martedì 24 giugno 2014

Il sigillo azzurro


Di Chie Shinohara, 1992-1995. Raccolto in 11 tankobon.


Soko si sveglia una mattina qualunque con un certo malessere. A scuola subisce un tentativo di violenza, ma l'assalitore scompare nel vuoto e al suo posto, nei giorni successivi, compare Akira Sajonji, giovane erede di una nobile e potente famiglia giapponese col compito di uccidere gli oni (diavoli tradizionali, dotati di corno). Akira comunica a Soko che dovrà sacrificarla, poiché ella è il clone della regina Rago, che farà rinascere la popolazione degli oni (Kimon), ma la ragazza ha grosse remore nell'accettare di essere un diavolo che divora i terrestri alla cui razza ha sempre pensato di appartenere. 
Dapprima decide di perdere i suoi poteri amando Akira, e rinunciare alla sua carica sgradita, ma pian piano il panorama si infittisce, quando compaiono il Genbu Takao (che l'ha rigenerata) e sua sorella Hiko. Soko si trova sempre più lacerata tra il suo amore impossibile per il suo carnefice e la lealtà per le sue origini.

La storia di Soko e Akira è avvincente e credo che questo manga dia il suo meglio se gustato un volume dopo l'altro, senza aspettare le uscite -che all'epoca della pubblicazione erano trimestrali!- per non interrompere il pathos della vicenda. Naturalmente siamo nel regno dell'incredibile e del magico, quindi la verosimiglianza non è mai un problema, ma l'autrice sceglie di percorrere non tanto le strade del fantasy tradizionale quanto quelle dell'horror. Alcuni passaggi sono in effetti in grado di produrre qualche brivido anche dalle pagine stampate, come la scena al tempio in cui Soko trova un gatto impiccato o quella in cui i protagonisti si ritrovano in un magazzino pieno di manichini (chiaro riferimento cinematografico, piuttosto comune nell'opera della Shinohara, come si vede anche in Yami no Purple Eye).
Lo scavo dei personaggi è relativamente accurato, anche considerati la lunghezza (media) dell'opera e il passo molto veloce degli eventi. I miei preferiti sono, come spesso, quelli secondari, perché decisamente più capaci di evoluzione e divertenti: sto pensando soprattutto a Kay, fratellastro del protagonista che da bamboccio presuntuoso diventa una grande spalla dotato di un bel senso dell'umorismo e di praticità. Akira è il classico bello intelligente ricchissimo coraggioso che si trova negli shojo, e anche se il suo innamoramento per la protagonista è -oserei dire- subitaneo, è motivato dal di lei smarrimento e dalla sua evidente pietà per gli altri esseri senzienti (oltre che dall'essere Soko bellissima, che non guasta mai). Soko forse è il personaggio cui mi sono affezionata meno; il suo amore per Akira sembra più che altro motivato dal rifiuto di essere oni e nel vedere nel giovane il suo biglietto d'ingresso in una società più civilizzata. La fanciulla si riscatta però brillantemente nella seconda parte, quando a sorpresa viene un po' più a patti con le sue origini.
L'accettazione e la gestione del proprio lato oscuro è la parte migliore e più innovativa del manga, che non ci rifila la solita coppia diabetica alle prese con sospiri scolastici ma un manipolo di aspiranti assassini e demòni divoratori di uomini, senza tuttavia mai abbandonare né  una certa leggerezza tipicamente shojo né la speranza di un finale soddisfacente per i nostri eroi.
Il topos vecchio come il mondo dei due innamorati che non possono consumare il loro rapporto per intervento continuo di fattori contingenti non è abusato e quindi serve a creare un po' di suspence senza essere fastidioso come, per esempio, in Fushigi Yugi, un'opera coeva che a a Il sigillo azzurro somiglia molto. Lo stile grafico è di buon livello, anche se il disegno è ancora acerbo. Le tavole sono eleganti e limpide ma non troppo vuote, i personaggi sono proporzionati e il movimento mediamente fluido. Il tratto è molto retrò, con molte caratteristiche prese di peso dagli anni Settanta, ma sempre piacevole e mai barocco. Merita.


sabato 21 giugno 2014

Surviving Picasso

Di J. Ivory, con A.Hopkins, J.Moore e N.McElhone. 1996

L'arte della prima metà del Novecento è stata completamente rivoluzionata da un genio, Pablo Picasso, anche troppo conscio del suo immenso valore. Ne fece pagare lo scotto a tutti coloro che lo circondavano, dai figli ai mercanti d'arte alle (numerose) donne che lo accompagnarono negli anni.
Il film segue le vicende soprattutto di una di loro, forse la più equilibrata, Françoise Gilot, che gli diede due figli e cercò di restare sana di mente pur restandogli accanto per circa un decennio.

Nonostante un regista che in altre occasioni mi ha regalato delle bellissime serate e un attore superbo (di cui recentemente ho "apprezzato" un'altro scivolone, vedi Noah), il film non mi ha convinto fino in fondo.
Non parlo del fatto che Ivory distrugga Picasso come persona. Il pittore mi è sempre stato estremamente antipatico e trovo la sua opera piena di protervia celata sotto l'indubbia ispirazione.
La regia è abbastanza piatta, lascia briglia sciolta ai comprimari, la fotografia piuttosto anonima con qualche tocco retrò nella gestione dei colori.
Purtroppo la narrazione è un po' noiosa, il protagonista è ripetitivo e odioso. Hopkins riesce perfettamente nella resa di un carattere dispotico e oppressivo, senza mascherarne le debolezze. Forse però è fin troppo convincente, perché il senso di fastidio per questo artista così acclamato è palpabile al punto da irritare.
La protagonista femminile è discreta e, soprattutto, bellissima. Ha un viso molto angoloso, particolare, e sembra una madonna di Raffaello. Rimarrà sempre un mistero per me la fascinazione di queste donne giovani, brillanti e strepitosamente avvenenti per questi "genii" terribili, spesso anziani e con la pancetta/incipiente calvizie.

giovedì 19 giugno 2014

Michael Clayton

Di T. Gilroy, con G.Clooney e T.Swinton. 2007

Il legal thriller è morto? Forse no. 
Michael Clayton è un avvocato con una sua nicchia: copre e "aggiusta" all'uopo prove, accadimenti, deposizioni, in modo che la sua società riesca nelle difese più improbe -spesso di gentaglia improberrima. Quando deve screditare un collega ed amico che, per amore, ha scelto di non difendere e anzi incastrare una multinazionale che produce pesticidi, la crisi di coscienza incombe. 

Questa sorta di Erin Brokovich al contrario è ben interpretata dall'asso nella manica del film, George Clooney. Bello come sempre, ma forse un pelino meno del solito, George ha la caratteristica peculiare di interpretare molto bene sempre lo stesso soggetto. Da Le idi di Marzo a Up in the air, da Michael Clayton al dottor Ross di E.R, lui incarna il belloccio tormentato di grandi doti e con un cuore, costretto alla difficile scelta tra morale e compromesso della vita quotidiana. Disilluso, triste, duro solo in apparenza e con un cuore tutto da ferire. Per qualcuno questo è un grosso limite, e può darsi che sia in effetti vero, ma bisogna anche riconoscere che in questa parte è insuperabile e assolutamente credibile. Insomma, ha una nicchia anche lui, come il suo personaggio.
Tilda Swinton è altrettanto tagliata per fare la cattiva. Sarebbe perfetta nel film anche se la facessero recitare con l'abito di scena della strega di Narnia. Credo che questa donna riesca persino a sudare a comando e non a caso ha avuto un Oscar e un BAFTA per questa interpretazione.
La regia è molto tradizionale, ultra-classica e senza particolari guizzi, ma visto il preciso sottogenere cui si fa riferimento non credo sia un male. Riporta, con buon ritmo, ai fasti degli anni Ottanta, dal Rapporto Pelican a Codice D'Onore, con in più quella declinazione stropicciata e grigio cenere che i Duemila non possono farsi mancare: quel disincanto ulteriore, come un'ombra.
Menzione particolare alla lunga scena di chiusura, un piano sequenza che ospita i titoli di coda accanto al primo piano di George/Michael in silenzio dopo la conclusione. Il suo viso mostra bene ogni sfumatura, senza bisogno di parole, del disgusto, della tristezza che segue una scelta sofferta, della frustrazione della speranza.

venerdì 13 giugno 2014

L'immortale

Con J. Reno, K.Merad. Di R.Berry, 2010

Marsiglia, primi anni Duemila. La mafia locale si riorganizza secondo le nuove necessità e la gendarmerie si divide tra segugi aspiranti martiri e cauti difensori dell'ordine pubblico che sperano nelle faide tra famiglie per fare un po' di debulking.
Mattei decide di uscire dal giro per restare fuori dall'emergente traffico di droga, ma lo crivellano di colpi; miracolosamente sopravvissuto, si dedica alla vendetta con un gruppetto di fedelissimi, scoprendo che FINTO SPOILER chi ha cercato di fargli le scarpe è il suo carissimo amico quasi fratello Zacchia FINE SPOILER e passa alla vendetta tremenda vendetta.

Richiamo non casuale al Rigoletto, la cosa più graziosa del film è la colonna sonora, tutta basata sull'opera italiana. Si comincia con una rassegna pucciniana e si chiude nientemeno che con la Lucia di Lammermoore (forse citazione in omaggio al produttore, Luc Besson, che presentava la stessa aria nel Quinto Elemento). Unico problema, vengono sfruttati sempre e solo i pezzi più noti, con un effetto un po' ripetitivo e televisivo -che è peggio!. Mario che muore disperato ce lo becchiamo in almeno quattro momenti diversi.


La parentesi musicale introduce un po' pregi e difetti di tutto il film. Ci sono diversi spunti carini, sfruttati però, se non male, almeno al di sotto delle loro potenzialità.
La narrazione delle schermaglie marsigliesi comunica efficacemente un'impressione di feroci a e fralezza, ma non è scavata come accadrebbe in un film di uno dei grandi italiani -ché in questo potremmo fare scuole- tipo Bellocchio, o Giordana, o anche Sergio Leone.
Le scene realizzate in modo freddo e anaffettivo fanno un po' il verso ad un certo cinema americano, tipo Sin City, che a me non piace ma che ha fatto comunque un'epoca, caratterizzata da violenza calligrafica. Questa ne sembra una copia un po' sbiadita, e non riesce a manifestare un po' d'ironia Tarantiniana che alleggerirebbe i toni.
I due protagonisti, attori molto bravi, reggono abbastanza bene, ma non bastano a fare un grande film. Jean Reno sembra soffrire di malinconia, ma non per i vecchi tempi di "mafia etica": per quelli in cui Luc Besson lo dirigeva in Leon, o almeno quelli del bel Ronin. Forse più interessante Merad, che siamo abituati a vedere in declinazione comica tipo Giù al nord.
In sostanza, male non è, ma ho visto di meglio, soprattutto considerate le premesse.

mercoledì 11 giugno 2014

Hime-chan no ribbon. Un fiocco per sognare, un fiocco per cambiare

Di M. Mizusawa, ed. italiana in 6 bunkobon. 1990-1994

Himeko è seconda di tre figlie, in una famiglia allegra e felice,  guidata da una tosta mamma traduttrice e da uno spensierato e dolcissimo papà regista. Hime-chan è ancora un po' infantile e si confida da sempre col suo leone di pelouche, Pokota, finché una sera, alla sua finestra, compare Erika, principessa del mondo della magia, che le propone di farsi studiare per un anno. In cambio dell'invasione della sua privacy, Pokotà avrà il dono della parola e del movimento, e Hime-chan un fiocco rosso formato gigante che le permette di trasformarsi in chiunque altro per un'ora esatta.
Niente di meglio per fare danni, insomma, che una ragazzina come la protagonista, soprattutto se si aggiunge un protagonista maschile interessante e divertente come Daichi.

Hime-chan è un fumetto che mi ha davvero sorpreso: considerata l'età dei protagonisti pensavo ad un prodotto molto infantile (spesso in Giappone il target viene individuato proprio tramite questo accorgimento), ma mi sono ricreduta. Senza dubbio è un manga godibilissimo a tredici anni, ma è talmente poetico, allegro e movimentato che a trent'anni non mi sono sentita vecchia nel leggerlo.
Quanto a ritmo, Hime-chan è un tale terremoto che non si fa in tempo a leggere di un pastrocchio combinato che se ne profila già un altro all'orizzonte. Daichi ha un gran sangue freddo nel tenerle dietro, e, se proprio devo fare un appunto, forse è un po' troppo maturo per la sua età, anche considerato che i ragazzini tredicenni sono più spesso ancora meno riflessivi delle compagne coetanee.

Il disegno è bellissimo, molto proporzionato e buffo al punto giusto. Dà un bel senso di movimento pur restando molto chiaro e allo stesso tempo non soffre di eccessiva "vaporosità" (quella che sfocia nell'inconsistenza, tipico del disegno anni Novanta, alla N. Takeuchi tanto per dirne una). Ricorda un po' quello di W.Yoshizumi, ma lo preferisco decisamente per maggiore incisività e soprattutto per avere delle tavole molto piene. Per leggere un bunkobon ci vuole un bel po', con soddisfazione!
Mi ha sorpreso vedere una grande uniformità di stile per tutta l'opera, non brevissima.

L'edizione italiana è solo in formato bunko, comodo ma piuttosto piccolo. La rilegatura mi è piaciuta, come le copertine a colori pastello, molto "caramellose".
I personaggi secondari sono molto riusciti; in particolare mi piaceva la mamma, rassegnata genitrice con un sacco di risorse e solo in apparenza brontolona: secondo me deve essere una gran giocherellona! Oltretutto l'autrice fa capire abbastanza chiaramente che è la sua raffigurazione in forma di fumetto, e ho trovato questo cammeo molto suggestivo... un po' come se volesse vedere la sua Himeko dall'interno, senza troppo distacco. Fatte le debite proporzioni, mi ha fatto pensare a Truffaut che voleva sempre una particina secondaria nei suoi film (a volte era un semplice passante).
Bella morale, senza tempo, sulla necessità di imparare ad amarsi come si è, ma non bastano certo un anno o due. Credo serva tutta la vita.

La serie animata mi era piaciuta abbastanza, ma in fondo meno del fumetto perché l'animazione non è superba e i disegni un po' convenzionali. Sulla nuova serie disegnata reboot preferisco non pronunciarmi (ma non mi ispira troppa fiducia).