domenica 29 novembre 2015

Il Padrino

Di F.Ford Coppola, con M.Brando, A.Pacino, R.Duvall, D.Keaton. 1972

A metà degli anni Quaranta, la famiglia Corleone è guidata da don Vito, è una delle cinque più influenti di Manhattan e si occupa soprattutto di gioco d'azzardo e contrabbando; quando al padrino viene proposto di inserirsi nel nascente narcotraffico, rifiuta per riserve morali. Tal gran rifiuto scatena una violenta reazione a catena, che porta non solo a faide decennali tra famiglie mafiose, ma anche all'ascesa di Micheal, il figlio più giovane di don Vito e inizialmente il più restio a inserirsi nel "giro".

Votato ripetutamente tra i migliori film della storia del cinema, rasenta la perfezione. Unisce una trama perfettamente congegnata e un incredibile ritmo ad una realizzazione grafica sublime, che riunisce con incredibile omogeneità i quadri bucolici delle scene del matrimonio, le riprese telescopiche dell'ospedale e di Holliwood, le sequenze mute dell'affastellarsi di cadaveri e ancora le inquadrature a grandangolo delle riunioni dei capifamiglia. E' incredibile pensare che Coppola rischio' il posto di regista a giorni alterni perché non piaceva ai produttori...

I protagonisti sono entrati nel mito: Marlon Brando risollevo' la sua carriera, che sembrava ormai sul viale del tramonto, e che poi prosegui' con il da me odiatissimo Ultimo Tango, incarnando il Padrino dalla mascella ipertrofica. Ogni sua apparizione sullo schermo emana un carisma immenso, con un piccolo gesto della mano trasmette sensazioni non veicolabili senza pagine e pagine di descrizioni. La grandezza, soprattutto futura, di Al Pacino si desume anche dal non essere oscurato da tale gigante. 
Mostra immagine originaleAnche altri personaggi minori restano impressi nella memoria, a partire dal fratello adottivo di Michael, il Tom "consigliere" impersonato dal credibilissimo Robert Duvall, o ancora il figlio primogenito Santino ("Sonny") interpretato da James Caan. A tutti loro, benché cattivi per antonomasia, non si riesce a non affezionarsi, in qualche misura: ci hanno catturato dalla prima scena, con un'offerta che nessuno puo' rifiutare.

E' abbastanza sorprendente, osservando con occhi contemporanei, il ruolo veramente defilato e silente delle donne della famiglia, che sembrano non sapere nulla, non sospettare nulla, non temere nulla, divise tra madonne sofferenti intente a piangere di volta in volta i caduti (moglie di Don Vito) e oche giulive (Apollonia), tra vittime battute (Connie) e tragiche consapevoli ma incredule (Kay).

Solo una breve menzione alla colonna sonora di Nino Rota, talmente azzeccata da vivere di vita propria: anche chi non avesse mai ancora visto il film, sicuramente ne riconosce il motivo portante. 

mercoledì 18 novembre 2015

Go set a watchman - Harper Lee

Harper Lee, 1957, pubblicato nel luglio 2015, postumo

Il libro vede Scout, piccola protagonista di To Kill a Mockingbird (Il buio oltre la siepe), tornare a casa per le vacanze, a Maycomb, da New York dove il padre l'ha spedita a vivere, lontana dalle difficoltà razziali e politiche in generale che affliggono il Sud. Durante il soggiorno Scout dovrà venire a patti col bigottismo di quella che non puo' non considerare casa sua, e perfino (lei crede) del suo inappuntabile padre, Atticus Finch.

Apparentemente l'opera dovrebbe essere un sequel di Mockinbird, ma in realtà è stato scritto prima, e rifiutato da vari editori, e con buone ragioni. In 250 pagine di scritto non c'è una trama, non c'è costruzione, e l'unica ipocrisia veramente additata è quella della protagonista che ragiona in modo facilone su soggetti che nella realtà ha scelto di ignorare, trasferendosi nel più aperto Nord.

Forse grazie a ripetute bocciature Harper Lee si mise di buzzo buono a creare un capolavoro, degno vincitore del Pulitzer ma soprattutto opera immortale della letteratura mondiale. 


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Sarebbe stato atto di carità lasciare alla polvere questa accozzaglia giovanile, ché anche ai migliori scrittori è concesso buttar giù delle prove inconcludenti senza che il primo editore in vena di guadagni facili ne sporchi la memoria pubblicandole postume. 

Ho comprato tutta contenta il volume alla Harvard Coop, pagandolo peraltro una fortuna nonostante il 30% di sconto, e il bel ricordo di un viaggio strepitoso sarà l'unico motivo per cui terro' con me questo romanzo scritto male e sceneggiato peggio, sforzandomi di non riaprirlo più: non sarà difficile, se il desiderio mi cogliesse, spostare la mano di tre centimetri, per rituffarmi nelle avventure della vera Scout, di Dill (Truman?) e Atticus (quello originale).

domenica 15 novembre 2015

Spectre

Di S.Mendes, con D.Craig, R.Fiennes, C.Waltz, Ben Winshaw, L.Seydoux, M.Bellucci. 2015

Bond uccide un certo signor Sciarra agli ordini della defunta M e scopre l'esistenza di una misteriosa organizzazione malefica che desidera, fra le altre cose, il completo controllo dell'informazione globale. La capitana Blofeld, un ometto complessato corredato di gatto che unisce visioni di stupefacente grandeur a un interesse malsano per il nostro agente segreto preferito. Seguono esplosioni, scene di tortura insensata e inseguimenti in auto varie.

Da un anno aspettavo Spectre. Ancora di più, lo aspettavo dagli ultimi cinque minuti di Skyfall, e dopo aver letto un po' di recensioni iniziavo a temere il peggio. Pero' ieri mi sono detta che dovevo sfidare l'irragionevole e disgustosa paura di infilarmi in un posto affollato come un cinema a meno di ventiquattr'ore dalla mattanza della capitale, e che vedere, almeno nella finzione, un agente segreto che fa il suo lavoro bene sarebbe stata una forma di sollievo... uno che spara al cattivo e riesce a bloccare un attentato in uno stadio pieno di civili.

All'inizio si parte il gran spolvero: festa macabra in luogo esotico, sequenza molto spettacolare, cattivo n.1 morto dopo intenso volo in elicottero, tutto bene e perfetto, ironia nella giusta dose. Qualcuno ha detto a Sam Mendes che bisognava tornare alle origini, al Bond col botto, che "fa cose", bello e vincente: molto bene, sarà un film avvincente.
Dopo mezz'ora, pero', iniziano le prime smagliature che sono principalmente di sceneggiatura: piccole incongruità, tipo la torrida (?) scena d'amore con Monica Bellucci, invecchiata ed imbruttita gratuitamente, contro la specchiera del salone. Ma che idea!! Provate a mettere le spalle nude contro uno specchio, basterebbe a spegnere il desiderio di un satiro.
Lo scorrere dei minuti ci porta attori che recitano bene, anche se C.Waltz sembra un po' sopra le righe, scene dai colori disperantemente esausti ma sempre ben girate, Q favolosamente british e una sceneggiatura sempre più sgangherata.

Chi hanno preso per scrivere storia e dialoghi? Apparentemente sono in quattro, capitanati da un certo Logan, e spero che abbiano il buon gusto di vergognarsi e nascondersi in una piccola buca sotterranea fino all'espiazione dei loro peccati contro la cinematografia. 
Biplani degni di Saint-Exupery con cui Bond salva situazioni disperate senza che si capisca come, anelli con simboli semi-esoterici che vengono analizzati su touchpad a riconoscimento biologico, cattivoni che non sanno cosa vogliono dalle loro azioni. Perché Blomfeld ha costruito tutta la sua rete? Denaro? Potere? Ad un certo punto sembra che tutto il teatro sia stato montato perché da adolescente è stato geloso del cugino James. La storia dell'anello, con le sue impronte DNA di vecchi antagonisti, le cui foto sparse in giro turbano gli occhi azzurri del protagonista, ha un significato qualunque? E la Bond girl (bruttarella...!) che si corica col vestito beige e si rialza con il negligé bianco?

Lo spreco insensato di mezzi, macchinari e attori è completo, e anche un'altra figura cardine viene spietatamente gettata alle ortiche: parlo di M, il nuovo M attesissimo, per cui si aveva a disposizione il non plus ultra, l'uomo che riesce a rendere credibile Voldemort e M Gustave. Innanzitutto Mallory non ha presa sui suoi, non ce n'è uno che non ignori i suoi ordini, senza contare che Bond gli disobbedisce per prendere mandato dalla defunta Judi Dench. Invecchiato e imbruttito peggio della Bellucci, con un taglio di capelli mortificante, l'M che doveva essere l'antiburocrate giunto direttamente dai campi di battaglia è lasciato completamente fuori dai giochi, impotente spettatore.
La colonna sonora non si puo' neanche commentare.

In conclusione:

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decostruzione del Mito








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Assassinio del Mito, con aggravante di vilipendio del cadavere

sabato 14 novembre 2015

Ella Enchanted (Il magico mondo di Ella)

Di T.O'Haver, con A.Hataway, M.Driver, H.Dancy, V.Fox. 2004

Le fate madrine combinano spesso disastri e quella di Ella non fa eccezione: le fa dono dell'Obbedienza, obbligandola di fatto ad acconsentire ad ogni imperiosa richiesta le venga rivolta da chicchessia. Il fatto di vivere con una perfida matrigna e due sorellastre non migliora la situazione, ed Ella fugge per ritrovare la madrina e convincerla a riprendersi il dono infelice. Lungo il viaggio incontra l'ambitissimo principe Charmont (Charming, in realtà, cioè Azzurro), un belloccio un po' idealista e completamente avulso dal mondo in cui vive: non si è mai reso conto che il suo tutore zio è un regicida che progetta di farlo fuori al più presto, dopo aver schiavizzato legioni di elfi, orchi e giganti per i suoi loschi scopi (far cantare gli uni nei cabaret, far coltivare ortaggi agli altri).

Pastiche sparluccicante e ridondante che riunisce sotto un unico titolo Cinder(Ella), Bella addormentata nel bosco, Alice nel paese delle meraviglie e molto altro, ho cominciato a guardarlo con scetticismo e sufficienza, ma mi sono ritrovata a ridere come una bambinetta cretina e a cantare Somebody to Love insieme al coretto di giganti commensali ad un matrimonio. 
Dire che la storia è esile sarebbe come sparare sulla croce rossa! Oltretutto è talmente palese lo svolgimento che l'effetto sorpresa può essere chiamato in causa solo davanti ad un pubblico pre-elementare.

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Ciononostante gli attori sono discreti, la Hataway mi piace anche con quella sua bocca troppo grande, Minnie Driver e Parminder Nagra, nonostante le particine sottoesposte, sono sempre brave, e il fanciullo Dancy è belloccio -che poi è tutto quello che la parte gli chiedeva, è molto simile ai principi Disney prima maniera che non fanno quasi niente, arrivano, baciano la ragazza e via con l'anello.
Le incursioni nel genere musicale sono molto godibili, non solo la Somebody to Love che citavo prima, ma anche Don't go Breaking my Hearth, in un finale molto Bollywood, e plauso alla Hataway che canta con la sua voce.

venerdì 13 novembre 2015

Piccoli omicidi fra amici

Di D.Boyle, con K.Fox, C.Eccleston, E.McGregor. 1994

Juliet, David e Alex sono tre amici che condividono uno spazioso appartamento ad Edimburgo; un brutto giorno decidono di accogliere una quarta persona e dopo una serie di provini cinici e divertenti, selezionano un signore piuttosto losco che ben presto ritrovano morto sul suo letto, accanto ad una borsa strapiena di biglietti di banca. Per dividersi il denaro i tre seppelliscono alla meglio l'ex quarto, tirando a sorte su chi deve farlo a pezzi (letteralmente): tocca all'inibito e timido David, che ne resta assai scosso. Di qui in avanti, sarà guerra intestina senza esclusione di colpi per accaparrarsi la borsa.

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Primo film di Danny Boyle e primo ruolo di un certo rilievo per McGregor, che avrebbe ancora lavorato col regista nel successivo Trainspotting. Come esordio, per entrambi, era più che decoroso, perché è filmato molto discretamente (con qualche strizzata d'occhio a Hitchcock e parrecchio surrealismo) e recitato bene, ma il risultato è ancora abbastanza acerbo e davvero troppo nero. 
L'accanimento e la cattiveria latente dei tre personaggi, figli di una borghesia agiata e rispettabile, sembrano troppo acri per essere comprensibili e -forse sono ingenua- mi sembrano non applicabili all'Edimburghese medio. Il regista sembra volerci dire che, data l'occasione, tutta la nostra società occidentale si trasforma senza colpo ferire in una schiera di lupi pronti ad affilarsi le zanne sulle ossa dell'amico, dell'amante, del vicino.
Nonostante l'ottima prova del caro Ewan, i due personaggi che restano scolpiti nella memoria sono Davi e Juliet. Il primo, dapprima contrario all'appropriazione indebita e all'occultazione del cadavere, ma forse unicamente per codardia, dopo essere costretto alla dissezione del corpo sprofonda in abissi di follia sempre più profondi, pronto a divenire più bestiale di efferatezza in efferatezza. Juliet, al contrario, è la mente del gruppo sin dal principio, e gioca consapevolmente con il desiderio che percepisce nei due amici verso di lei; la sua crudeltà è la più sottile e la più spaventosa.

mercoledì 11 novembre 2015

American Gigolo

Di Schrader, con R.Gere, L.Hutton, H.Helizondo. 1980

Julian Kay è l'American Gigolo' del titolo: American perché sogna di essere libero e di avere davanti a sé infinite possibilità di scelta, senza costrizioni, mentre svolge quello che gli riesce meglio. Gigolo', appunto. Tra una cliente e l'altra -è specializzato in donne piuttosto anziane- incontra Michelle, la moglie di un senatore locale (California), che potrebbe rappresentare l'Amore. Peccato che Julian sia all'improvviso accusato dell'omicidio di una delle sue clienti...

Stavolta è Gere a fare il prostituto, un po' più raffinato rispetto a J.Roberts in Pretty Woman, ma anche calato in un mondo più realistico e sordido. Julian non ha più bisogno di imparare a mangiare ad una tavola stellata, né gli serve aiuto per coordinare i pezzi del suo guardaroba Armani, ma intorno a lui gravitano protettori loschi e prevaricatori, ipocrite dame dell'alta borghesia e ragazzi di strada da far impallidire gli orchi. 
Mostra immagine originaleIl punto più debole della struttura del film è anche il segreto del suo successo, e risiede nell'aura di innocenza di cui Julian è ammantato. Sinceramente, la storia del gigolò che si impegna per ridare piacere e gioia di vivere ad attempate signore piene di malinconia è fragile e ridicola al limite del cretino, ma l'occhietto buono e lo zigomo fresco di un Gere giovanissimo e dal viso angelico sono la chiave dell'empatia che il protagonista deve riuscire a suscitare nello spettatore. Per le spettatrici, l'occhietto, lo zigomo e il viso di cui sopra ricevono anche l'aiuto di un fisico perfetto, asciutto ma decisamente tornito, di cui non si poteva non far menzione!
Gli anni Ottanta, con tutti i loro eccessi, la fanno da padrone in ogni inquadratura, dai locali di architettura baroccamente minimalista agli abiti, dalla passione per l'arte moderna e post-moderna ai tappeti alla cocaina che anche il nostro eroe utilizza in scena, fino alla rappresentazione fedele dell'amore per la vanità e l'effimero.
Rispetto a come me lo ricordavo mi è sembrato meno romantico e più sfacciato, ma mi ha fatto piacere rivederlo dopo tanto tempo, anche per la colonna sonora, dominata dalla famosissima Call Me di Blondie.
Una curiosità: Gere ed Helizondo si reincontreranno in Pretty Woman, dove il secondo interpreterà il mio tanto caro direttore dell'albergo.

giovedì 5 novembre 2015

Goodbye Chunky Rice

Di Craig Thompson, 120 pagine.

Chunky Rice è una giovane tartaruga che decide di lasciare la città della sua adolescenza, e la sua grande amica Dandel, per conoscere il resto del mondo. Nel suo viaggio per terra e per mare incontrerà diverse persone, a volte tristi e un po' maltrattate dalla vita, ma mai veramente cattive, e comincerà a capire davvero il significato di un addio, della perdita, dell'amicizia e della libertà.

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Opera prima dell'autore del celebrato Blankets, Chunky Rice è estremamente acerbo.
Da un lato i suoi pregi maggiori sono i disegni poetici e suggestivi del protagonista e della sua amata e una resa quasi palpabile di questa sensazione eminentemente adolescenziale che è la malinconia. Dall'altro l'organizzazione della tavola è talmente poco strutturata da giungere al limite del confusionario; alcuni personaggi risultano troppo patetici, come Solomon, ex bambino strattonato che è rimasto un "semplice"; i disegni delle persone di forma "classicamente" umana sono volutamente molto dismorfici e respingenti.
Insomma, ancora tanto lavoro davanti a Craig prima di giungere alla maturità, ma soprattutto un lavoro che lascia dietro di sé un senso di disagio, di speranza ("perché non esistono veri addii quando davvero ci si vuole bene"), e di perdita, fortemente intriso di autobiografia. Immagino che sia questa la ragione per cui questo fumetto cosi' breve e all'apparenza ristretto ci tocca in maniera anche indelicata e poco gentile: si sente, vera, la passione dell'autore che a vent'anni abbandono' tutto il suo mondo per raggiungere Portland, Oregon, lasciandosi alle spalle Milwaukee, Wisconsin. E più tardi, partire non diventa più semplice, aumentano solo quelli che abbandoniamo: ma se amiamo veramente, allora gli addii non esistono...

martedì 3 novembre 2015

La cage dorée

Di R.Alves, con R.Blanco e J.deAlmeida, 2013

Maria e José sono una coppia di portoghesi di mezza età, emigrati a Parigi ormai da trentadue anni: lui è capocantiere in una grossa ditta di costruzioni, lei portinaia in un immobile, entrambi sono talmente gentili, disponibili e dotati da essere divenuti indispensabili nel loro piccolo microcosmo. Ma all'improvviso José eredita la vecchia azienda di famiglia, con una clausola: l'erede deve risiedere in Portogallo. La voce si sparge, e tutti danno fondo all'immaginazione per non lasciar partire i coniugi...

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Opera prima di un giovane regista portoghese oramai naturalizzato francese, la gabbia dorata è un film pieno di brio e di humour, con poca malinconia ma ben utilizzata (che senza fado la vita sarebbe come la minestra senza sale), girato con competenza e recitato molto bene.
La descrizione della famiglia portoghese, per quanto di valore più folkloristico che sociologico, mi ha fatto pensare alle nostre grandi casate meridionali: a volte mi manca un po' quella concezione antica, per cui la "famiglia" non è mamma-papà-figlio, ma mamma-papà-figlio-zio-nonna-cugina-zia-sorella-prozia etc. Insomma, una struttura più greco-latina, come si vedeva anche in un altro film a me molto caro, Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco.
Anche i personaggi di contorno sono ben delineati, in particolare i futuri consuoceri di Maria e José, due parigini "veri", altoborghesi (lui è l'imprenditore capo di José, sua moglie fa l'artista svampita) ma in realtà molto più autentici di quanto il loro statuto sociale non lascerebbe credere. Soprattutto lei è piena di sorprese: per trucco di sceneggiatura, lo spettatore è portato a credere cio' che tutti intorno a lei sembrano significare, ovvero che sia un'oca giuliva che inanella gaffes. In realtà è una donna dolce, aperta, disposta davvero ad accogliere l'altro, e i suoi scivoloni di gusto sono in realtà dovuti proprio al suo buttarsi verso l'altro senza troppo calcolare, in assoluta buona fede.
Il finale è un po' scontato, ma il resto è davvero un buon prodotto, che meritava in pieno la nomina ai César e ad un festival qui abbastanza noto e di buona fama ("international du film de comédie de l'Alpe de Huez"). Bellissima serata.

lunedì 2 novembre 2015

Taxi Driver

Di M.Scorsese con R.DeNiro, J.Foster. 1976

Travis, un veterano di ritorno dal Vietnam ha comprensibili problemi d'insonnia, e inizia a inanellare turni di notte come conducente di taxi, a bordo del quale ha agio di osservare i peggiori quartieri di NewYork negli orari e nelle situazioni più infami. Si innamora non ricambiato di un'attivista politica che gli sembra intonsa dal degrado generale e cresce in lui sempre più acuto il bisogno di vedere raddrizzati i torti che piovono sui deboli indifesi senza che le alte sfere se ne curino.

Il personaggio di Travis è di una solitudine sconfinata, disperata e per la maggior parte di noi assolutamente incomprensibile. Non ha famiglia né amici, non sa come rivolgersi alla donna che crede di amare, né come proteggere la bambina infelice che vorrebbe tirare via dalla strada. La sua unica esperienza di vita è una via di violenza soffocante foriera di ulteriore disastro: cerca un capro espiatorio per l'ipocrisia che percepisce nella società a cui è tornato senza reintegrarvisi, e immagina che un qualunque candidato alle primarie possa occupare questo posto. In realtà, la stessa indifferenza falsa e distante sarebbe pronta ad incensarlo sui mezzi di comunicazione per aver compiuto una carneficina davanti ad un'adolescente, ai danni di sfruttatori pedofili.
DeNiro è senz'altro sorprendente, persino inquietante, nella rappresentazione piattamente realistica di un personaggio fortemente disturbato, per il quale ci è preclusa ogni forma di empatia. Persino nel finale non sono riuscita a provare un trasporto di qualche tipo per quest'uomo cosi' irrimediabilmente perso, che coltiva contemporaneamente fantasie ingenuamente bucoliche (la ragazza che torna nella fattoria dei suoi e si rimette a studiare) e sogni di fredda vendetta per il disprezzo che ha subito (l'atteggiamento scostante che vorrebbe ostentare nei confronti della donna che l'ha rifiutato).
Come si puo' arguire dal mio scritto, io sono tra quelli che credono che Travis sia morto, e l'ultima parte del film una sorta di viaggio onirico da crepuscolo della corteccia frontale, un po' perché mi sembra la chiusa più adatta, un po' perché una convalescenza perfettamente riuscita dopo tre pallottole da fuoco ravvicinato, di cui l'ultima in una carotide, cozzano un po' con la mia formazione, e un po' anche perché in fondo ci spero che Travis trovi infine pace cosi', piuttosto che immaginarmelo ancora in giro di notte, sul suo taxi, a fare il vendicatore preda del suo disturbo post-traumatico da stress (che forse riposa su qualche altra patologia più grave e pregressa).

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Non si puo' non riconoscere a questo film la sua grandezza, nelle riprese innovative, negli effetti notte lucidi e umidi, nella fotografia perfetta e nei colori desaturati, oltre che nella grande prova attoriale di De Niro e nella profonda, graffiante ironia della sceneggiatura. 
Tutto cio' spiega la Palma a Cannes, le nominations agli Awards e i BAFTA vinti, l'amore sviscerato che la critica sembra portargli e il debito che tante altre opere successive gli portano, ma non è bastato a farmelo amare su un piano diverso da quello puramente razionale.