lunedì 8 dicembre 2014

Polisse

Di e con Maiwenn, J.Starr, K.Viard. 2011

Storie di ordinaria barbarie dalla Brigata Protezione Minori di Parigi, quartieri nord. Una fotografa viene affiancata ai poliziotti per documentare il loro lavoro.

La regista, ancora piuttosto giovane, ha abbordato un soggetto ostico a dir poco. Su una sceneggiatura sua, affronta un anno circa di delirio, con l'occhio della fotografa inviata dalle alte sfere. Dapprima lo sguardo è più oggettivo e distaccato, poi l'attenzione si fa sempre più viscerale. Il percorso personale della reporter ricalca quello vero di Maiwenn, che ci racconta fatti realmente accaduti.
Non solo premio della giuria a Cannes, assegnato da DeNiro,
ma anche pioggia di Césars 
La più grande forza del film è proprio il taglio quasi-documentaristico del lavoro della BPM, con i drammi, i successi, lo scoramento, lo schifo, il senso di inutilità e di inadeguatezza che devono esserle propri. Parallelamente scorrono le vite private degli agenti, provate e logorate dalla sovraesposizione alle peggiori miserie umane, un po' come succedeva ai celerini di A.C.A.B. Non ce n'è uno che sia normofunzionante, anche se questi non sono violenti, quanto piuttosto corrosi da un veleno più sottile, da una nausea più profonda ancora.
Benché l'approccio sia stato giudicato da qualche critico un po' superficiale, io ho apprezzato la (relativa) levità dell'autrice e ho gradito che si evitassero scene troppo crude o esplicite, e non trovo il risultato in alcun modo grossolano. Alcune scene mi hanno colpito e commosso.
Mi è dispiaciuta invece la scelta stilistica post-nouvelle vague che sembra una lontana nipote del Dogma95. Niente trucco, luci scialbe e l'onnipresente, odiatissima, orripilante camera a mano continua. Non capisco se questo taglio radicale sia legato al tentativo di non apparentarsi a prodotti tipo fiction-tv, ma avrei optato per una veste più asettica, alla Truffaut.
Sarebbe stata un'ottima idea, a questo fine, tagliare il personaggio invero inutile della fotografa, che con le sue storie d'amore pasticciate c'entra davvero poco col lavoro necessario e disgustoso di uomini e donne poco comuni, che ogni mattina si alzano chiedendosi solo che cosa ancora dovranno mai ascoltare, di cosa mai potranno ancora essere testimoni, e -ciononostante, per qualche oscura ragione- ancora si alzano... finché ce la fanno.

venerdì 5 dicembre 2014

Capitan Harlock

Toei Animation, Aramaki Shinji, 2013

Il giovane Logan/Yama si fa ammettere sull'Arcadia, nave guidata dal pirata interspaziale Harlock, e scopre il di lui vero fine (insieme al resto dell'ignaro equipaggio): sciogliere i nodi spazio-temporali dell'universo per farlo implodere e ricominciare la Storia con un nuovo Big-Bang.

Solo leggendo queste tre succinte righe chi conosce anche parzialmente la figura creata da Matsumoto Leiji non ritroverà i suoi reperi. E non parlo solo della storia, completamente diversa dal manga originale, ma della personalità dei protagonisti.

e dire che il potenziale c'era tutto...

Questa ambiziosa rivisitazione, incensata da registi di grosso calibro (Cameron in testa), è raffinata da un punto di vista grafico. Con un budget che sarebbe giudicato ridicolo per qualunque casa di produzione occidentale, gli animatori ci hanno regalato uno scenario sontuoso, fluido, pieno di tute militari luccicanti, capelli realistici e movimenti piacevoli anche grazie ad un buon uso della facial capture. L'Arcadia è resa bene, soprattutto negli interni, anche se è troppo pulitina per i miei gusti: sembra una corazzata da combattimento a tempo pieno, mentre dovrebbe essere prima di tutto la casa dei quaranta rinnegati che vi hanno trovato rifugio. Le scene di combattimento sono dinamiche ma non eccessivamente baraccone, cedendo poco alla moda Hollywoodiana di ricostruire uno tsunami spropositato in ogni singola inquadratura.

La sceneggiatura, di per sé, potrebbe non essere disprezzabile. Dal punto di vista logico magari ha qualche falla, ma tutto sommato regge, sostenuta anche da dialoghi e lunghi monologhi in linea con l'originale degli anni Sessanta.
Il vero problema, come accennavo poc'anzi, è che la trama e i suoi comprimari sono assolutamente estranei -per non dire contrari- al Matsumoto-verse: Harlock, che era il paladino della libertà assoluta, del "ognuno deve vivere come vuole e morire per questo diritto" si arrogherebbe il privilegio di decidere le sorti dell'intero universo? Lasciando per di più il suo equipaggio completamente all'oscuro? Mai si macchierebbe di un crimine del genere, completamente alieno alla sua natura. Inoltre il suo personaggio serve quasi solo da specchio per le allodole nei confronti dei potenziali fruitori del film. Infatti Yama/Logan, ragazzino ancora irrisolto, gli ruba la scena per tutto il tempo, lasciandogli qualche entrata ad effetto che si imprime nella memoria solo per lo svolazzare del nero mantello. Nulla del vero aspetto romantico del pirata ci è rivelato, mai una microsequenza per vederlo bere vino, solo in compagnia del motore senziente dell'Arcadia e del suo avvoltoio spennacchiato che gli piange in spalla.
Più ancora è stata bistrattata Meeme, personaggio tra i più regali della storia del manga, ultima sopravvissuta di un'intera specie, che qui diventa una macchinista (certo, con una conoscenza perduta sulla Materia Oscura, ma che differenza con la raffinatezza psicologica dell'originale) coperta solo da una specie di perizoma ridicolo e oltraggioso. Passi la scena fanservice su Kei, ma Meeme non si tocca!
Una bella occasione, sprecata.

giovedì 4 dicembre 2014

Noi siamo infinito

Di S.Chbosky, con E.Watson, L.Lerman, E.Miller. 2010

Charlie è un ragazzino brillante e intelligente, costretto a fare tappezzeria perché poco cool. Mai un amico, finché non si aggrega ad una compagnia piena di bravi ragazzi un po’ emo. Si innamora di Sam, sorellastra del suo compagno di classe gay, e ogni tanto la depressione scatenata dalla morte della giovane zia riemerge, punteggiata di allucinazioni.

Coltivavo aspettative piuttosto elevate su questo film, che credevo un’analisi sull’adolescenza fuori dai canoni dello “standard cool” ormai imperante, e invece mi sono arenata su una trama che sembra sottintendere che le persone timide o “alternative” devono questo aspetto del loro carattere a traumi subiti da bambini.
La svolta finale del film infatti sembra sconfessare il diritto di essere normalmente diversi, sanamente interessati ad altro che il mainstream, per dire che dovremmo sempre ricercare le cause (evidentemente nocive e patologiche) di una scarsa integrazione nel gruppo liceale. 

Perché invece non ci si è soffermati di più su un'adolescenza un po’ ai margini scolastici, fatta di brufoli e tristezza, ma anche di libri (qui si vedono solo di sfuggita… come se il regista volesse assicurarci che i nostri leggono, ma non ci dicono cosa. Alla fine l’unico libro citato è To kill a mockingbird, che conoscono pure le sedie) e di musica (stesso identico discorso che per i libri, troppa superficialità), nonché di una percezione della realtà particolarmente intima e drammatica. Insomma, dirò una bestialità, ma Beautiful Creatures faceva lo stesso sporco lavoro con più allegria e arguzia, oltre che un miglior cast.
Ho l'impressione che non sia stata resa giustizia al libro da cui il film è tratto, e lo voglio recuperare.

Forse sarebbe stato miglior protagonista Patrick, problematico ma diverso con brio. Mi viene però il sospetto che i suoi traumi infantili non siano stati raccontati solo perché sarebbe come dire che l’omosessualità è legata ad un nodo patogeno passato, e oggi sarebbe politicamente scorretto. Vogliamo forse essere politicamente scorretti? Giammai!!


L’unico vero asso del tutto è la presenza di Emma Watson, sempre più brava a recitare ma non altrettanto a scegliere le sue comparsate (e sto pensando per esempio anche a Noah): qui, circondata da attori di tutt’altro livello, sembra un pesce fuor d’acqua.

mercoledì 3 dicembre 2014

Dark Shadows

Di T.Burton, con J.Depp, M.Pfeiffer, E.Green, H.Bonham Carter. 2012

Il giovane Barnabas, inamorato di Josette, rifiuta la bellissima Angelique che si vendica trasformandolo in vampiro. Oltre tre secoli dopo, causa incauta scoperchiatura della sua tomba, si ritrova in epoca (post)moderna nella casa dei suoi avi, ormai impoverita, in mezzo ad una famiglia di epigoni a dir poco disfunzionale.

Dopo la catastrofe di Alice in Wonderland, covavo delle perplessità su questo film e non sono andata ad accoglierlo in sala. L’ho però recuperato in un passaggio televisivo e ne sono stata assai contenta perché, nonostante non sia certo un ritorno alle vette che il regista ha conosciuto ormai molti anni or sono, è una piacevole commedia divertente e disimpegnata, cui si aggiunge l’indubbio vantaggio di essere recitata benissimo.

Burton non ha infatti risparmiato sull’organico, e oltre ai sempre bravi e sempreverdi (anche se ogni tanto cominciano ad avvizzire) J.Depp e H.Bonham Carter, ha diretto con perizia due bellissime. La Pfeiffer, con grande intelligenza, accetta ruoli compatibili con la sua età, e risulta credibile nella parte di donna d’affari con problemi di gestione. Inoltre io trovo il suo personaggio simpaticissimo, umano fino all’osso ma estremamente aperto e pragmatico. Al contrario la figura dell’ex-servetta strega è estremamente odiosa e qui sta la grande competenza della Green, che riesce a non sembrare ridicola, oltretutto con l'handicap di vedere il suo enorme fascino fortemente limitato dall’orrenda, volgarissima, tinta bionda dei capelli.


Il resto, dalla fotografia scura alla continua distorsione delle prospettive, è puro Tim Burton sempre uguale a se stesso con lievi variazioni, come il tono lievemente caramellato dei colori, soprattutto i rossi. Bella colonna sonora, un po' datata.
Non è il caso di cercare troppo secondi significati, plurimi livelli di lettura e intenti filosofici, perché non ce ne sono. Ogni tanto fa anche bene prendersi un po’ di respiro!

martedì 2 dicembre 2014

Anatolia Story

Di Shinohara Chie, 28 volumi, Star Comics

Yuri è una liceale comune, con una cotta per un innocuo sempai, una bella famiglia e una discreta predisposizione all’attività atletica. Improvvisamente risucchiata da una pozzanghera (!!) si ritrova ad Hattusa in pieno sboccio dell’impero Ittita, dove è stata richiamata dalla TawanaAnna come ingrediente principale di un maleficio contro i principi ereditari. Kail, il favorito tra questi, la pone sotto la propria ala e, fatalmente, se ne innamora, ma molto nobilmente cerca di rispedirla a casa dai suoi, in un Giappone lontanissimo nello spazio e nel tempo.

Avevo sentito un gran bene di quest’opera-fiume, e parecchio inchiostro è stato speso per lodare l’accuratezza della ricostruzione del regno Ittita: diciamo da subito che, se l’apice della rappresentazione storica nello shojo manga si tocca con la Ikeda (penso a Berubara, certo, ma anche di più a Orfeo), qui per fedeltà filologica siamo più dalle parti di Elisa di Rivombrosa. Più o meno l’autrice recupera quelle due nozioni che ricordo anche io dal mio manuale di storia delle medie, ovvero che gli Ittiti furono i primi a combattere a cavallo senza il carro (qui addirittura l’invenzione si deve a Yuri!) e, soprattutto, primeggiarono grazie alla loro conoscenza del ferro, sbaragliando anche gli Egizi. Anzi, se non ricordo male, ci furono delle commistioni dinastiche per cui uno dei cinque periodi egizi è in realtà occupato dall’avvento di una dinastia ittita, ma queste nozioni si perdono nelle sabbie mobili del tempo e il mio manuale è in soffitta in qualche scatola polverosa.

In ogni caso, fatti salvi brevi accenni, il 90% della trama è strettamente focalizzata su un unico punto: la storia d’amore passionale, impossibile e totalizzante tra i due protagonisti. Lungi dall’essere melenso, con mia grande sorpresa decreto che il risultato è ottimo! Il manga mi ha colpito per la palese sincerità con cui si concentra sul suo lavoro di shojo: poche digressioni storiche, ben delineate, zero paranoie pseudofilosofiche, azione e love story come se piovesse.

I personaggi sono tanti e tutti ben tratteggiati, al punto che facilmente si conquistano affetto e fiducia del lettore, dalle sorelle Hatti ai generali di Kail e persino ai cattivi senza redenzione. C’è pure l’antagonista “positivo”, il personaggio non malvagio che tenta però di fare le scarpe al bel protagonista battendolo sul suo terreno (l’Akio Nitta di turno), e qui si chiama nientemeno che Ramses. La classe, quoi!
Fatto raro, anche i protagonisti sono accattivanti. Lei ha una fortuna sfacciata ma è semplice e simpatica, molto coraggiosa nella scelta, sofferta, di restare con Kail; lui è talmente perfetto che dovrebbe essere detestabile e invece no, non si può non volergli bene così com’è, per quanto incredibile (in breve: bellissimo, intuitivo, colto, aperto, progressista, coraggioso, erede al trono e –assurdo, lo so- votato alla più stretta monogamia).


Ciò che preferisco sono però i disegni: eleganti, vecchio stile, proporzionati. L’uso intelligente e misto di retini, campiture nere e fantasie geometriche rende la serie leggera e scorrevole; la conoscenza fluida dell’anatomia di uomini e animali, soprattutto cavalli, permette delle immagini belle anche nel movimento. Un piacere da leggere d’un fiato.

lunedì 1 dicembre 2014

Le prénom - Cena tra amici

Di LaPatellière e Delaporte, con P.Bruel, V.Benguigui, C.Berling, G.de Tonquedec, J. El Zein. 2012

In occasione di gravidanza, cinque persone si ritrovano a cena: Babou, insegnante-moglie-madre-amica perfetta, il di lei marito Pierre, intellettuale di sinistra, il di lei fratello, ricco e viziato, Vincent, con la compagna Anna, e l'amico d'infanzia Claude, ora trombonista.


Le ostilità si aprono quando Vincent, in assenza di Anna che è ancora al lavoro, rivela a sorella e cognato di voler chiamare il figlio Adolphe, come il protagonista del romanzo di Constant. Pierre si inalbera, dichiarando che imporre al nascituro il nome del fuhrer sarebbe scandaloso e sintomo dell'egotismo del padre. Vincent, e Anna, poi giunta, non possono fare a meno di replicare che c'è poco da bacchettare gli altri quando si è battezzati i propri figli (che peraltro necessitano di un neuropsichiatra infantile) Apollin e Myrtille... In realtà chiameranno il bimbo Henry, ma ormai la bomba è lanciata e i due galli sono lanciatissimi nell'arena: da un lato il capitalista narcisista ma non privo di generosità, dall'altro il professore intellettualoide "bobo", alternativo per preconcetto, allergico al lavoro -non alza neanche la cornetta del telefono, tanto c'è la moglie che lo farà- e ancora più avverso all'ironia. 
Dopo poco, ovviamente, Vincent e Pierre, che si conoscono fin dall'infanzia, tirano nel mezzo del contendere anche Claude, che da una vita fa loro da arbitro imparziale: cos'è dunque questa presunzione di imparzialità da parte di quest'amico colto, onnipresente, raffinato e sempre solo? Non ha forse opinioni? Perché non si decide a rivelare la sua omosessualità?
Perché SPOILER omosessuale non è. Aspira a diventare loro patrigno, amando la madre di Vincent e Babou FINE SPOILER;e prima della fine anche la madre di famiglia negletta avrà le sue rivendicazioni da fare.

La struttura eminentemente teatrale è la stessa della pièce originale da cui il film è stato tratto, scritta dagli stessi registi e portata in teatro dagli stessi interpreti. Solo l'anno prima Polanski aveva messo in scena un film di struttura pressoché identica, Carnage, tratta da una pièce francese, di Y.Reza, che mi aveva lasciato un po' delusa. Trovo invece che questo lavoro sia particolarmente riuscito nel ritrarre degli archetipi della nostra società, dalla madre di famiglia stressata alla lavoratrice accanita ed indefessa passando per l'amico che non ce la racconta troppo giusta, senza scadere in un greve eccesso di amarezza.
Anche gli italiani riescono bene in questo tipo di prodotto (penso a Due partite, per esempio), ma nel nostro caso di solito eccediamo in malinconia, principalmente perché in questi film i protagonisti sono spesso degli infelici cronici. 
Le prénom, giustamente premiato con due Césars, brilla perché profondamente divertente. Stesi sul divano abbiamo riso come si ride al teatro boulevardier! I suoi protagonisti, salvo Babou che ha qualcosa di intrinsecamente tragico- non sono disperati e riconoscono mille meravigliose potenzialità davanti a loro. In lingua originale è ancora più spassoso.