sabato 31 maggio 2014

Romanzo di una strage

Di MT Giordana, con PF Favino, VMastrandrea, L Chiatti, L LoCascio, F. Gifuni. 2012, 130'

Nel 1969 esplose la bomba depositata nella Banca Nazionale dell'Agricoltura, Piazza Fontana. Uno di quegli accadimenti che cambiarono, e contribuirono a scrivere, la storia d'Italia, e che la mia generazione praticamente non conosce, perché si situano nel "buco" tra ciò che abbiamo studiato a  scuola e quello che abbiamo visto con i nostri occhi. Dapprima sembrava che gli anarchici avessero rivendicato l'attentato, poi però l'indagine sembrò arenarsi ad un impasse. O meglio, un punto morto: dopo che il capo della sezione Anarchici locale, il retto Pinelli, fece un volo dal quarto piano di uno stabile della Polizia Politica, il punto era morto assai. La finestra da cui precipitò era quella del Commissario Calabresi, non presente nella stanza al momento della defenestrazione, e ucciso dopo un ulteriore, infruttuoso, proseguimento delle indagini. 




Non è vero che il cinema italiano non ha più niente da regalarci sul fronte dei lavori politicamente impegnati, anzi forse è la branca della nostra produzione rimasta di più alto livello. E non è vero che i nostri attori non sono capaci, come dimostrano i protagonisti di questa storia buia e truce: probabilmente serve solo che il regista sia all'altezza del suo compito.
Suddiviso in tanti atti secondo un incedere da Opera Lirica, questo romanzo di una "strage di stato" rimane fumoso, preciso ma oscuro, buio, triste, disperato come la Anna Bolena che cita. Da un lato i due protagonisti, chiari ed espliciti, e condannati all'insuccesso e alla morte, dall'altro le stanze del potere intorno cui grava costantemente quel quid di indeterminatezza, nascosta nelle pieghe della voce di Moro, nella cartelle ventiquattr'ore di tutta l'intelligentia politica che sa(peva) e forse partecipa(va) degli accadimenti, fuori controllo solo nella percezione degli ignari spettatori. 
Quegli spettatori non hanno mai conosciuto la fine, né dopo pagine e pagine scritte, né dopo interrogatori a porte chiuse, né dopo 33 anni di processo. Al termine del quale, senza un colpevole, lo Stato ha avuto il cattivo gusto di chiedere le spese processuali ai parenti delle vittime. Un tocco di classe.
Lungo, e pesante, ma ne vale la pena, anche se non è bello come I cento passi o La meglio gioventù. Però forse la materia oggetto di disamina questa volta era ancora più difficile da gestire.

martedì 27 maggio 2014

La Ciociara

Di V. De Sica, con S.Loren, JP.Belmondo. 1960

Cesira è felicemente vedova e tutta la sua vita ruota intorno alla figlia Rosetta, creatura immacolata e fiduciosa. Durante i bombardamenti di Roma le due donne sfollano in Ciociaria, dove affrontano fame, povertà e le conseguenze che esse hanno sull'animo umano. Al momento dell'armistizio la tragedia, invece di arrestarsi, arriva al suo culmine: prima Michele, loro amico idealista e profondamente morale, viene portato via da un gruppo di tedeschi in fuga, poi madre e figlia subiscono la violenza di gruppo di un plotone di soldati marocchini (alleati!) in una chiesa. Rosetta ne è a tal punto stravolta da tramutarsi subitamente in una donna più che disincantata.



Grande De Sica, in una trasposizione magistrale del libro di Moravia che denuda in tutta la sua crudezza l'inutilità dell'orrore della guerra, la bassezza cui l'essere umano può giungere quando non c'è un principio sano a guidarlo e la violenza lo sporca, e la colpevole mancanza di tutela il Potere manifesta improvvidamente verso chi lo legittima quotidianamente. Assurda, nella sua verità, la critica del gerarca nazista che sottolinea al notabile del paesello la sperequazione che in tempi così difficili si acuisce tra le classi: chi ha la dispensa rifornita, chi per miseria è stata privata di suo figlio neonato. Per non parlare della famosissima, agghiacciante scena dello stupro. Non solo in una cappella, luogo che per antonomasia dovrebbe offrire protezione: peggio è che i responsabili del plotone prendono Cesira per matta e l'abbandonano sul ciglio di una strada a raccogliere il suo rancore.
In questo teatro di sfacelo, la perfezione del film è nella speranza e nella purezza che Moravia e De Sica riescono a infondere nel racconto, grazie al personaggio di Michele, un "sovversivo" (che nella definizione di Cesira è una brava persona che "non c'ha tanta voglia di lavorare") spirituale, che litiga col padre perché non si adagi nell'italianismo deteriore che aspetta sempre di essere salvato da qualcun altro, che anche dopo aver rotto i ponti con i ranghi ecclesiastici cerca (senza successo) di leggere il Vangelo agli latri che lavorano e si agitano per le loro piccole cure, e che coltiva ancora l'Amore, in mezzo al delirio e alla vacuità degli eventi. Lui solo, dalle fattezze bruttarelle di Belmondo, è presenza salvifica in vita per la madre, resa ladra dalla fame, e da morto per la figlia, ripescata dall'abbrutimento proprio dalla notizia del suo assassinio.
Splendida la Loren, incorniciata da una fotografia perfetta, capace di rappresentare la Madre per eccellenza, nuova Pietà, bella da togliere il fiato e geniale nella disperazione. Meritatissimi tutti i premi da lei raccolti, primo tra tutti l'Oscar, ma anche BAFTA, David di Donatello e molti altri.

martedì 20 maggio 2014

Il ladro dalle mille facce

CLAMP, 1990. Due volumi (Starcomics e JPop)

Akira è un ometto perfetto, pulito, preciso e fa tutto in casa: pulisce, cucina per le (due!) mamme e, su loro richiesta, ruba in giro oggettistica varia. Nelle sue scorribande extrascolastiche incontra Utako, una bella coetanea con un carattere forte (deciso understatement) che gli ruba il cuore. E per una volta non finisce con una strage.

Il ladro dalle mille facce è un'opera anomala per le favolose di Osaka: abbastanza divertente, infantile, leggera. Parla d'amore, senza dilungarsi troppo in riflessioni sul destino, sull'inevitabilità e sulla realizzazione forzata di desideri. Praticamente l'anti-RG Veda!
Però è ampiamente godibile, grazie anche alla sua brevità, e richiama la grande tradizione di ladruncoli manga, da Lupin a Occhi di Gatto, che poi verrà ripresa anche da Saint Tail solo qualche anno dopo.
Il disegno è di buon livello, con i topoi delle CLAMP dell'epoca
, a partire dagli immancabili occhi con i "triangolini" (canto laterale penso sia la parola giusta), ma preferisco lo stile un po' più tardo ed estetizzante.
Il personaggio più carino è certo Utako, donnina di carattere che aspira in fondo alla normalità: marito amato, lavoro onesto e una capanna; è capace anche di qualche insight decente.
Opera non indispensabile, ma devo dire che per il prezzo per cui l'ho acquistata (2€ completa e nuova) direi che non si poteva lasciare lì!  

lunedì 19 maggio 2014

Omicidio a luci rosse - Body Double

Di B. DePalma, con M. Griffith, C.Wasson. 1984, 114'

Un attorucolo di film horror viene scaricato da un set perché, soffrendo di claustrofobia, ha difficoltà a girare alcune scene. Un collega si propone di prestargli un magnifico attico pieno di piante in una specie di torre, e nella locazione è compreso uno spettacolino privato: la vicina, ben visibile grazie ad un cannocchiale, si diletta a rasserenargli le serate. Peccato che dopo qualche giorno uno sconosciuto che la seguiva la uccide crudelmente (con un mega trapano!). Di lì a poco il nostro protagonista scopre un'attricetta di film porno il cui cavallo di battaglia sembra proprio il siparietto della sua vicina ormai defunta...

Sembra un'astronave, ma è un appartamento.
Sono gli Eighties, baby...

Non tutto è male in questo Body Double, e il meglio è sicuramente l'omaggio a Vertigo (La donna che visse due volte) e anche a La Finestra sul Cortile di Hitchcock. Certo, a livello di suspance il maestro era insuperabile, mentre in questo caso il ritmo è decisamente più lento e l'individuazione del colpevole avviene entro i primi dieci minuti di film, prima ancora che l'omicidio sia perpetrato, ma pazienza. Siamo clementi.
Poi è molto divertente la rappresentazione (contemporanea, peraltro) degli anni Ottanta, con le loro assurde esagerazioni: i colori estremamente accesi, i vestiti sgargianti, eccessivamente sexy ed evidentemente scomodi, l'appartamento che si raggiunge con la funivia, l'opulenza dell'arredamento -il letto rotante è da antologia. L'altro lato della medaglia è l'eccesso di kitsch, fino alla nausea: l'ambiente gretto dei film di quarta categoria con i fondali che sembrano presi dai teatrini delle marionette, le palme finte, i tramonti fasulli, il trionfo del poliestere e un tripudio di violenza plasticosa che culmina proprio nella scena dell'assassinio. Orribile è orribile, ma il problema è che è ridicola. Non saprei dire se DePalma la volesse così. 
Devo dire che non amo molto questo regista, di cui salvo praticamente solo Gli Intoccabili, Carrie e Carlito's way. Il Razzie Award per Omicidio a luci rosse è ampiamente meritato: la sensazione generale è quella di veder, proprio malgrado, qualcosa di malriuscito anche se con intenti non del tutto disprezzabili. Alla fine la migliore è la Griffith, brava attrice che non si smentisce anche in questa parte un po' ingrata. Deludente la titolata colonna sonora di P.Donaggio.

domenica 18 maggio 2014

Happy go lucky - La felicità porta fortuna

di M. Leighs, con S. Hawkins. 2008

Poppy fa la maestra d'asilo e vede tutto attraverso splendidi filtri rosa. Tutti intorno a lei sono brave persone, e non potrebbe credere altrimenti. Il suo essere single è solo la manifestazione della sua libertà, il suo cattivo gusto nel vestire solo esternazione della sua vitalità. Insomma, più che Poppy, dovrebbe chiamarsi Polly(anna). 

Mi piace S.Hawkins, l'ho vista per la prima volta in We want sex e la trovo brava interprete e simpatica. Però è anche bruttina, e sciatta e malmessa com'è in questo film a volte mi irrita un po', mi sembra troppo compiaciuta nella sua soddisfazione. Inoltre qui è l'unico motivo che ho trovato per vedere il film, perché a parte qualche passaggio gradevole e leggero (tipo le lezioni di tango o quelle di guida) il problema dell'insieme è la solenne assenza di trama e di costrutto.
In linea teorica potrei anche apprezzare l'idea di base di dimostrare che chi non si  stressa per ragioni di poco conto arriva più velocemente e felicemente al cuore delle cose, ma -bene o male che sia- sono così distante dall'ottimismo scanzonato e un po' svampito della protagonista che non riesco a solidarizzare completamente con lei. Mi devo sentire un'ipocrita frustrata perché abbino i miei abiti o mi pettino prima di uscire? Confesso: a volte metto persino un po' di fondotinta sui brufoletti e non mi sbronzo praticamente mai. Però continuo a non sentirmi un'oca superficiale. Potenza dell'autostima: anche Poppy non potrebbe avere niente da ridire.

lunedì 12 maggio 2014

Alabama Monroe - Una storia d'amore

Di F.Groeningen, con J.Heldenbergh e V.Baetens. 2012

Elise e Didier si innamorano, due personaggi un po' fuori dalle righe che sembrano sbucati da un Sud americano atemporale. Lui è un cantante di bluegrass (un tipo di country music ritmatissimo e pieno di sonorità a corda: mandolino, banjo, violino, contrabbasso, chitarra), lei è una tatuatrice che porta sulla pelle ogni pietra miliare delle sua vita. Hanno una meravigliosa figlia, che si ammala e SPOILER muore di leucemia. La coppia regge malamente all'impatto con la valanga, ed Elise, mutato il nome in Alabama, abbandona anche il marito nel modo più definitivo che esiste, ma riafferma il suo essere, per sempre, sua moglie FINE SPOILER.

Era il mio primo approccio al bluegrass, e me ne sono già innamorata. Le musiche meravigliose di questo film mi sono rimaste nel cuore, devo recuperare qualcosa per approfondire il genere.
Mi sono molto piaciuti i due protagonisti, lei con un fisico nervoso che "parla" e lui che dà l'impressione di portare incise nelle rughe le disillusioni di una vita, una specie di omone triste, con i denti inferiori separati dalla rabbia di chi non può capire l'incomprensibile. Non mi ha sorpreso leggere che ha scritto la piece, parzialmente autobiografica, da cui il film è tratto. Bellissime le voci originali, molto espressive nonostante la V.O. (non so perché ero convinta che il film fosse stato girato in inglese, e mi sono trovata a cercare di seguire con i sottotitoli quel miscuglio di francese, inglese e tedesco che è il fiammingo).
L'aspetto stilisticamente più interessante del film è la gestione del continuum temporale, che procede molto liberamente per salti in avanti e indietro. Allo spettatore la decodifica del momento è resa più facile dall'uso intelligente di abiti e pettinature che inquadrino il momento rappresentato. Mi ha ricordato un po' Fine di una storia, intelligente pellicola di Jordan tratta dall'omonimo libro di Greene. L'altro aspetto in cui Alabama Monroe lo ricorda parecchio è il tema della fede: SPOILER qui lei è agnostica, ma dopo la tragedia anela ad un contatto col divino, per riappropriarsi di quella figlia così crudelmente persa, lui è ateo convinto e arrabbiato. Gli sembra non solo che la Chiesa sia ottusa e oscurantista, ma che ogni singolo fedele delle confessioni monoteiste sia di per sé un baluardo dei fondamentalisti senza i quali la sua vita sarebbe sicuramente stata più felice. E come Maurice, nel momento di massima disperazione anche Didier sarà tentato di concedere uno spiragli all'aldilà, anche se credo che sarà solo una fase momentanea. FINE SPOILER
La fotografia fa molto Grande Sud come se lo immaginano gli europei e come in effetti nei film americani non lo vediamo mai, e riflette molto bene la desolazione senza appello che permea tutta l'opera.
Se devo trovare un limite al film è proprio questa mancanza di un raggio di luce. D'accordo, non mi aspettavo una commedia farsesca vista la colonna sonora, ma un filo di speranza non si nega a nessuno...

domenica 11 maggio 2014

Noah

D. Aronofsky. Con R.Crowe, E. Watson, J.Connelly, A.Hopkins, 2013. 145'

Dopo l'assassinio di Abele, i discendenti di Caino hanno colonizzato la terra in maniera brutale; la discendenza di Set, il terzo fratello, è ridotta ad uno sparutissimo manipolo che abita sterili montagne e vive rispettando la Creazione. Noé, ultimo dei loro capifamiglia ha una visione: piogge mai viste scuoteranno il mondo e compito suo sarà preservare le specie animali, custodendo in un'Arca una coppia
di ciascuna. Nel preparare il tutto, con l'aiuto dei Vigilanti (angeli caduti coperti di terra e pietra), assiste più volte alla barbarie efferata dei Cainidi e, schifato, interpreta gli eventi come la prova che Dio vuole riportare l'Eden al suo stato originario, ante homo. Così non solo nega una moglie ai suoi due figli minori, ma quando la moglie del maggiore concepisce crede sia suo compito sacrificare le creature all'Altissimo.
Il cigno nero mi era piaciuto molto e quindi, nonostante avessi visto un trailer non proprio convincente, avevo deciso di dare fiducia al regista. Gli attori sono bravi e si sforzano di recitare con dignità anche nei momenti di pathos più urlato e di disperazione più nera. Reggono le quasi due ore e mezza garantendo sempre un certo ritmo.
Altro plus del film è l'interessante visione della creazione in senso evoluzionistico (gli animali che si selezionano dopo il diluvio, la spiritualizzazione dei grossi rivolgimenti naturali che la Terra ha attraversato) e in parallelo anche l'evoluzione del rapporto tra Dio e l'uomo: prima un Signore giudicante e crudele che governa su uomini pari a bestie, poi man mano che l'umanità procede verso il meglio anche Dio gli rivela il suo volto più misericordioso (fino all'avvento di Gesù).
Poi c'è il resto, e per essere delicati è una calamità (non) naturale. La realizzazione sembra un incrocio tra Titanic e Il signore degli anelli, tra le tonnellate d'acqua che sembra spruzzare dai geyser invece che piovere dal cielo e le fucine prese di peso da Mordor. Tutta la gestione della trama è deficitaria, soprattutto nella prima parte che riassume l'inizio della Genesi e non parla per nulla del rapporto tra gli uomini e Dio, né tra questi e il singolo Noè, annegato nei suoi dubbi. Dopo una breve visione, il povero protagonista non è mai più contattato dal Creatore, affonda in una forma di nichilismo anti-umanista e arriva a negare ai figli la possibilità di prender moglie (ma quando mai!). L'allontanamento dall'originale massimo nella figura dei Vigilanti, tratti da uno scritto apocrifo di Enoch e forse mutuati un po' dalla figura ebraica del golem: tutto bene, se non fossero così ridicoli.
Credo che alla base dell'opera ci fosse anche un intento ecologico, peraltro non dispezzabile, ma che non ha sfruttato l'aspetto favolistico della storia tramandataci. Per esempio la rappresentazione degli animali è del tutto marginale e realizzata completamente in CGI, e lo stesso dicasi per le immagini della creazione. Regista, passa a riguardarti The tree of life, così impari come si fa. Un altro livello.
E per finire, d'accordo il patente desiderio di riportare il colossal biblico ai fasti degli anni andati, ma non era il caso di riprendere certi assurdi anacronismi, tipo Matusalemme che beve il tè (ebbene, sì!! e con due patate fritte, magari) e per migliorare la trasmissione tra Noè e Dio, in quello del nipote aggiunge un fungo allucinogeno. 

Per quanto riguarda la sala, il Reposi è ormai un cinema pieno di schermi tristemente piccoli e poco soddisfacenti. La sala 4 è stretta e piana, quasi da oratorio, e ha mortificato i bei paesaggi islandesi della scenografia. Bocciata.

mercoledì 7 maggio 2014

To Rome with love

Di e con W.Allen, con A.Baldwin, R. Benigni, E.Page, J.Eisenberg, P.Cruz. 2012. 111'

Quattro episodi: 1) Sally porta i genitori americani a conoscere il promesso sposo italiano e la di lui famiglia. Il padre di lei (Allen), scopre che il consuocero ha un dono insolito nel canto lirico; 2) un tranquillo signor nessuno (Benigni) assurge agli onori della cronaca per nessun motivo comprensibile, ma passato il quarto d'ora di celebrità nessuno si ricorda di lui; 3) una coppia di ragazzi ospita un'amica (Page): lui (Eisenberg) se ne invaghische, ma il super-io collettivo del terzetto (Baldwin) lo consiglia diversamente; 4)una coppietta di americani viene a Roma in vacanza per conoscere gli zii di lui: lei si perde in città e finisce sul set di un film in cui viene insidiata dall'attore marpione, lui si ritrova in camera una prostituta (Cruz) che lo inizia all'allegria.

 Avevo letto peste e corna di questo film, quindi sono partita piuttosto prevenuta: cercherò dunque di essere il più obiettiva possibile e basarmi nel mio giudizio solo su ciò che ho pensato durante la visione. 
Che il tutto sia un coacervo di luoghi comuni sull'Italia è un fatto indiscutibile da cui non si può prescindere; dall'altro lato non posso negare di essermi divertita con alcuni passaggi. Le storie 1) e 3) mi hanno divertito di più. Entrambe vivono soprattutto dello psicanalismo à la Allen, che dopo tanti anni è ancora il pezzo di battaglia del regista. Nella prima sono più scoppiettanti i dialoghi, nella terza mi è piaciuta la storia, il modo di dipingere la ragazzetta sexy finto-intellettuale per cui un sacco di maschietti sbavano stupidamente e soprattutto la personificazione di un super-ego collettivo, nipote del magnifico, geniale coro greco (sia quello originale, sia quello di La dea dell'amore, esilarante).Inoltre in questi due episodi sono riuniti gli attori più adatti ad un film alleniano. Nella storia 2) vorrebbe esserci una critica al (nostro?) sistema televisivo che esacerba ridicolmente l'attenzione su persone qualunque senza artené parte, che preferiscono essere "ricchi e osservati piuttosto che poveri e soli". Uno strale al Grande Fratello e affini, insomma: peccato ce questi tipi di format hanno radici decisamente americane (e molto poco italiane), per non dire dell'ideale pop di quarto d'ora di notorietà, già teorizzato da Warhol (non esattamente italiano). Insomma, a forza di guardare le pagliuzze negli occhi degli altri... L'arco narrativo 4) è sicuramente il peggiore, quello che più di tutti è degno di un film dei Vanzina. Il 3) poteva essere didascalico, o presuntuoso, ma almeno non era volgare, mentre il 4) sì, lo è. Ovviamente non ci sono scene osé, parlo di volgarità intellettuale, di questa idea cretina di una coppietta ingenua che per liberarsi delle proprie inibizioni si tradisce con una lucciola di passaggio e con un topo d'albergo (Scamarcio, in un cammeo svestito).
In definitiva, non il peggior Allen di sempre, ma riuscito solo in parte.

martedì 6 maggio 2014

Nemico Pubblico

Di M.Mann, con J.Depp, C.Bale, M.Cotillard. 2009, 143'

Negli anni della Grande Depressione il banditismo era all'ordine del giorno. Nel '33 John Dillinger era uno dei fuorilegge più famosi, stravagante e presuntuoso, una via di mezzo tra un rapinatore di bassa lega e il Grande Gatsby. Sulle sue tracce, Melvin Purvis, segugio FBI che sembra uscito da Gli Intoccabili. E in mezzo, più come cuscinetto che come oggetto della contesa, la donna di Dillinger, Billie. 

Un film d'altri tempi. Naturalmente la realtà è stata parecchio romanzata, con regista e sceneggiatore che si giustificano al grido di "questa è Hollywood, folks!", ma non ci sono momenti di noia nella narrazione. Purvis cerca John, che vuole vivere nell'oro e morire vecchio nelle braccia di Billie. E Billie lo ricambia. La romanticissima storia tra la ragazza e il protagonista sembra uscita da una canzone di Lana del Rey, una cosa tipo "Blue Jeans". 
La fotografia nei toni del marrone ricorda i gangster movies degli anni Settanta e Ottanta, ma in modo volutamente rétro. Per quanto riguarda la regia, premio il ritmo, ma non ho visto una grande innovazione nel modo di filmare. E poi ci sono gli attori, splendidi. Prima di tutti Marion, così luminosa nella recitazione da sembrare sempre bella, nonostante non lo sia affatto, e persa nel ruolo dell'amante triste e malinconica. Bale ha il fisico del poliziotto tutto d'un pezzo uscito da Dick Tracy, ma ci aggiunge qualcosa di ambiguo nell'espressione che lo rende più inquietante e interessante. Per tutto il tempo non si può fare a meno di chiedersi se sia il cittadino al di sopra di ogni sospetto che ci mostrano, o se c'è il lato oscuro anche dietro quello sguardo di titanio. Infine Depp: genio, bello, interessantissimo. Qualcosa nella sua recitazione mi ha ricordato Di Caprio, forse nel sorriso obliquo o in quella sorta di innocenza che lo accompagnava anche nei crimini più cruenti.Ho poi letto per caso che la parte di Dillinger era stata pensata proprio per Leo, può darsi che il regista abbia cercato di forzare il personaggio in questo senso. 
Non un mio personale cult, di quelli da rivedere infinite volte, ma una visione attenta la merita, anche per la rappresentazione di un'America depressa e spezzata, in cui la vita del singolo disperato non aveva forse un grande valore e l'eccesso e il successo, anche sinistro, era l'unico modo per uscire da una palude di mediocrità desolata.

lunedì 5 maggio 2014

In una lontana città - Quartieri Lontani

Jiro Taniguchi, 420 pagine circa. Coconino Press

Hiroshi torna quasi per caso nella sua città natale e dopo un breve momento d'incoscienza si risveglia quattordicenne, in pieni anni Sessanta. Sta per rivivere l'anno più intenso della sua adolescenza, tra amoretti giovanili, doveri scolastici e segreti familiari. Dopo qualche giorno si rende conto però che può riscrivere qualcosa del suo passato, evidentemente non fissato nella pietra.

In Italia Quartieri Lontani è edito in due volumi piuttosto belli ma anche discretamente cari, mentre in Francia si trova facilmente in una bellissima edizione con volume unico cartonato con sovraccoperta ad un prezzo più modesto (strano ma vero). Trovo che in questo caso l'edizione francese sia più meritevole, non solo per l'alta qualità della carta, della trasposizione e del lettering, ma anche perché questo formato fa somigliare l'opera ad una vera e propria graphic novel.
Questo è, un romanzo a fumetti, e davvero ben riuscito. E' anche da poco diventato un film, diretto da Sam Garbarski, e ovviamente non distribuito in Italia. Ci sorprende, in un paese dove abbiamo aspettato vent'anni Porco Rosso di Miyazaki? Direi di no.


Lo spunto della trama forse non è originalissimo, ma la gestione del racconto sì. Niente di più lontano da un Ritorno al futuro pieno di azione ed effetti speciali, sostituiti da pazienza, riflessione, introspezione, acume. Hiroshi si gode finalmente la sua giovinezza (che per definizione, mentre passa, uno non si gode mai) e capisce con la maturità di un adulto alcuni accadimenti che non era stato in grado di decodificare la prima volta. Inoltre, naturalmente, vede meglio nella sua vita da adulto.
L'estrema raffinatezza ed eleganza del disegno varrebbero da soli l'acquisto del magnifico volume. Il tratto è molto realistico, mantenendo però qualcosa di fiabesco. I personaggi sono bassi e un po' tozzi, con la corporatura tipica del giapponese medio, ma tutti sono puliti, ordinati, quasi azzimati. Taniguchi con gran classe ci risparmia quell'iper-realismo presente in molta graphic novel americana post-Will Eisner, piena di denti marci, nasi che colano, cispe e peli ispidi. Da recuperare, e sono curiosa di leggere Ai tempi di Bocchan.

domenica 4 maggio 2014

Le letture con cui sono cresciuta: la giovinezza

E il seguito delle letture della crescita: dai quattordici ai venti, gli anni del liceo e l'inizio dell'università. Furono anni in cui lessi soprattutto grandi classici della letteratura internazionale, perché tutto sommato mi piaceva andare sul sicuro. Mi dicevo che se un libro aveva superato i secoli resistendo all'oblio, probabilmente non doveva essere così male. Alla faccia di tutti i finti radical-chic-ismi del mondo, continuo a pensare che sia vero, perché non esiste giudice più severo della posterità.
Sono anche gli anni in cui cominciai a leggere fumetti in quantità industriale e a collezionare attivamente qualcosa di più che Sailor Moon; non esiste età migliore della malinconica adolescenza per apprezzare un manga, magari che culmini in un bel bagno di sangue!

1)Il Gattopardo: la fine del Ginnasio. Quando l'estetica del Bello incontra la poetica della malinconia e un certo gusto per il grottesco politico, nasce un capolavoro. C'è il genio del Decadentismo senza le sue pieghe più idiote (di cui parlavo nel post precedente), c'è l'arguzia del Verismo senza il suo coté volutamente maleolente, c'è lo storicismo dei Romantici senza la visione ingenua e un po' demagogica che il progresso dell'uomo procede per tappe verso la costruzione di un mondo migliore (mi riferisco soprattutto a Tolstoj e Hugo, che all'epoca non amavo affatto).
Kendappa-o, l'arpista di RG Veda

2)RG Veda: immagino che ai ragazzini di oggi debba sembrare datato, ma per me fu una specie di rivelazione. Sangue, Amore e il desiderio di essere più forti del Destino in una creatura superiore che travalicasse le leggi degli uomini e dei cieli. In realtà non c'è nulla di Nietschiano in quest'opera disegnata in uno stile molto art nouveau ricchissimo, che si vedeva da noi per la prima volta e mi sembrava assolutamente di rottura rispetto al fumetto b/n tipo Dylan Dog, in cui i personaggi sembravano tagliati con l'accetta, sia a livello grafico che psicologico.

3)La fata carabina: se in Inghilterra, ai tempi dei viaggi studio, avevo già incontrato D. e anche E. (con cui ci saremmo ritrovate a sorpresa all'università), sempre al Ginnasio incontrai la mia amica A. con cui ci scambiavamo spesso il ruolo di Suggeritore di Libri. Fu lei a parlarmi per prima di Pennac e, incuriosita, comprai Il paradiso degli orchi. La folgorazione giunse però con La fata, facendo conoscenza con l'Ispettore Pastor, il killer travestito da agnello tutto avvolto nel suo golfino di lana fatto ai ferri dalla mamma. Geniale, mi ha fatto vedere una Parigi che nessun turista pensa mai. Lo dico pubblicamente: è colpa di Pennac se ho trascinato mio papà a fare un tour del Père Laschaise (il cimitero monumentale a Parigi, in cui c'è, tra le altre, la tomba di Oscar Wilde) e anche del mio amore per Gadda (che senza il libraio criminale Risson non avrei mai approcciato).

Mokuren di Proteggi la mia terra
4)Proteggi la mia terra: manga stupendo che racconta di sette scienziati extraterrestri morti e ora reincarnati in altrettanti ragazzini giapponesi. Cominciò a comprarlo A, che si stufò nel non vedere una sùbita fine: glielo comprai e proseguii io, facendo bene. Ora è introvabile, ma amatissimo. Lo scavo psicologico dei personaggi, che erano una marea (quattordici solo i principali, ché la reincarnazione ha sempre qualcosa di diverso rispetto al suo io precedente), teme pochi rivali anche tra i romanzi più titolati, e i disegni non sono male, pur restando molto lontani dalla perfezione delle CLAMP.

5)Lezioni Americane: l'ultimo Calvino non è neppure un romanzo, ma una serie di lezioni e conferenze. Senza questo miracoloso libretto non avrei potuto apprezzare libri come L'insostenibile leggerezza dell'essere o anche opere più ponderose come L'orlando Furioso e il Decameron. Queste riflessioni sono un concentrato di intelligenza... che perdita, quando Calvino ci ha lasciati.

6)Corto Maltese: il primo approccio con Corto risale all'antologia delle scuole medie, che ci presentava il "fumetto, entità poco riconosciuta in tanti ambienti culturali italiani, spargendo un po' a caso tavole dei migliori disegnatori (mi fa ridere pensare che ci fosse anche Crepax... in un libro per i 12 anni! ovviamente ipercensurato!). Poi in prima liceo il prof di matematica ci parlò di Ipazia, ci fece recuperare un assurdo libro sui martiri cristiani dell'ondata di Quo Vadis e ci assillava con storie di donne matematiche. Trovai in una fumetteria che frequentavo all'epoca Favola di Venezia, e con somma gioia lo presentai all'insegnante che, ovviamente, conoscendo la vita molto più di me, ne fu entusiasta ed ebbe modo di godersi tutte le sfumature politiche e i riferimenti alla Massoneria che Pratt aveva infilato dovunque. Forse ancora oggi è il mio Corto preferito.

7)I Promessi Sposi: a differenza della maggior parte degli Italiani, io lo amo molto. La mia prof di Italiano, in un atto di insurrezione privata, decise di NON farcelo studiare in modo canonico. Lo lessi esattamente come un qualunque romanzo e mi piacque un mondo per finezza espressiva e capacità di delineare delle figure vividissime. La Monaca di Monza è in 3D, buca la pagina!

7bis)La divina Commedia: l'altro classico odiatissimo, la Comoedia, è spettacolare. Il motivo per cui non è tanto amata è semplice, e dirlo è politicamente scorretto, ma io ME NE FREGO e lo dico lo stesso. A tanti non piace perché è difficile. Perché per capirci qualcosa bisogna FARSI UN PO' IL FONDO. Oh, yes. L'ho detto. Dentro c'è tutto: amore, morte, intrigo politico, astronomia, filosofia religiosa e basi di ermeneutica, poesia pura e cattiveria verso il nemico di tutti i giorni. Tutta l'umanità si specchia nella massima opera italiana. La semplice verità è che nella vita, per godersi veramente il meglio bisogna sudarselo, e niente che arrivi senza fatica vale davvero la pena. Ringrazio Dio di averlo capito abbastanza presto da godermi Dante quando potevo permettermi il lusso di studiarlo. Da poco ne ho comprato l'edizione illustrata da Dorè, sperando che un giorno dei bambini la sfoglieranno...


8)Harry Potter: avevo 17 anni quando sbarcai a Malta in vacanza studio. Problema: a Malta, a parte qualche caletta, non c'è NULLA da fare. Il programma proposto era scuola al mattino, discoteca quasi tutte le sere e nel resto del tempo piscina dell'albergo. Detestavo le discoteche e anche il fatto che in hotel fossimo perlopiù italiani, ma ero riuscita a trovare una compagna di stanza finlandese che leggeva JKR. Comprai i primi 4 tomi e mi immersi nella lettura al sole: finii prima della vacanza, e per gli altri cominciarono lunghi anni di attesa...

con Marilyn...
9)Il Signore degli Anelli: avevo provato a leggerlo in terza media, trovandolo noiosissimo. Il natale che compii 18 anni uscì il primo dei film della trilogia e decisi di vederlo dopo aver letto il ponderoso tomo, dando il via ad una folle maratona: nel pieno della stagione di verifiche e affini, finii in 9 giorni, trascinandomi il libro anche nella vasca da bagno. Immenso.

10)Musica per camaleonti: il trittico di bellezza maxima che per me è forse il più grande libro americano del secolo scorso, anche più grande di Roth. C'è l'arte del racconto breve, l'invenzione di una nuova forma narrativa (il romanzo-verità: come un fatto diventa notizia) e soprattutto i ritratti dialogati del gran finale. Perfetto, lirico, assolutamente post-moderno.

11)Queste oscure materie: l'abisso tra innocenza ed esperienza. Folgorante, doloroso. Sull'edizione francese c'è scritto "adatto dai 14 anni": io vi dico che chiunque faccia leggere la trilogia ad un quattordicenne o pensa che il ragazzino sia un cretino che non si rende conto di cosa legge, oppure è uno che porta i bimbi delle elementari a vedere i film di Tarantino. Per capire, 14 anni sono sufficienti. Per digerire certe scomode verità, forse no. Lo diceva Wilde...l'arte è superficie e simbolo: chi penetra sotto la superficie lo fa a suo rischio e pericolo, chi interpreta il simbolo, lo fa a suo rischio e pericolo.

12)La donna che morì dal ridere: ovvero la neurologia come non s'è mai vista. Certo è debitore della forma di base ad Oliver Sacks e al suo divertente L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, ma il livello scientifico è completamente diverso. Sacks scrive dei racconti brevi di intenso sentimento partendo da casi clinici, Ramachandran spiega bene le neuroscienze a profani (ma non troppo) che poi se ne innamorano perdutamente.

sabato 3 maggio 2014

Le letture con cui sono cresciuta: l'infanzia e la prima adolescenza

Anche io partecipo ad un altro dei tanti meme nostalgici del Cannibal Kid, che come sempre potete apprezzare qui, nella sua pagina.

La mia carriera di lettrice comincia molto presto, assai prima che quella di cinefila e infinitamente prima di melo-appassionata (ché melomane mi sembra pretenzioso, non sono all'altezza). Si divideva equamente tra libri e fumetti, e in verità tale suddivisione ancora mi accompagna.

1)Titì: erano le avventure di Titti e Silvestro, raccolte in un giornalino che sta ancora insieme con l'aiuto dello Spirito Santo e, più profanamente, di una bustina di plastica che lo contiene. E' il mio cimelio, praticamente sta alla mia collezione di fumetti come il primo cent a Paperone. Me lo leggeva papà prima di dormire prima ancora che imparassi a leggere (cosa che ho comunque fatto molto presto perché ero troppo curiosa per poter vivere senza) e se per una sera non lo si aveva sottomano, il poverino di futura canonizzazione lo "leggeva sulle mani", nel senso che ormai lo sapeva a memoria e faceva finta di voltare le pagine. Probabilmente, quando l'Alzheimer mi coglierà, le ultime cose che ricorderò saranno le storie di Titti. Poteva andare peggio.

2)Il Corriere dei Piccoli: geniale settimanale per bambini di tutte le età, pubblicava i primi manga che comparivano in Italia, i Puffi e una serie di fumetti bellissimi, tra cui ricordo con particolare amore Arcibaldo e Petronilla (in rima), il diario di Stefy (una bambina terribile) e le storie di Gino, un mini-corso di etologia a fumetti sceneggiato benissimo.

3)Le piccole donne: a guardarlo con occhio critico, direi un manuale di parenetica protestante. Però rimarrà sempre nel mio cuore per molte ragioni. La prima è che è il primo romanzo "intero" che ho letto autonomamente; la seconda è che sono partita con l'idea di somigliare tanto a Jo, maschiaccio anticonformista, e con gli anni mi sono resa conto di immedesimarmi molto di più in sua sorella Amy. Le sorprese della vita non finiscono mai.

3)Il giardino segreto: questo è un vero capolavoro senza età e fui io a consigliarlo ai miei genitori che lo amarono molto. Con questo romanzo comincia la mia carriera da suggeritore di libri e addetta di casa al Dipartimento Tempo Libero e Arti. La protagonista intelligente e musona, graziosa ma non bellissima, mi è sempre stata simpatica, in barba a tutte le Pollyanna e le principesse sul pisello del mondo.

4)Il mondo di Kitt: sconosciutissimo libro che narra infanzia e giovinezza di una ragazzina timida, sparuta e un filo depressa che coltiva in silenzio il suo amore per l'amico di infanzia Sven a cavallo della seconda guerra mondiale, vista dall'insolita prospettiva dei paesi scandinavi. Era un vecchissimo libro di mia mamma che trovai nella casa in Calabria dai miei nonni quando passavo con loro lunghe estati assolate. Romantico all'estremo, ha una protagonista un filo triste, ma resistente come acciaio, che -rifiutata da sua madre- in pieni anni quaranta si rimbocca le maniche e va a fare la maestra di asilo invece che aspettare che piova la manna dal cielo. Tostissima.

5)Il piccolo principe: regalo di un carissimo amico di famiglia, che nella dedica mi scriveva "l'essenziale è invisibile agli occhi". L'ho letto e riletto per anni, ogni volta trovandoci qualcosa di nuovo. Entrambi i ragazzi a cui ho voluto più bene in vita mia sono a conoscenza di questa mia passione sviscerata per il capolavoro di Saint-Exupery e nel corso degli anno l'hanno citato per dirmi qualcosa. Il primo me ne portò un'edizione inglese dalla City Light Books di San Francisco. Il secondo me ne ha regalato una squisita, pregiata edizione francese e sembra un discendente del principino sognatore: me lo sono sposato.

6)Il gabbiano Jonhatan Livingstone: manifesto New Age, lo lessi alle medie per un compito e mi restò nel cuore. Conservo ancora la copia che mi regalò la mia prof delle medie, una delle figure-guida più importanti della mia vita, a cui penso ogni volta che una svolta importante mi si (im)pone davanti. E ogni volta, cerco di passare al livello superiore.

7)Il ritratto di Dorian Gray: il primo romanzo "adulto". Lo lessi in prima media e rimasi a tal punto affascinata dall'estrema bellezza infusa in ogni sua riga da eleggerlo a mio manifesto personale. L'art pour l'art divenne il mio motto e ancora oggi la mia visione dell'arte è profondamente plasmata sugli ideali decadenti. Quando ampliai la mia visione del Decadentismo mi sembrò che tutto il resto al confronto fosse lacerato (Gli elisir del diavolo), dissennato (Il Piacere) e persino un filo ridicolo (A ritroso), ma Wilde mantiene una tale armonia tra delicatezza e amore per la Bellezza che il suo affetto per lui non mi ha mai abbandonata. A differenza delle altre opere che ho citato, e nonostante tutto quello che ha passato, Oscar mantiene in tutti i suoi scritti una moralità profonda scevra da moralismi e forse per questo ancora più apprezzabile.

8)Orgoglio e Pregiudizio: il primo regalo ricevuto dalla mia amica D, e il primo romanzo che ho letto integralmente in Inglese. Avevo 12 anni e per approcciare Jane Austen in v.o. mi ci vollero praticamente tre mesi. Da allora Darcy ed Elizabeth sono sempre con me!

9)Kitchen: primo libro di Banana Yoshimoto, era la perfetta crasi tra letteratura di buon livello e shojo manga. La parte più bella era Moonlight Shadow, la sua tesi di laurea, un breve racconto che esprimeva con insolita vividezza la sensazione di solitudine e di irrealtà che si affronta durante l'adolescenza, la paura della morte e i riti per esorcizzarla. Era così fresco e vero!
E scoprii anche Mike Oldfield, la cui canzone diede il nome all'opera.

10)Demian: perfetta continuazione del wildiano "il fine dell'esistenza è realizzare se stessi", Demian nella sua mantella e dietro la sua espressione enigmatica fu essenziale al ginnasio per spiegare a E.Sinclair che bisogna faticare per uscire dal proprio uovo. Senza attraversare questo processo l'uccello non sarà mai libero. Probabilmente il miglior libro di Hesse che abbia letto, e certo molto migliore dell'osannato Siddharta.

venerdì 2 maggio 2014

Non dire mai addio

Produzione Bollywood, 2006. 215'

Dopo il film di ieri, anche oggi il tema è l'infedeltà coniugale. Maya e Dev sono entrambi già sposati, ma i rispettivi matrimoni stanno naufragando. Trovano conforto l'uno nell'altra, ma quando i coniugi li scoprono le due famiglie si spaccano. Potranno vivere la loro felicità o passeranno la vita ad espiare le proprie colpe?


A differenza di tanti prodotti europei o americani, questo film è pieno di vitalità e di energia. La trama c'è, forse un po' scontata ma solida, e il resto del comparto tecnico lavora ai soliti buoni livelli a cui l'industria cinematografica indiana ci ha abituato. Perché tutto si può dire di Bollywood: che sia un  concentrato di kitsch, che le trame siano prevedibili, che ogni inquadratura sia palesemente sottoposta ad una rigida censura. Però tutti i suoi prodotti sono chiaro risultato di duro lavoro, fatto forse senza tanta retorica poetica, ma con un sano ottimismo programmatico e cura per il dettaglio. Una specie di post-toyotismo applicato alla pellicola, insomma, che si traduce in colori vividi, fotografia curata, interpreti belli e decorosi quanto a tecnica recitativa e balletti ipercoreografati (certo, su musica standardizzata, ma non si può avere tutto).

La dimensione psicologica dei quattro protagonisti + uno (il padre del marito di Maya, il mio personaggio preferito) è molto ben delineata, ma il più grosso difetto del film è la sua lunghissima durata (tre ore e mezza!!). Non il mio indiano preferito, ma ottimo per un pomeriggio disimpegnato.

giovedì 1 maggio 2014

L'amante inglese

Di C.Corsini, con K.Scott Thomas. 90', 2009

Susan è un'inglese maritata con un medico di provincia francese, Samuel. La loro vita scorre tranquilla nella bella casa di campagna, con i due figli. Dopo vent'anni di inattività, Susan decide di rimettersi a fare la fisioterapista e restaurare una parte del fienile per farne il suo studio, ma durante i lavori si innamora perdutamente, ricambiata, del manuale spagnolo Ivan, divorziato problematico da poco uscito di prigione.
Samuel cerca di riprendersi sua moglie con ogni mezzo a disposizione, e soprattutto interrompendo sistematicamente ogni fonte di guadagno della nuova coppia, finché Susan non si sente costretta a svaligiare la sua stessa casa per poter racimolare un po' di liquidità. Ma la responsabilità del furto e del tentativo seguente di ricettazione viene addossata a Ivan...

Questo film è triste, piatto e superfluo. La pur brava K. Scott Thomas non riesce a fermare il disastro di proporzioni transatlantiche: la regia è banale, la fotografia peggio, le musiche assenti ma, soprattutto, la trama è idiota. Non è la storia di una passione travolgente, non è neppure quella di una moglie vessata da un marito freddo e cattivo. Certo, non si può dire che il consorte faccia una bella figura, abbassandosi a tutte le meschinità immaginabili e anche a quelle da romanzo d'appendice ottocentesco (su tutti, l'immortale "lui sarà salvo se tu torni con me"), ma tutto sommato almeno la sua definizione è comprensibile. Invece la moglie, contenta di fare la casalinga iperborghese (e anche un filo radical-chic) per anni, all'improvviso -e senza comprensibile motivo- all'improvviso decide di lasciare tutto per vivere una storia sconclusionata col muratore del cantiere accanto: più che una storia d'amore, sembra una pseudo-ribellione adolescenziale in cui lei non fa altro che creare problemi al povero Ivan oltre a dare sui nervi al marito. Il finale è ancora più assurdo, mostra fino in fondo quanto l'insofferenza della protagonista alla sua vita di coppia non fosse assolutamente funzionale al suo innamoramento per l'uomo che, fatalmente, col suo gesto conclusivo, ha perduto per sempre.