di marca, lo caratterizza al punto che, quando il suo appartamento esplode, sembra che tutta la sua vita lo abbia abbandonato. Proprio in questa occasione conosce Tyler Durden, con cui fonda il Fight Club e inizia un processo di destrutturazione del sé e della società. Scopo del Club non è vincere l’avversario, ma sconfiggere le proprie paure accogliendo e condividendo il dolore, “toccare il fondo” e vedere cosa resta. C’è poi lo strano rapporto con il personaggio della Bonham Carter, inserita in una specie di triangolo trai due personaggi maschili. Be’, per evitare spoiler posso solo dire che ciò che resta è ben ingarbugliato, e ha molto a che fare con il complesso rapporto tra Tyler il protagonista senza nome.
La realtà è che non si può parlare di Fight Club senza raccontarne la fine, o forse, come dicono le prime due regole, NON SI PUO’ PARLARE DEL FIGHT CLUB!
Il film è estremamente interessante, ma è anche incredibilmente allucinato, e non lo definirei un capolavoro nonostante sia divenuto un must per un gran numero di cinefili. È girato con splendida tecnica e con grande cura per i colori, in particolare le scene di buio, che –come si evince dal poco che ho scritto della trama- sono molte. La vita quotidiana è dipinta con colori spenti, vestiti sciatti e stazzonati, pelle opaca e palpebre appesantite, mentre i momenti catalizzati dalla figura estrema di Tyler è invasa dal glitter, da ombre vivide, giacche di pelle e vestiti di scaglie, oltre che da ambienti sempre più degradati e scrostati. Molto bene il cast, il ritmo e la colonna sonora.
Sul lato negativo, la trama è spesso assurda (con accenti indecentemente compiaciuti), parte dal genere psicanalitico spinto per derivare verso il sociologico/politico (la parte più debole) e poi tornare alla base, con un finale (non ve lo racconto, non vi preoccupate) semi-positivo talmente ipocrita da produrre prurito. Le scene violente e pulp sono a volte troppo crude e spiacevolmente verosimili (non c’è niente dell’ironia estetizzante dei massacri di Tarantino, tanto per fare un nome) e molto spesso ci si interroga su quali acidi abbiano aiutato il regista a partorire cotanto lavoro.

Alla fine resta un grande punto interrogativo sul significato profondo di tutto ciò che abbiamo visto: c’è speranza per l’uomo moderno o no? Che cosa ci riporterà all’essenza di noi stessi, senza farci rinunciare alla conservazione dei nostri lineamenti? Mistero.

lunedì 23 settembre 2013

Dragon Trainer

Anche questo sabato sera mi rilasso con un cartone animato, ma stavolta sono un po' più fortunata.
Hiccup vive in Islanda, insieme alla sua tribù di Vikinghi, guidata dal cruento ma non crudele padre. L'attività principale della sua gente è l'uccisione dei draghi che affollano i cieli nordici, ma Hiccup non sembra molto portato per la caccia e, al contrario, familiarizza con un esemplare di specie poco nota che si è ferito ad un'ala posteriore. Al suo fianco non può mancare una tostissima ragazza con le trecce bionde, che si chiama Astrid.
Nonostante il disegno non sia del mio genere preferito e ricordi un po' Piovono Polpette (che odiavo), e la trama non sia originalmente sconvolgente, il risultato finale è apprezzabile. L'animazione è fluida, e la Computer Graphic ben integrata nel tutto, i colori sono belli e anche il design dei draghi. Le scene di volo sono decisamente gradevoli, talora persino poetiche, e nella dinamica mi ricordano un po' il Sensei Miyazaki. Infine, un discreto uso dell'ironia contribuisce ad aiutare la sceneggiatura, che migliora nella seconda parte. Coraggiosa la decisione di SPOILER concludere con un lieto fine solo parziale, in cui il protagonista salva la vita ma perde un arto, proprio quello che più lo lega al suo drago FINE SPOILER.
Molto adatta la colonna sonora. L'ho visto in televisone, perciò mi sono persa il 3D e per una volta penso che invece valesse la pena di inforcare gli occhialini. Forse uno dei migliori Dreamworks, da un libro di Cressida Cowell, How to train your dragon.

domenica 22 settembre 2013

grease

Il primo Grease non è un cult, ma uno stra-cult. Con la sua semplicissima storia adolescenziale, dopo più di trent'anni ancora non perde un centimetro di terreno. Lei (Sandy, Olivia Newton John) incontra lui (Danny, John Travolta) durante una vacanza negli States, ma quando si ritrovano sui banchi di scuola lei è talmente bcbg da far impallidire Bree Van Der Kamp e lui fa il bulletto altezzoso per timore dello scherno degli amici. È l’ultimo anno di liceo, e tutte le tappe dei cliché dell’America profonda di quegli anni devono essere rispettate: i club sportivi, la prom (il ballo di fine anno), le corse con le macchine “truccate”, le prime sigarette e un po’ d’alcool di nascosto dai genitori, le “bande” maschili e femminili, il terrore della gravidanza indesiderata per l’amica meno perbenista (Rizzo, il personaggio secondario migliore del film).
Forse sono una serie di luoghi comuni, ma probabilmente quando il film è uscito non erano così triti, visto che il risultato è ancora piuttosto godibile e frizzante. Ovviamente la parte migliore della ricetta è il coté musical, robustamente difeso da una splendida colonna sonora e dalle coreografie perfette in cui Travolta mostrava il suo lato più interessante, quello ballerino (per il resto, non era tanto espressivo, anche se poi è migliorato un po’). Abiti e colori sono talmente kitsch da risultare una forma d’arte a parte.


C’è stato anche un Grease 2, che vedeva come protagonista nientepopodimeno che Michelle Pfeiffer. Allora perché è finito nell’oblio, condannato alla perenne seconda serata, di solito dopo l’ennesima replica della prima puntata? Perché è noioso, un po’ raffazzonato e ripetitivo: stavolta la ragazza vuole far vedere quanto è indipendente e libera –sono passati una decina di anni- ma la controparte maschile non regge tanto bene il nuovo confronto. Anche da un punto di vista musicale non è meraviglioso… piuttosto che Grease 2, meglio rivedere il primo una seconda volta.

sabato 21 settembre 2013

The Blues Brothers

Jack è appena uscito di prigione e suo fratello Elwood lo viene a prendere su una vecchia auto della polizia che ha acquistato ad un’asta. Indi,lo conduce a porgere omaggio al “pinguino”, la madre Superiora (Mary Stigmata) dell’orfanatrofio in cui sono cresciuti, destinato ad una rapida chiusura per mancanza di fondi.
Bisogna infatti trovare 5000 $ entro undici giorni e l’Arcivescovado non si dimostra troppo collaborativo. Durante la messa, Jack ha un’illuminazione: rimettere insieme la banda dei Blues Brothers e ricavare i soldi a suon di concerti. Ma non tutto è semplice, con la polizia costantemente alle calcagna (Elwood è ricercato per infrazioni stradali ripetute) e una strana ragazza armata di bazooka che li segue ad ogni passo, seminando proiettili di vario calibro sulla sua scia. Ah, sì, dimenticavo una banda di scalcagnati neonazisti, improvvidamente disturbati dal duo!
Con J.Landis, proseguiamo con il delirantemente divertente (alla faccia delle Deliranze Deprimenti di Burton): questo film raccoglie in sé un’allegria e una vitalità immense, unite all’assurdo e alla massima libertà di immaginazione. In missione per conto di Dio, i due fratelli ne combinano una per colore, si lanciano in inseguimenti folli –in cui si ha l’impressione che l’entità della distruzione sia attivamente ricercata, soprattutto visto che è finita nel Guinnes dei primati- e soprattutto cantano e ballano con i massimi vertici del Blues, che si sono prestati con gioia al riuscito esperimento. Da James Brown a Cab Calloway, da Aretha Franklin a Ray Charles, passando per Presley e Wagner, tutti sono pronti a regalarci brani meravigliosi di uno dei generi più vitali e coinvolgenti nati nel profondo Sud Americano.
E ad aspettare i Bros, all’ufficio delle tasse, in un piccolo cammeo, un irriconoscibile giovanissimo Spielberg. Ma com’è possibile che la critica l’abbia accolto così male, all’epoca?

martedì 17 settembre 2013

La vie est belle-Lancôme

Anche in casa Lancôme si riposa sugli allori, mentre case sconosciute producono profumi un po’ più coraggiosi. La vie est belle non aggiunge niente al panorama olfattivo già saturo da Miss Dior e Mademoiselle Coco, già molto simili ma declinati rispettivamente in versione bcbg e cattiva ragazza di alta classe.
Un po’ di fiori sparsi, con il gelsomino in testa, iris (copiato da Prada e da Dior), un po' di zagara e tanta cipria e cere al fondo, che stuccano tanto di più se si collega il bouquet all’immagine che la casa gli ha associato, di una donna ancora piacente ma certo non più giovane. Questo sarebbe il profumo di una quasi cinquantenne? Alla faccia della sindrome di Peter Pan…

lunedì 16 settembre 2013

Kung Fu Panda

Crisi nazionale in Cina: il vecchio custode del Kung Fu ha avuto una visione in cui il cattivo arcicattivo fugge di prigione e verrà individuato il guerriero Dragone, anima eletta capace di assimilare il Vero Spirito del Kung Fu e di avere l'enorme potere tramandato dalla pergamena sacra. Peccato sia un panda obeso il cui unico scopo nella vita è mangiare. Dovrebbe anche succedere al padre nella gestione del ristorante di soba, ma ovviamente gli piace il Kung Fu.
Per inciso, il padre è una specie di grosso papero, quindi o il protagonista è un adottivo oppure Mendel non è passato di qua.
Vi dico subito, e non penso di sorprendervi, che il panda pacioccoso non è nelle mie grazie. Nessun panda pacioccoso al mondo lo è, se poi è imbranato, inetto e obeso, lo sarà ancora di meno. Il cattivo del film, un giaguaro, è solo un povero frustrato con manie di grandezza e senza una direzione per la sua follia violenta, quindi boccio senza appello pure lui. L'animazione è lontana dall'essere perfetta e il disegno è approssimativo e molto convenzionale.
Shi Fu che tratta Pow come si deve,
prendendolo a calci nel sederone
Il film si regge dunque sulle scene d'azione e di combattimento (se c'è una cosa che mi annoia a morte sono le scene di kung fu, salvo quelle di Zhang Zimou e di Ang Lee) e sui personaggi di contorno, abbastanza potabili. In particolare mi piace Tigre, la combattente più tosta, scocciatissima di vedersi soffiare il posto da eletta dal panda suddetto (vorrei vedere, io sarei verde), Shi Fu, il maestro che somiglia tanto al Pai Mei di Kill Bill, e la tartaruga Oogway, l'illuminato con le allucinazioni che invece mi ricorda Yoda.
Per un sabato sera disimpegnato può anche andare bene, ma non riesco a capire il successo di pubblico (?) e di critica (?!!) ottenuto da un film onestamente un po' insulso che celebra l'effetto placebo. 
E poi per vedere un capolavoro di Miyazaki aspettiamo vent'anni (Totoro, Laputa etc)? Scandalo.

domenica 15 settembre 2013

Uno studio in rosso

Un giovane medico militare torna spossato dall'Afghanistan e cerca un coinquilino per dividere le spese di alloggio. Trova un ragazzo intelligente, di immensa cultura tossicologica e scandalistica, buon violinista, chiaramente bipolare, forse dedito all'assunzione di droghe, mentalista ante-litteram. Si chiama Sherlock Holmes, e di mestiere fa il consulente investigativo, dimostrando a Scotland Yard di essere molto più bravo di loro. Non per questo ottiene di essere pagato, però.
Il primo romanzo in cui Holmes appare non è tanto un giallo quanto una sorta di noir il cui scopo è più caratterizzare i personaggi che non mostrare il meccanismo dell'assassinio, al punto che è assolutamente impossibile individuare il colpevole prima che l'investigatore lo ammanetti. Da questo punto di vista, abituati a pensare a Conan Doyle come al padre del giallo a enigma, l'episodio è già piuttosto stravagante, molto caratterizzato dal punto di vista stilistico per l'inversione della normale sequenza di eventi: omicidio, cattura, lungo antefatto che spiega il movente, discussione del caso.
Vi è un altro aspetto che lo rende anomalo, ovvero l'attacco frontale e per niente velato al credo Mormone, portato avanti in un periodo di decisa perplessità del mondo anglosassone verso questa setta un po' anacronistica, di cui si criticano aspramente l'abitudine alla poligamia e la tendenza alla coercizione, anche violenta, secondo quanto suggerito dall'autore.
Non il mio Conan Doyle preferito (che è invece quello del Prof. Challenger, molto meno noto), ma interessante, divertente e si legge davvero d'un fiato.

venerdì 13 settembre 2013

50/50

Adam fa il tecnico in radio, va a correre la mattina, ha una fidanzata, un amico sbruffone, una madre apprensiva, un padre demente. Una vita normale. 
Poi gli viene mal di schiena. E' un cancro, un neurosarcoma-schwannoma. E la sua vita normale va a farsi benedire. Ha il 50% di possibilità di sopravvivenza a lungo termine senza diffusione metastatica, ma anche il 50% di possibilità di morire. 
Adam attraversa davanti ai nostri occhi tutte le fasi dell'elaborazione del lutto, l'impossibile lutto di sé, dall'incredulità tranquilla, alla rabbia, alla disperazione, alla paura, alla rassegnazione. Insieme alla tirocinante psicologa affronta i momenti delicati del rapporto con i familiari, con i "colleghi" pazienti e con gli amici, ci mostra l'ambivalenza del paziente che non vuole essere trattato "da malato" ma non tollera che si scordi o si ignori la patologia di cui è affetto, e allo stesso tempo si incarica di rassicurare genitori e amici sulle sue buone condizioni psicologiche. E con grande coraggio di sceneggiatura J. Levine ci tratteggia anche le reazioni umane, troppo umane degli "altri": la mamma forse invadente ma disponibile sempre, con disperazione; l'amico pasticcione e dinoccolato che, sotto sotto, ti vuole così bene che non potrebbe dirtelo a parole e non ti abbandona mai; la psicologa alle prime armi spaventata dall'enormità del suo ruolo e dal mestiere difficile e senza rete che si è scelta; la fidanzata infedele che non lo accompagna a fare la chemio "perché l'ospedale contiene energie negative" e lo tradisce perché "non sai quanto è stato difficile per lei".
A questo proposito vorrei aggiungere che NESSUNO ama gli ospedali (almeno in quanto luoghi pieni di gente malata) e a NESSUNO fa piacere vedere un'infusione di chemioterapici. Però se non si può tollerare questa vista quando il protagonista del quadro è il tuo fidanzato, forse è meglio non raccontare troppe balle: l'amore questa vista la tollera, eccome. Ha risorse impensabili, l'amore. 


Per tornare al film, non mi capacito che una pellicola così vera, ben sceneggiata, ben diretta e ottimamente recitata (J. Gordon-Lewitt, A. Kendrick, S. Rogen, B.D. Howard e A. Houston) vada in onda su MTV e non su Rai1 o Canale5. Già dopo i titoli di testa con la presentazione degli attori (strepitosi) e la partenza sonora sono conquistata. Ormai le reti principali non sono più un paese per cinefili... bisogna rivolgersi a quelle più commerciali per godersi un film indipendente che sembra scritto col trattato di psicooncologia in mano. Sorprendentemente reale, leggero (nel senso migliore) e intelligente.

martedì 10 settembre 2013

Trilogia di Monica (Mi piaci da morire-L'amore non fa per me-L'amore mi perseguita)

Una volta, per soddisfare il mio bisogno di storie inconsistenti a sfondo rosa-comico, leggevo shojo manga. Poi mi sono resa conto che gli shojo che mi piacevano di più travalicavano costantemente il genere rosa per sociare nello storico, nel racconto d'atmosfera/di costume o perfino nell'horror, mentre il rosa-rosa contemporaneo mi stuccava sempre più e mi sono rivolta alla letteratura disimpegnata, riscuotendovi grandi soddisfazioni. 
Non l'avrei mai detto, ma c'è un autrice italiana che scrive storie perfette per diventare uno shojo rosa divertente in piena regola, ed è tal Federica Bosco.
Ha un nome un po' troppo neutro, e i titoli dei suoi libri sono ORRENDAMENTE mal scelti, ma se la cava: grammatica corretta, lessico non esaltante ma potabile e punteggiatura tollerabile. Cosa chiedere di più?
La protagonista di questa trilogia, per inciso in vendita in monovolume a prezzo irrisorio alla Feltrinelli di Porta Nuova, dove l'ho acquistata, è esattamente il genere di personaggio che mi fa ridere senza farmi tenerezza e che può tenermi compagnia in un lungo viaggio in treno senza dovermi immedesimare in lei. Non c'è nulla nella sua vita che mi potrebbe mai capitare, credo (storia con uomo sposato, con vedovo molto più vecchio, incinta di non sa chi....), eppure il racconto sembra verosimile. A leggerlo così, con i monti del Tenda in sottofondo, sembra persino vagamente autobiografica l'ironia dell'autrice.
Peccato per il finale che tende al melenso... troppo vegan fa male, un po' di sana cattiveria ci vuole. Ma per l'ombrellone è perfetto, vedrete che riderete come di solito si fa con i romanzi inglesi e americani!

domenica 8 settembre 2013

30 giorni di... giorno 30. L'arco narrativo o filler che ti ha colpito particolarmente.

In effetti è molto raro che abbia letto un manga in vicinanza della visione dell'anime, di solito perché i manga ch mi piacciono di più hanno (se ce l'hanno) una trasposizione grafica che data ormai da un po', e quindi l'ho vista (se l'ho vista) parecchio tempo prima, e i riempitivi spesso sono trasportati per magia in un angolo remoto della corteccia, dove restano per l'eternità senza mai esserne richiamati.

Inoltre il "filler" deve essere un'abitudine abbastanza recente, visto che tante serie più vecchie, quando ci si trovava a dover aspettare la creatività del disegnatore del fumetto, venivano perlopiù troncate con finali posticci non sempre azzeccati, e talvolta francamente idioti -sto pensando per esempio al finale di Mademoiselle Anne, cartone tratto da Una ragazza alla moda. Ma in fondo, anche recentemente questa orrenda pratica è stata perpetuata, come nell'ingarbugliato finale di Evangelion, dove non si capisce assolutamente nulla di nulla.



L'unico filler che sono riuscita a riportare alla memoria è quell'inserto di Lady Oscar in cui la madre della nostra spadaccina viene costretta a scegliere se fare da dama di compagnia alla Delfina di Francia o alla Favorita (leggi: prostituta) del Re. Ma secondo voi, cosa mai poteva scegliere??? 




Però la Du Barry era una simpatica canaglia, fatti salvi giusto quei cinque-sei assassinii che la vediamo commettere...

venerdì 6 settembre 2013

30 giorni di...giorno 29. La tua citazione preferita

Saranno trentamila! Faccio qualche esempio vario.


Snap out of it [your depression], five cents please!
(Smettila di essere depresso! Fanno 5 centesimi)
Lucy Van Pelt, Peanuts.

Quanto vorrei poterlo dire a volte ad alcuni dei miei pazienti! Lucy è diretta, indica con chiarezza e sincerità diagnosi e terapia e, tutto sommato, la sua parcella è molto onesta.



Non bisognerebbe mai fare nulla che non possa essere usato come argomento di conversazione nel dopo cena.
Lord Henry, Il ritratto di Dorian Gray.

Lord Henry viene sempre considerato il cattivo, ma non è così! Lui predica male, ma razzola bene... è Basil, il buono-vittima, il vero colpevole della trasformazione di Dorian.



E' una verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di una grossa fortuna debba essere in cerca di moglie.
Jane Austen, Orgoglio e Pregiudizio.

Certo, perché dalla Reggenza in poi siamo tutte lì a pendere dalle loro labbra... ragazze, fatevela da sole la grossa fortuna, e poi sposatevi chi vi piace! Anche se Mr Darcy è talmente perfetto che si può anche tollerare la sua sfacciata ricchezza (con un certo sforzo).



-Col sangue sol potei la pace aver del mondo [...] La morte in questa man ha un avvenir fecondo.
-Orrenda orrenda pace! La pace dei sepolcri! Questa è la pace che voi date al mondo... desta tal don orror, terror profondo.
Filippo II Re di Spagna e Rodrigo Marchese di Posa, Don Carlos.

Questo libretto data 1867, ma mi sembra attualissimo, tristemente.

giovedì 5 settembre 2013

30 giorni di... giorno 28. Il tuo prequel preferito

L'unico prequel manga che mi viene in mente tra quelli che ho letto è Tokyo Babilon, ma in primo luogo non è stato scritto dopo X e, in secundis, non mi piace un granché.

Invece mi è piaciuta molto la trilogia prequel di Guerre Stellari -anzi, in verità mi è piaciuta assai più di quella originaria, così vetusta e frusta. La nuova ha un character design sofisticato ed elegante, ma soprattutto ha Anakin, che è interessante, divertente e stra-cool. Persino quando si caccia nei guai (cioè sempre). In più l'attore che lo interpreta è decisamente bello, il che non guasta mai! E per finire, c'è Nathalie Portman...


Il mio preferito è il terzo, ma è anche quello che mi ha fatto più paura... l'ho anche sognato, per la sua violenza. Invece il primo è il più grazioso, ma non sopporto tanto il vecchio Jedi maestro di Obi Uan, Yoda è più simpatico -e poi è verde!

mercoledì 4 settembre 2013

Fergus Lamont

Fergus è un ragazzino vivace con una mamma assolutamente non integrata nel paesaggio di Gantock (Greenock), sobborgo povero di Glasgow: lei si sente estranea a tutto quel sudiciume, e vorrebbe che suo figlio si avvicinasse alle sue reali origini, figlio di un baronetto che non l'ha mai riconosciuto. Dopo avergli imposto il kilt nobiliare, la mamma lo abbandona (molto) definitivamente, e lui cercherà in ogni modo di reintegrarsi in quella classe sociale di cui si sente parte estromessa, dopo aver raggiunto onori militari e letterari. Ma forse l'alta società scozzese degli anni Trenta non è tutto quello che si aspettava, e, messo alle strette, prova ad esplorare le sue radici nelle Ebridi esterne, almeno finché il destino non lo riporta lì dove tutto è cominciato.
Questo romanzo è così poco noto che non ne esiste neppure una pagina su Wikipedia (medito di scriverla io) ed è un vero peccato, perché è davvero molto bello.
Non è molto divertente, ha un umorismo un po' scontroso, ma è un ritratto interessante e assai arguto di uno stranissimo personaggio che non sembra mai riuscire a trovare una collocazione nel mondo: nella miseria è fuori posto, ma non riesce a dimenticare i compagni della sua infanzia per unirsi davvero ai bizzarri nobili che incontra dopo aver conquistato la croce militare e il dubbio onore di sposare una scrittrice in voga che  come immagine pubblica sembra la copia conforme di Stephenie Meyer. Sembra che possa soddisfarlo solo lo straniante ambiente, in un certo senso extraterrestre, di quelle isole remote e aspre dove, impensabile Silfide, lo aspetta una dama di tale purezza da infrangere ogni sua sovrastruttura.
La scalata di Fergus comincia dall'acquisizione del vestito (il kilt) e dell'accento, in un processo che ricorda il Pigmalione di Shaw, e la sua infanzia è la degna controparte scozzese del successivo Le ceneri di Angela, che credo gli debba molto; poi si stacca da una trama che tutto sommato sarebbe ordinaria per approfondire le stranezze psicologiche di un protagonista freddo, spietato con se stesso e con i suoi cari e forse francamente matto.
Rob Jenkins scrive in modo scorrevolissimo ma mai sciatto o scontato, mescolando poco dialetto (meno male, perché il dialetto scozzese integrale è difficile da leggere, come ho scoperto con Rob Roy) all'inglese corretto degli ambienti nobili o universitari. Peccato che non sia molto pubblicizzato, spero nel mio piccolo di aver contribuito.

martedì 3 settembre 2013

30 giorni di... giorno 27. Il superpotere che hai sempre sognato di avere




Non sarà una gran cosa, ma mi sarebbe sempre piaciuto avere una spada tipo quella di Umi in Rayearth, che si ritrae dentro un bracciale, o direttamente nella mano. Insomma, sempre a portata di mano, col minimo peso. In più Umi era la più simpatica, e il suo design era il mio preferito, del disegno che posto avevo fatto una gran bella copia. Eh, che tempi, disegnavo sempre!



Un altro potere non eccezionale (da solo non risolve mai nulla) ma che mi farebbe piacere, è il fuoco di Sailor Mars, mi verrebbe utile quando sotto la doccia l’acqua non viene mai abbastanza calda… sono freddolosa!

lunedì 2 settembre 2013

30 giorni di... giorno 26. Un titolo che hai in uggia anche se non l'hai mai seguito

One Piece. Me ne hanno parlato anche bene (Acalia, sto scrivendo di te), ma io non riesco a convincermi, il disegno mi disturba profondamente e quelle poche volte che ho visto un pezzo di anime mi sembrava indicibilmente noioso.
Poi in generale le opere di Shingo Araki e le serie tipo Marmalade Boy (uno basta e avanza).

domenica 1 settembre 2013

2001 Odissea nello Spazio

Ho chiuso le vacanze estive con la visione di un film che mi aspettava da un po', essendomi stato regalato per lo scorso Natale. Che sia un capolavoro, si può dir subito, così ci togliamo questo dente: è un Capolavoro, di quelli che acquistano qualcosa dopo ogni ulteriore visione. Ora possiamo dissertare sul perché.
2001 consta di quattro parti, di cui due completamente mute. Parte prima, alba dell'uomo: un gruppo di scimmie antropomorfe incontra un misterioso monolite nero, sviluppa intelligenza, senso di possesso e di dominio, apprende l'uso della clava (...!). Parte seconda, Terra/Luna 2001: un gruppo di scienziati scopre un monolite analogo al primo sepolto ("deliberatamente") sulla Luna. Parte terza, Viene istruita una missione esplorativa che va verso Giove, lì dove il segnale radio prodotto dal pietrone sembra diretto. A bordo dell'astronave, il computer HAL 9000, intelligenza artificiale, comincia a pasticciare. Parte quarta, Giove, e oltre l'infinito: Unico superstite della missione di cui prima, Dave arriva su Giove e vicino al terzo monolite, dove vede la fine della sua vita e un nuovo inizio in forma più evoluta.
Dunque i due nuclei del film sono Spazio-Tempo (o la loro percezione nell'evoluzione) e l'Oscuro Monolite. Il resto è tutto interpretazione, dal momento che spiegare pedissequamente ciò che aveva in mente doveva essere per Kubrick uno svilimento dell'opera sua.
Che mai saranno questi perfetti parallelepipedi neri, lisci e assoluti con le loro forme pure? Chi li ha sparsi per la galassia? Qual è il loro scopo? Di che sono fatti? Certo è che, ogni volta che l'umanità vi si avvicina, fa un progresso di qualche tipo, il monolite porta sapienza; attraverso il suo contatto la scimmia apprende a usare una tibia come arma contundente e subito ne idea un utilizzo a scopo di prevaricazione, passando da un'ignorante innocenza ad una consapevolezza colpevole. 
Non solo l'uomo, del resto. Anche HAL, che pure è perfetto, fa un salto di "qualità" in relazione analogo e uccide quando ha paura di morire -reazione che più umana non si può- e devo dire che la sua fine mi ha toccato molto più della morte degli astronauti. Va bene, del resto si sa che Kubrick era misantropo assai e tutte le altre specie (animali o diversamente animate) superano l'uomo per capacità di amore e compassione.
La musica ha una parte fondamentale in tutta la pellicola, interrompendo l'uso massiccio del silenzio. I due temi principalli sono di due diversi Strauss, Johann Jr per il Bel Danubio Blu e Richard per Così parlò Zarathustra, forse suggestivo di un eterno ritorno del monolita e del superamento dei propri limiti nella creazione del Superuomo, il feto stellare del finale. Il tema proprio del monolita è invece di Ligeti, e si dice che il regista lo utilizzò senza dir nulla all'autore, in piena linea con il suo carattere "particolare".
Abbiamo già gli ingredienti per un Capolavoro, grazie alla sceneggiatura, alla colonna sonora e ai temi trattati, ma la ciliegina sulla torta è l'incredibile talento registico di chi stava dietro alla macchina da presa. Le inquadrature fisse (front projection) di panorami incredibili nascono con 2001, così come la rotazione della telecamera in sincronia con lo sfondo per creare l'illusione di una totale assenza di gravità. Semplice, efficace, assolutamente innovativo: uno stile che non ha perso smalto al punto che anche gli effetti speciali non sembrano datati e l'estetica impiegata è tutt'altro che grottesca anche quarant'anni dopo. Che differenza con la rozza astronave di Alien, o i costumi ridicoli e malamente invecchiati di Blade Runner! Qui tutto è verosimile, elegante e misurato, dagli abiti alle navi spaziali (fatte su modellini di ingegneri NASA) fino alla pulizia dei satelliti extraveicolari, illuminati da una luce quasi caravaggiana.
L'influenza di 2001 è stata enorme e capillare, ha investito non solo la fantascienza (fino ad AI, che sembra molto più di Kubrick che non di Spielberg), ma tutto il cinema: penso per esempio alla scena dell'uccisione del capitano Kurtz in Apocalipse Now, alternata alla mattanza del toro, e a quella in cui un nostro lontano parente prende a tibiate un cranio pensando già a come ucciderà il tapiro, sua preda. 
Ve lo ripeto, nel caso dopo questa lunghissima e sbrodolata recensione ve ne siate già dimenticati: nonostante (o forse anche grazie a) alcuni passaggi apparentemente composti con l'ausilio di acido lisergico, oltre che di A. C. Clarke, 2001 Odissea nello Spazio è un Capolavoro Assoluto.