martedì 30 settembre 2014

Matrimoni e Pregiudizi (Bride and Prejudice)

Con A. Rai, di G.Chadha. 2004

La trama ricalca fedelmente quella di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen: Bingley e Jane (Jaya), e il triangolo (quadrangolo) Lizzie/Lalita, Darcy e Wickham (più Lydia/Lakhy). La sanno anche le pietre!


La particolarità qui è di aver reinterpretato tutto in versione Bollywood, sostituendo le differenze sociali con i rapporti a volte un po' tesi tra indiani e occidentali, percepiti spesso come neo-imperialisti. La critica italiana spesso ha mostrato di non apprezzare molto la "salsa curry" in cui è stato condito il canovaccio di zia Jane, ma io lo trovo uno dei migliori adattamenti del mio romanzo sentimentale preferito ad opera di un'interprete interessante, la stessa che aveva realizzato qualche anno prima Sognando Beckham. Se infatti non ho mai fatto mistero di trovare le trasposizioni classiche, a partire dall'ultima di J.Wright, particolarmente fredde e inespressive, qui vitalità e un po' di humour non difettano: si veda a tal proposito la "danza del cobra" della figlia secchiona, l'antica Mary, noiosa e pedante nei suoi siparietti musicali poco riusciti.

L'Inghilterra dipinta dalla Austen, nei piccoli borghi campagnoli così come a Bath, è piena di ragazze divertenti e spiritose, pronte a saltare addosso ad orde di militari in trasferta, dove sospette "fuitìne" capitano più che sovente, ci sono signore di mezz'età querule e invadenti e altre signore di mezz'età, più distinte e piene di buon senso, che aiutano le ragazze a capire se stesse, e soprattutto molto colore: corsetti, ventagli, nastri, belletti e ogni accessorio che possa colorare la vita dei protagonisti di romanzi immortali. Or bene, le traduzioni leccate del nostro cinema tradizionale riescono a raffreddare tutto il minestrone geniale di Jane come neanche un vento di brughiera!
Bollywood, invece, tra sari multicolori, balli sfrenati, numeri musicali chiassosi e divertenti restituisce un po' dell'atmosfera gioiosa e festaiola in cui Darcy ed Elizabeth si conobbero e amarono, e benché la scena finale sia abbastanza terribile, si recupera in brio con gli spassosi titoli di coda.

lunedì 29 settembre 2014

The Sheen on the Silk (du sang sur la soie)

Anna Lascaris è nata a Nicea, ma per salvare il fratello Giustiniano e ripulire il suo buon nome si è appena trasferita a Bisanzio, travestita da eunuco. Medico, come lo era anche il gemello, cerca di scoprire perché egli sia stato accusato di omicidio ed esiliato in un convento sul Sinai. Si trova presto coinvolta in una maglia fittissima di intrighi politici e religiosi, all’alba di un ricongiungimento forzato della chiesa ortodossa col papato e sotto la continua minaccia di un’invasione crociata.

La trama di questo bel libro di appendice non è troppo verosimile, ma la lettura è premiata dalla suspence costante e dalla poetica rappresentazione della fede ortodossa. Ci si affeziona con facilità ai personaggi (persino al protagonista maschile, non proprio un esempio di acume, visto che non si accorge che il suo miglior amico è una donna bellissima), mossi da passioni violente e desiderio di bellezza. 



L'autrice, poco nota da noi, ha cominciato la sua carriera con un omicidio degno della peggior cronaca nera (una roba alla Novi Ligure), ma si è coraggiosamente rifatta una vita nella letteratura poliziesca, per cui ha ricevuto diversi riconoscimenti, meritati.
L'opera si qualifica come un buon mattone da spiaggia/metro, molto godibile e senza pretese. Avendolo letto in francese non posso però esprimermi sulla qualità della scrittura: la traduzione è decente ma nulla di più. Credo invece sia inedito in Italia, dove la Perry è presente soprattutto con le sue serie dei detective Pitt e Monk.

domenica 28 settembre 2014

Un ponte per Terabithia

Di G.Csupò, con J.Hutcherson, A.Robb. 2007

Due ragazzi, due solitudini particolari (come ogni solitudine). Lui povero, incompreso in famiglia, dove il suo talento pittorico viene ignorato quando non irriso; lei figlia di letterati, ne patisce la distanza e talvolta l’eccentricità per cui viene additata a scuola. Immaginano così un luogo fantastico che si raggiunge con una corda e la fantasia, ma bastano la fantasia e un trifoglio se le corde sono poche, per parafrasare E.Dickinson.
Dal trailer pensavo che il film fosse un fantasy pieno di creature inverosimili, ma in realtà è un romanzo di formazione di stampo molto classico e parecchi accenti veristi che non avevo assolutamente immaginato, compresa una sorpresa nel finale che non vi svelo ma che mi ha fortemente colpito. Come dire che la realtà spesso viene a svegliarci bruscamente ovunque ci rifugiamo e solo l’esempio dei veri pionieri dalla mente aperta e cuore generoso ci potrà essere d’aiuto per trovare la nostra strada.

In un periodo in cui tutti si buttano sul 3-D, sugli effetti speciali a oltranza e senza razionale, sulle trame banali e buoniste, questo film per ragazzi mostra tanto coraggio e un rimarchevole afflato poetico.
Mi è piaciuto molto lo spunto, che già avevo amato molto in Pennac (Signori Bambini), per cui fantasia e menzogna sono tutt'altro che sinonimi.



Trailer e produzione, Disney, avevano fatto pensare ad un inutile doppione delle Cronache di Narnia, mentre i campi battuti sono completamente diversi... come se all'ultimo momento i finanziatori avessero avuto paura che la mancanza di spettacolarità e di creature fantasy potesse rappresentare un'impossibilità al guadagno.


I due giovani attori non sono male per niente, anche se trovo che la ragazza sia decisamente superiore: riesce a bucare lo schermo con un volto poco tradizionale e uno sguardo vivo e intelligente. Bene anche la sorellina minore del protagonista, mentre ho trovato piuttosto sbiaditi gli altri personaggi, compresa la prof di musica (Z.Deschanel).

venerdì 26 settembre 2014

Basic instinct

Di P.Verhoeven con S.Stone, M.Douglas, J.Tripplehorn. 1992

Indagine di polizia su un efferato assassinio a sfondo sessuale, perpetrato con insolita arma impropria, un rompighiaccio. Gli indizi sembrano condurre ad una bionda, conturbante e ricchissima psicologa, abile manipolatrice, allergica alla biancheria intima, di gusti sessuali eterodossi. Il principale investigatore cede al suo fascino e si trova abbastanza incastrato nel dubbio paralizzante che l’assassina sia in realtà a lui molto più vicina.

Di questo film è stato detto peste e corna, la critica lo ha massacrato per vent’anni, accusandolo di gratuità nelle scene di sesso, eccessiva violenza, trama convoluta. Senza dubbio il senso della misura non è stato contemplato dall’autore, e ci sono parecchi accenti di kitch sparsi qua e là. Inoltre la storia del rompighiaccio è francamente ridicola: non solo l’attrezzo non mi sembra particolarmente adatto per un omicidio, ma –soprattutto- quando mai l’ho visto impiegato nell’uso domestico per fare i cubetti da drink? Qualcuno avrebbe dovuto informare il regista che non ci sono più i blocchi di ghiaccio da mezzo metro da comprare all’angolo di strada almeno da sessant’anni, e che per circa 1 € al mercato ti danno due o tre formelle per ghiacciolini.

A parte questi limiti, se vogliamo venali, il film mi è piaciuto, con mia grande sorpresa (magari al prossimo giro “guilty pleasures” ce lo infilo). La suspance è notevole (nonostante conoscessi fin dall’inizio l’identità dell’assassina, mi sono chiesta più volte se in realtà non fosse questo o quel personaggio e ricordassi male), le riprese e le inquadrature non sono malvagie e la colonna sonora più che decente.

Ma con queste gambe (che ce le ha solo lei), questo seno
(che ce l'ha solo lei), e questa faccia (che ce l'ha solo lei)...
voi le guardate lì in mezzo (che più o meno è UGUALE per tutte)??
C’è una divertente esasperazione della poetica della femme fatale e di un po’ tutta l’estetica degli anni Ottanta: ville lussuosissime, automobili eccessive, capelli sbionditi all’ammoniaca, cocaina, erotismo esibito –compreso l’orrendo specchio a soffitto-, abiti raffinati (italiani). Tutto però sembra esausto, già fallimentare e ripiegato su se stesso, senza la carica sfrontata e positivamente aggressiva dello yuppismo. Estrema prova di ciò sia che, al termine della vicenda, l’assassina se ne va in giro per il mondo impunita, con al fianco il debole protagonista che è perfettamente a conoscenza della verità.


M.Douglas è un bravo attore, ma il suo personaggio è ingrato: poliziotto nevrotico, incapace di controllo degli impulsi, bevitore, fumatore, grilletto facile, preda di sensi di colpa per gli errori del passato, non sa fidarsi di chi lo ama ma con una presunta assassina è finalmente a suo agio. S.Stone al contrario ha un personaggio talmente sopra le righe da essere probabilmente spassoso da interpretare ed è indubitabilmente bellissima, anche se la famosa scena delle gambe accavallate mi ha fatto sorridere: di sconcertante non c’era tanto il cavallo della signora, quanto l’espressione attonita e il volto sudato degli uomini che pendevano dalle sue… labbra. Se loro sono così babbei, perché mai non approfittarne e prendersene gioco, come ha fatto spietatamente il regista?

mercoledì 17 settembre 2014

Hysteria

Di T.Wexler, con M.Gyllenhaall, H:Dancy, R:Everett, J.Pryce. 2011

Nella Londra vittoriana un male affligge molte donne, l'isteria. Quasi tutte le donne, a dir la verità, almeno a detta dei diagnosti, che sono naturalmente uomini. Cura di questo antico male è il massaggio manuale vaginale fino alla sperimentazione di "parossismi" da parte della paziente, durante i quali (diceva lo psichiatra di allora) l'utero si riposiziona nel suo sito fisiologico e (dice il neurologo di oggi) molta dopamina viene sparsa nell'insula. Mortimer Granville è un giovane medico che inizia a trattare le pazienti e per una serie di contingenze -ivi compresa una forma di crampo dello scrivano- decide di meccanizzare il processo, con l'aiuto dell'amico e tutore Edmund, inventando di fatto il vibratore. Parallelamente conosce le due figlie del suo principale: la bella e chiara che coltiva la frenologia e la mora socialista che riabilita prostitute.

Il vero dottor Granville inventò nella realtà uno strumento simile, ma dall'uso più vicino agli stimolatori per i muscoli (tipo quelli della TENS, anche pubblicizzati per gli addominali!), ma la commedia sarebbe stata assai meno divertente se la storia fosse stata rispettata nei dettagli.
In realtà questo tipo di bici non era ancora stato inventato
al momento degli eventi, ma cerchiamo di non essere troppo pistini!
Grandi invenzioni o novità non sono invero da ricercarsi in questo film, che è però assolutamente piacevole, divertente, e ottimo esempio di commedia all'inglese vecchio modello. Il mio personaggio preferito è quello di Edmund, amico amante della tecnologia, inventore, ricco ma non avido, intelligente e senza pregiudizi. Ne veste i panni un sempreverde Rupert Everett, che mi sembra perfetto nella parte (mi sembra perfetto quasi sempre per la verità, per la classe, la bravura e l'eleganza con cui interpreta ogni personaggio). 
La protagonista femminile è arguta e graziosa; benché il suo personaggio si a quello più standardizzato rispetto al genere di commedia qui affrontato, non perde punti grazie all'interpretazione intelligente di M. Gyllenhaal, che è un po' come suo fratello: non bellissima, si rened particolarmente attraente perché si intuisce un discreto discernimento oltre la sua fronte. Un po' peggio, ma comunque non fastidioso, il protagonista maschile, che rispetto agli altri comprimari sembra un po' sbiadito.
Anche gli elementi di contorno quali colonna sonora, fotografia e costumi, senza essere eccelsi, sono bel fatti e curati. Tra i personaggi secondari, palma alla domestica ex-lucciola, dal suggestivo nome di Lolly-Molly.


sabato 13 settembre 2014

Paycheck

Di J.Woo con B.Affleck, U.Thurman, P.Giamatti, A.Eckhart. 2003

In un futuro distopico non troppo dissimile dalla nostra attualità, esiste la retro-ingegneria, che permette di cancellare selettivamente alcuni ricordi. Michael Jennings è programmatore informatico e spesso accetta lavori top secret alla fine dei quali, dietro lauto compenso, la sua memoria viene modificata. Un giorno accetta la proposta che dovrebbe permettergli di ritirarsi definitivamente: tre anni in cambio di una parcella stellare. Peccato che, scaduto il contratto, si ritrovi il conto in banca vuoto e una busta di oggetti apparentemente inutili e scollegati tra loro.



Non mi ha sorpreso scoprire che la sceneggiatura è tratta da un racconto di Philip Dick. L’impianto è solido, la storia è molto interessante e curata (anche se non meravigliosa, come era in Minority Report, per esempio). La regia nervosa di Woo mantiene molto alto il ritmo della narrazione, e mi piace molto il modo in cui il regista introduce i déja-vu e lascia scoprire allo spettatore cosa è successo nei tre anni del “buco”. In tutta la girandola di accadimenti c’è anche spazio per la storia d’amore, con una Thurman sempre bella e dallo sguardo magnetico e intelligente. Senza dubbio è la parte meno riuscita del tutto, ma ovviamente a me piace!

Insomma, non è un capolavoro, ma non fa troppa acqua e regala una serata disimpegnata, nonostante la critica impietosa e secondo me immeritata con cui è stato accolto.

venerdì 12 settembre 2014

Vi presento Joe Black

Con A.Hopkins, B.Pitt. 1998


Bill Parrish ha avuto una vita splendida: denaro e potere, per una volta ottenuti in modo lecito, cultura, l’amore di una donna ormai morta e l’affetto incondizionato di due figlie diverse tra loro ma profondamente buone. Proprio mentre si preoccupa della felicità della sua cadetta, che sembra avviarsi ad un matrimonio convenzionale senza aver mai conosciuto l’amore travolgente, compare alla sua porta un bel giovine biondo, la Morte. L’allegro ospite ha deciso di prendersi una vacanza per studiare più da vicino il mondo dei sentimenti umani, in particolare questo Amore di cui Bill parla spesso, e ha eletto il morituro a suo Cicerone: più tempo riuscirà a interessarlo con l’istruzione che desidera, più giorni gli lascerà per godersi la famiglia e sistemare i suoi affari in sospeso. Nel mentre, la giovane Susan non manca di interessarsi allo sconosciuto tenebroso dal viso angelico, il cui “corpo” aveva già conosciuto in un intenso fugace incontro,prima che venisse occupato dalla Morte.
Il film ha una certa ambizione di fondo. È il remake di una pellicola del 1934, che già riprendeva la breve opera di Casella, uno scrittore e sceneggiatore italiano che compose la commedia “la Morte in vacanza” nel 1924. Le premesse sono buone, quindi: la storia non è male, c’è un attore eccezionale (A.Hopkins potrebbe fare di tutto, è TROPPO bravo), un altro attore discreto (B.Pitt se la cava con decoro), un cast di personaggi secondari molto decente. Epperò ci sono parecchi però: la regia è un po’ piatta, per non parlare della colonna sonora anonima. La protagonista femminile è scarsa assai e neanche troppo bella, e la trama, in alcuni punti un po’ scontata (mi riferisco alle svolte della vita sentimentale di Susan), si dipana troppo lentamente. In particolare il personaggio della ragazza è poco credibile, va a due velocità: se da un lato dovrebbe essere l’intelligentona della famiglia, se non ci fosse il padre non capirebbe neanche di non amare il suo fidanzato. Inoltre, nonostante un breve stupore iniziale, non percepisce o ignora la differenza tra Pitt del caffè d’inizio e il personaggio della Morte, ma quando il padre decede e Joe viene sostituito dal suo precedente “abitante” non fa una piega: ha già compreso tutto, dalla destinazione del padre allo scambio di anime. E non si fa problemi, partito il grande amore che l’ha fatta “danzare come un derviscio”, a ricominciare col bel ragazzo solare che piomba quasi per caso alla festa. Come dire, basta che abbia la faccia di Brad Pitt, va bene tutto!

Nonostante questi evidenti limiti, il film mi è sempre piaciuto e non lo rinnego, anzi me ne concedo una visione abbastanza spesso –è ritrasmesso senza sosta! In particolare mi piacciono il suo humor un po’ nero e la parte maschile del cast, compreso il mio personaggio secondario preferito, Quince (marito della figlia maggiore), che nella sua imbranataggine sa offrire alla moglie grande tenerezza e forse ha capito meglio di tanti altri cos’è l’amore.

mercoledì 10 settembre 2014

Carissima me

Di Y.Samuell, con S.Marceau. 2010

Manager aggressiva sposata con collega uguale a lei comincia a ricevere lettere che lei stessa si era scritta da bambina, a mezzo di un vecchio notaio del paesetto d’origine. Nelle missive, la bimba si interrogava sul suo futuro lavorativo (hai fatto la principessa? La cake stylist per matrimoni? L’educatrice di balene?) e sentimentale (ti sei sposata coll’amichetto che avevi a sette anni e che come massima ambizione voleva scavare buchi nel sottosuolo?) e, predicibilmente, manda in crisi il precario equilibrio della carrierista.

Dal punto di vista stilistico c'è qualche contenuta ambizione, soprattutto nel montaggio, ma nulla che Amelie Poulenc non avesse già fatto prima e meglio.



Costruito intorno all’attrice protagonista, questo film soffre di tanti morbi letali.
1) È melenso in una misura immane, provoca diabete scompensato con coma chetoacidosico a meno di venti minuti di visione;
2)   È totalmente privo di ironia, si prende sul serio come una fiction della RAI su qualche cantante/attore/sportivo dei tempi del Ventennio
3)   Ha una trama idiota e assurda, in particolare tutto insiste sul fatto che la protagonista non ricordi cosa ha scritto nelle lettere né di averle scritte. Cos’è, una forma di rimozione freudiana di un tentativo infantile ipernarcisista? Sarebbe stata una bella trovata scoprire che in realtà l’autore dei messaggi era un pretendente alla mano della bella squala, alle prese con un tentativo di seduzione inusuale, ma no, neanche questo.

4)   I film costruiti intorno ad un attore/un’attrice reggono (più o meno) se il caratterista in questione è una personalità notevole, capace di bucare lo schermo: Al Pacino, Woody Allen, Diane Keaton e persino Whoopy Goldberg si possono prestare ad un’operazione di questo tipo, ma non certo la bella senz’anima Sophie Marceau, il cui risultato più famoso, dopo tanti anni, continua ad essere Il tempo delle mele –e a cinquant’anni e quasi quaranta film, non è più molto lusinghiero.

martedì 9 settembre 2014

Jeux interdits - Giochi proibiti

Di R.Clement, con B.Fossey,G.Poujouly. 1952

Mentre le colonne di sfollati cercano di raggiungere la campagna, sotto il fuoco nemico, Pauline resta orfana e riesce a portare con sé della sua vecchia vita solo il misero cadavere del suo amato cagnolino. In mezzo all'indifferenza generale la “ripesca” Michel, figlio di contadini, poco più grande di lei. I due diventano inseparabili e iniziano a costruire un piccolo cimitero per tutti gli animaletti molti dei dintorni, fino a quando il furto di croci che il progetto comporta non li mette nei guai.

Come recita il quadro d’inizio, il film è stato premiato alla biennale di Venezia perché è capace di restituire la poesia e l’eleganza dell’infanzia e di condannare ferocemente l’incuria colpevole degli adulti che questa infanzia oltraggiano orrendamente e impunemente. Chi decide alla fine del destino della piccola Pauline? Gli stessi adulti che arbitrariamente hanno deciso per la guerra, non hanno protetto adeguatamente i civili, si sono interessati a piccole beghe di vicinato invece di badare alle necessità spirituali degli innocenti, e si sono peritati, dopo, di “ridistribuirli” secondo le comodità contingenti.


La bellissima fotografia in bianco e nero pulitissimo si sposa con l’aspetto etereo, raffinato e irrealisticamente lindo dei piccoli protagonisti, a simboleggiare la loro purezza in un contesto umano rozzo e selvatico, là dove invece la natura potrebbe offrire un quadro quanto mai bucolico. È rimasta giustamente alla storia la famosissima colonna sonora, conosciuta anche a chi non ha mai sentito parlare del film, egregiamente interpretata da Narciso Yepes con una chitarra che restituisce fino all'ultima lacrima della tristezza di Michel e Pauline, per la Morte che li circonda e per il loro destino di negletti.

domenica 7 settembre 2014

Memorie di una Geisha

Con Z.Ziyi, M.Yeho, G.Li, K.Watanabe; di R.Marshall, 2005

Piccole, Chyo-chan e sua sorella subiscono una sorte comune a tante ragazze di povera condizione, e vengono vendute dalla famiglia al quartiere dei piaceri di Tokyo. La più grande, rozza e bruttina, finisce in un semplice bordello, mentre Chyo in una okiya elegante, dove ha modo di conoscere tutte le meschinità, ma anche i sentimenti profondi e acuti, di cui una donna è capace, soprattutto grazie alla senpai Hatsumomo, che la tiranneggia senza sosta. Grazie alla geisha più anziana Mameha, Chyo riesce a completare la sua educazione e avvicinarsi all’uomo di cui si è innamorata da bambina, ma la guerra ha altri programmi…


Tratto fedelmente da un famoso romanzo (di un americano), ne riprende pregi e difetti. 
Tra i primi si possono annoverare senza dubbio l’immaginario estetizzante che rende elegante ed etereo l’ambiente delle geishe e l’estremo romanticismo della storia. I personaggi di Chyo, Mameha e Hatsumomo si stagliano vividi sullo sfondo delicato, una cascata di fiori di ciliegio su una lacca preziosa. Sembra quasi di sentire la consistenza della biacca, il peso delle acconciature, i profumi raffinati e il kajal con cui “chi vive di arte” cancella e ridisegna i suoi tratti per confondere la sua identità e presentare al cliente un rituale affascinante più che una forma di prostituzione. 
Il difetto più evidente è la rappresentazione di un Giappone da cartolina che non si macchia neppure dopo l’onta della sconfitta. Le attrici sono cinesi (o sino-americane, nel caso di M.Yeho), per avvicinarsi meglio al gusto occidentale: l’unica giapponese, Zucca, sembra per assurdo ridicolmente fuori parte, e bruttarella per giunta.

Mi è piaciuto molto e quando uscì andai a vederlo al cinema per ben due volte, oltre al fatto che lo riguardo ad ogni passaggio, ma senza dubbio racconta in modo zuccheroso una vicenda romantica una sensibilità del tutto americana che lo apparenta a Pretty Woman piuttosto che non ai racconti, assai più disturbanti per noi, di Kawabata o di Tanizaki.

venerdì 5 settembre 2014

Caro Diario

Film profondamente autobiografico, si divide in tre episodi in cui Moretti ci racconta, nell’ordine, il suo rapporto di profondo amore con Roma, il caos delle vacanze “rilassanti” e la sua lotta non contro il cancro ma con i medici che pertinacemente si ostinavano a non diagnosticarglielo.

Il secondo capitolo del diario è forse il più ironico, ma rimane freddo e non mi ha coinvolto profondamente. È di certo la flessione noiosa dell’incedere morettiano, seppure con una divertente digressione sulla dipendenza da tv che assale anche gli intellettuali più insospettabili.
Il terzo mi è piaciuto molto, nonostante fossi sconvolta e terrorizzata dall’incredibile numero di medici titolati che si sono lasciati scappare una diagnosi facilissima, evidente, assolutamente obbligata: alla fine la morale della storia è che i dottori fanno parte di una classe di persone che sa “parlare, ma non sa ascoltare”.
La porzione più poetica e riuscita, però, secondo me rimane la prima, in cui il regista attraversa in Vespa i diversi quartieri romani, trovando spunti di bellezza in ogni dove, con afflato contemplativo e finezza paesaggistica, senza cadere nella scontatezza.

Senza essere il mio preferito della filmografia del regista (il posto è saldamente occupato da La Messa è finita), Caro Diario è una bella prova, intimista e non banale, dal ritmo lento ma con spunti di comicità intensa.

giovedì 4 settembre 2014

Taxxi 2

Soggetto di L.Besson, con S.Nacery, M.Cotillard. 2000

Il protagonista (S.Nacery), folle tassista marsigliese con una vettura accessoriata come l’incrocio delle Aston Martin di James Bond con la macchina dell’ispettore Gadget, deve incontrare il padre della sua meravigliosa fidanzata (M.Cotillard). Ancora non sa che ad aspettarlo, lui che odia profondamente l’autorità costituita in blocco, c’è un alto papavero dell’esercito. Il futuro suocero lo accoglie con relativo calore, che aumenta grandemente quando il nostro lo cava d’impiccio facendogli raggiungere in tempo l’aeroporto, per incontrare il primo ministro giapponese in visita presso la polizia di Marsiglia. Viene per imparare come si fa a governare una città difficile…
Tutti i luoghi comuni possibili e immaginabili sono stati sfruttati in questo film: i poliziotti imbranati che avrebbero fatto pena a quelli di Scuola di Polizia, il ragazzo di borgata che odia agenti e militari in genere, il suocero iper-rigido, la fidanzata “finta brava ragazza”, la Marsiglia malfamata e ingestibile e gli inseguimenti in macchina.
Naturalmente la parte del leone è proprio quella delle corse in auto, in un’azione ipercinetica che sembra puntare al record di auto distrutte per minuto, con corollari tutti i possibili accessori inseribili in un taxi.


Descritto così, è il tipico film dal valore pari a quello di un Vacanze di Natale Daqualcheparte qualsiasi, che sicuramente boccerei senza pietà, ma –sorpresa- devo ammettere che Taxi rientra a pieno titolo nei guilty pleasures della Tosca. C’è tanta energia e voglia di ridere in modo scanzonato in questa assurda girandola a cui alcuni tra i migliori attori di teatro francesi non si sono vergognati di prendere parte. Forse per capire come si fa a tradurre un’accozzaglia di auto da macero in qualcosa di divertente, è bene ricordare che alla sceneggiatura c’è Luc Besson e la sua Leelo Production sostiene il tutto. La dimensione particolare del taxi fa parte della poetica di questo autore, che ne fa un catalizzatore ideale. Il taxi unisce, incolla due pezzi: porta A da B, introduce nuove variabili (come faceva in Nikita, quando permetteva l’arrivo di Viktor, l’eliminatore), e si fa persino spazio fuori dallo spazio, in cui è possibile che gli accadimenti si modifichino sottilmente.

Posto che il mio taxi cinematografico preferito rimane il Mambo Taxi che scarrozza Pepa in giro per Madrid, questo è sicuramente il secondo a cui mi sono prontamente affezionata, forse anche perché mi ha regalato un sorriso in un momento di grosso stress.

mercoledì 3 settembre 2014

L'ingorgo

Di L.Comencini, con A.Sordi, G.Depardieu, M.Mastroianni, U.Tognazzi, S.Sandrelli. 1978

Sul Grande Raccordo Anulare centinaia (forse migliaia?) di macchine sono intrappolate in un traffico epico, e dentro di esse una pletora di passeggeri che ci offrono uno scorcio di varia umanità. Ci sono il grande attore annoiato, l'imprenditore finto-socialista, la ragazza emancipata (hyppie, nella declinazione dell'epoca), il ragazzo idealista ma non troppo, la ragazza madre in fieri, la coppia di sposini con le corna.


Nell'arco di ventiquattr'ore ne succedono di tutti i colori, ma la vera domanda che non si puo' eludere è "riusciranno mai a ripartire?": non è dato sapere.

In questo ingorgo di proporzioni inumane, e di carattere esistenziale, Comencini ci fa un ritratto a dir poco tragico dell'italiano contemporaneo: se le singole scenette di cui è composto il quadro potrebbero di volta in volta essere grottesche, comiche o tragiche, la globalità del racconto ricorda le masse brulicanti e senza salvezza di Bruegel, i volti sembrano altrettanto animaleschi, gli intenti meschini, gli istinti peggiori facilmente assecondati. C'è un'escalation in questa bestialità, che culmina SPOILER con lo stupro della giovane hyppie, cosa che non mi sarei aspettata alla partenza. FINE SPOILER
Rispetto ad altri classici della commedia italiana, dal Marchese del Grillo (coevo) a La Cena (più tardo di vent'anni, ma apparentato da una struttura a quadretti molto simile), che pure sbeffeggiano i difetti peggiori dell'uomo, talvolta anche con una certa amarezza, questo Ingorgo si presenta come maggiormente nero, privo di speranza e di risate, catalogo di un'abiezione che non sembra poter mai avere fine. Pesante...

martedì 2 settembre 2014

I segreti di Brokeback Mountain

Di Ang Lee, con H.Leadger, J.Gyllenhaal. 2005. 134'

All'inizio degli anni Sessanta due cowboys, Ennis e Jack, si ritrovano per tutta una freddissima estate sulle montagne del Wyoming e scoprono una forte attrazione reciproca che sfocia in una relazione passionale. Al termine del lavoro si separano, ma dopo qualche anno Jack, il più solare e franco dei due, si fa risentire. Ennis nel frattempo ha sposato la fidanzata di giovinezza, Jack ha incontrato una giovane e benestante cavallerizza texana, ma quando i due si rivedono è come se non fosse passato che un giorno. Ennis tuttavia non si sente di abbandonare la famiglia e i suoi lavoretti malpagati per vivere con l'amante, e la loro relazione continua per anni sulla base di incontri semestrali. Ma a Jack questi pochi attimi non possono bastare...


Quando ho letto qualche articolo su questo film sono rimasta stupefatta nel trovare voci discordanti che dibattevano se i protagonisti fossero omosessuali, o bisessuali (visto che entrambi hanno moglie), o cos'altro. Questa mania di appiccicare etichette è sconvolgente, soprattutto su personaggi, e persone, che evidentemente per loro natura sfuggono a classificazioni ovvie. Cio' che è importante secondo me è che questo è un film d'amore, e uno bello, al pari de I ponti di Madison County o di Love Story. Narra di un amore infelice, perché i suoi protagonisti sono impossibilitati a viverlo alla luce del sole, e perché uno dei due abbandona prematuramente questo mondo. Chissà in che modo, non è dato sapere.
Naturalmente lo spettatore empatizza molto più facilmente con il personaggio di Jack, più coraggioso e moderno, ma ho trovato particolarmente toccante e ben interpretato dal compianto Leadger il più chiuso e remissivo Ennis, per sempre prigioniero dei suoi rimpianti e della sua passività, incapace anche solo di aspirare alla felicità tanto è abituato a vedersela negata.
Per quanto concerne l'aspetto tecnico, Lee confeziona come al solito un film piacevole da vedere e formalmente inappuntabile, con la fotografia giusta, la colonna sonora giusta, i colori giusti (molto marroni). In effetti è come se ognuno dei suoi film avesse una forte impronta coloristica: blu per Vita di Pi, Cipria per Ragione e sentimento, verde per La tigre e il Dragone, arancio per Motel Woodstock, grigio per Hulk. In molti degli ultimi ritrovo una certa volontà di compiacere il pubblico (eufemismo per "ruffianeria"), ma in realtà non sono mai sicura che questa sensazione non sia solo legata all'ambizione dei temi affrontati -e percio' malafede del mio "occhio di critico". Segnalo inoltre le belle prove delle attrici che interpretano le mogli, la sofferente e lucida M.Williams e la perfetta padrona di casa (ignara? secondo me no) A.Hataway.


lunedì 1 settembre 2014

Almost Blue

Forse il libro più famoso di Carlo Lucarelli, è una rivisitazione all’italiana del classico thriller americano col serial killer.
Ci sono un po’ tutti gli stereotipi del genere, dall’ispettore Grazia Negro, giovane e grintosa, che sogna Clarice Starling, e c’è l’aiutante di turno con una dote particolare. Se negli anni Novanta l’ultraclassico era l’hacker, qui ne troviamo una versione particolare, un cieco che usa uno scanner sonoro per colorare la sua vita piuttosto solitaria. Infine c’è l’assassino, con tutto il suo corteo di traumi infantili e psicosi irrisolte, che si scava un pezzetto di pagina di tanto in tanto, raccontandoci in prima persona le sue sempre nuove incarnazioni.
Il primo e più grande pregio del libro è di essere totalmente privo di quelle grevi, spesso disgustose e assolutamente inutili minuziose descrizioni delle vittime e delle violente torture loro inflitte dal maniaco di turno. L’autore suggerisce, crea un certo pathos, ma senza compiacersi eccessivamente, e il lettore ringrazia. Inoltre tutta l’azione, che copre poche settimane, si spande per non più di 200 pagine, a differenza dei molti tomi ponderosi pieni di ripetizioni tipici di questo genere di produzione letteraria.
Dall’altro lato la suspance è moderata e i protagonisti non riescono a conquistarsi la nostra simpatia: Grazia è troppo fredda e anche un po’ immatura, Simone è un filo caratteropatico ma soprattutto è la copia conforme, maschile, di Grazia, e l’assassino… be’, è l’assassino. Insomma, più di tanto non si può empatizzare, mi sembra evidente!
Nel complesso è una piacevole lettura da spiaggia, ma forse negli anni è invecchiato male.