martedì 9 agosto 2016

Tess



Di R.Polansky, con N.Kinsky, L.Lawson, P.Firth. 1981



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Figlia di un contadino che scopre di avere ascendenze nobiliari, ormai lontane e non più supportate da pecunia, Tess viene costretta a ricongiungersi al ramo privilegiato, ma ne trae solo una gravidanza indesiderata e non protetta da uno statuto matrimoniale. Alla morte del bambino, vorrebbe rifarsi una vita in modo modesto e onesto, ma tutti gli angeli che incontra sul suo cammino sembrano in realtà solo pronti a saltarle addosso e a giudicarla.

Fedelissima trasposizione di Tess dei D'Urbervilles, è un film che merita davvero per il suo ritmo strano e lento che pero' non annoia, proprio come accadeva nel libro. L'afflato riflessivo che Thomas Hardy infondeva nella sua prosa è stato ripreso con efficacia e buon gusto: le pause, le lunghezze (non lungaggini) in cui la vita della protagonista si arena spesso; la persecuzione di una bellezza non richiesta e non esaltata, ma trascendente; l'onestà ai limiti della stupidità... vedendo la tragedia della stupenda pastorella inglese ho avuto davvero l'impressione di rituffarmi in quelle pagine, e ritrovare, in forma smagliante e sempre raffinata, quelle stesse emozioni, quei dubbi, quelle riserve che avevo provato ormai anni fa.

Forse non è un capolavoro, in sé, ma è una delle riduzioni cinematografiche più pertinenti e azzeccate che abbia mai visto, fedele al limite del filologico. Anche per questo, d'altro canto e a volergli fare le pulci, è privo di sorprese e di salti d'immaginazione insperati.
La Kinsky è di una perfezione da togliere il fiato, gli uomini sono bravissimi (tutti) a rendersi odiosi, da Angel -che per me avrà sempre la palma dell'uomo più ipocrita di tutta la letteratura anglosassone- al prete che si rifiuta di seppellire in terra consacrata il bimbo frutto di un amore illegittimo, nonostante -peraltro- sia stato regolarmente battezzato, per bigottismo duro e puro.

domenica 31 luglio 2016

White House Down (Sotto Assedio)

Di R.Emmerich, con J.Foxx, C.Tatum, M.Gyllenhaall. 2013

Mentre visita la Casa Bianca con la figlia, dopo aver elemosinato un posto nel corpo di difesa del Presidente, John Cale si ritrova nel pieno di un attacco terroristico ordito dalle stesse persone deputate alla tutela del presidente.

Ci sono film che si fanno amare per la loro sottigliezza, altri no, e direi che questo rientra nel secondo tipo. Trattasi di B-movie fracassone, patriottico all'inverosimile e dalla trama assai scontata nato per impegnare un venerdì sera altrimenti privo di altri film, ma con la calura estiva e con un bel gelato in mano è non di meno godibile. 
Channing Tatum è completamente inespressivo, potrebbe battere gente come Robert Pattinson senza problemi: ha il solo ruolo di essere belloccio e ben piazzato, e saggiamente non cerca di strafare. Foxx e la Gyllenhaal sorprendono un po' di più, in quanto ottimi attori prestati al film di cassetta. D'altro canto, perché non permettere anche a loro il lusso di un divertissement di tanto in tanto, di quelli che hanno per scopi primari pagare le bollette (sempre bene, pagare le bollette!) e decomprimere. Non si vive di soli film intellettuali indipendenti e ogni tanto sdrammatizzare fa bene allo spirito e all'igiene mentale.

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Emmerich... che posso dire, lo stimo per la sua totale mancanza di limiti, sotterfugi stilistici e inibizioni di sorta. Inseguimento in auto e con elicottero all'interno del recinto della casa bianca? Perché no, non l'avevamo fatto neanche in Indipendence Day, facciamolo ora! Scimmiottamento del primo presidente nero della storia degli States? Niente paura! Trattenersi per paura del ridicolo? Non si sa cosa voglia dire!! E alla fine, sorprendentemente, funziona. Da non credere.

venerdì 29 luglio 2016

L'Imperatrice Caterina (The scarlett empress)

Di J von Sternberg, con M.Dietrich, L.Dresser. 1934

Sofia Federica era una bambina bella, buona e anche un po' ingenua cresciuta in Germania per divenire la sposa di un re. Mai avrebbe pensato di divenire Piccola Madre di tutti i Russi, e ancora prima, d'impalmare un folle inetto, unico a non riconoscere le sue doti di avvenenza ed intelligenza. Poco importa, perché la ragazza, di acume non comune, tento' dapprima di adattarsi alle stranezze della corte degli Tsar, e quando ne ebbe l'occasione prese il potere con un colpo di stato ben riuscito, grazie al doppio appoggio chiesa-esercito (soprattutto esercito!).

Caterina di Russia occupa un posto di rilievo nel mio cuore sin dagli anni del liceo. Una donna incredibile, piena di risorse, di enormi velleità e di fascino straripante, capace di imprimere la sua impronta nella storia, nel bene e nel male, come pochissimi alti: Cesare, Elisabetta I, Napoleone... stiamo parlando di questo tipo di calibro. 
Una tiranna illuminata che, straniera, si ritrovo' alla testa di un paese sterminato e lo condusse a forza di sangue e di filosofia illuminista, in un mélange assai strano ma evidentemente funzionante, e che al contempo ammaliava a tal punto chi le transitava intorno che si dice che Tsarkoy T'selo, la residenza estiva, fu dipinta di quel blu perforante perché l'architetto non riusciva a distogliere l'attenzione dagli occhi della Tsarina.
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Questa lunga introduzione per dire che mi viene spontaneo essere abbastanza critica nei confronti di film e affini modellati sulla persona di Ekaterina, e che Sternberg mi ha conquistato con un centro perfetto. Ha saputo rappresentare con fantasia e sentimento questa estrema duplicità del personaggio, idealista e estremamente pratica. La vediamo in una fase precocissima del suo percorso, prima bambina (interpretata dalla figlia della Dietrich), poi adolescente romantica, infine donna risvegliata ai sensi e alle lusinghe del potere, senza inutili scrupoli. 

Attrice migliore non si poteva trovare, tedesca nei lineamenti e nell'espressionismo della recitazione come era tedesca la vera Sofia. Alcuni passaggi sembrano ancora collegati alla tradizione del muto, tanto la mimica facciale è sfruttata: d'altronde sorprende leggere la data di uscita visto che il film nel suo insieme pare assai più moderno, ma i fasti del muto nel Trentaquattro non erano certo lontani.
Anche la messa in scena e l'uso soverchiante della musica rivelano un'ascendenza artistica espressionista quasi esasperata: da un lato una colonna sonora onnipresente, wagneriana, e dall'altro una sequenza di statue e decori barocchi di fortissimo sapore Memento Mori che affollano il Palazzo d'Inverno. Illuminate dalla tremula fiamma di centinaia di candele, rappresentazioni sacre degne di un rococo' massimalista con penchant macabro sovrastano ogni personaggio in scena, dagli schienali delle sedie alle porte (per aprire le quali occorrono stuoli di dame deputate). Fastoso, senza timori.

mercoledì 27 luglio 2016

Ali

Di M.Mann, con W.Smith, J.Voigt, J.Foxx. 2002

Dieci anni di vita di Cassius Clay, o -come preferiva farsi chiamare dopo la conversione all'Islam, Mohamed Ali.Le sue idiosincrasie, le fissazioni, le donne, l'attività a favore dell'integrazione e il mancato sostegno alla guerra in Vietnam, che gli causo' non pochi problemi con le alte sfere e l'estromissione dal ring per cinque anni.

Spesso acclamato come capolavoro, Ali è il vero apice della carrierra di Mann e forse la sua opera più emblematica. Non mi è piaciuto alla follia, ma è perfetto per fare un'analisi del cineasta.
Mann sa filmare, e questo è un fatto: i momenti introspettivi sono il suo cavallo di battaglia. Il problema risiede nel ritmo lento, ponderoso e in quella connotazione didascalica che non manca mai in tutti i suoi prodotti.
Il risultato del connubio tra inappuntabilità formale e stiracchiamento della trama, è spesso un film lungo, per non dire interminabile, come in questo caso. Nello stesso minutaggio in Via col Vento succede molto di più, e di interesse assai più universale...

Anche Will Smith offre la sua prova drammatica più convincente, che gli ha pero' permesso di portarsi a casa solo la nomination per un brutto soprammobile dorato a forma di zio Oscar. Come attore mi è sempre piaciuto, ma la sua vena brillante per me rimane la migliore e anche la meno sfruttata da quando ha smesso di fare il principe a Bel Air. Il resto del cast è ugualmente brillante, anche le figure femminili meno note ma molto abili nel dipingere donne intelligenti curiosamente affascinate dal pugile.

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Ali, o Clay, o come vogliamo chiamarlo, è una figura assai strana di pseudomartire: l'occhio del regista vorrebbe spingerci a empatizzare con lui, ma -forse a causa della freddezza del racconto- ne sottolinea bene aspetti ambigui e meno attraenti, quali l'infedeltà, una certa psicorigidità (saranno le botte prese) e una notevole dose di superbia. Se da un lato si parteggia in modo automatico per l'atteggiamento antibellico, forse bisognerebbe sottolineare che uno sportivo di scarsa cultura politica ed enorme presa sul pubblico dovrebbe evitare di pronunciarsi su questioni che non gli competono e poi lamentarsi delle ovvie ricadute sul suo "lavoro". Si', con le virgolette, perché farsi prendere a pugni su un ring non è lavoro alla stessa stregua che fare il contabile o lavare pavimenti o progettare ponti, mi dispiace. E se la tua scusa per finire in bancarotta dopo che hai fatto solo quello per una vita è che non sai fare altro, be'... il livello di empatia non sale alle stelle. 

Che cosa ci voleva dire Mann con questo ritratto abbozzato e spalmato per quasi tre ore? Vuole parlare delle ipocrisie di certe forme religiose? Dell'epica del ring? Dell'integrazione razziale che ancora non è mai avvenuta da nessuna parte? Non l'ho capito.

venerdì 17 giugno 2016

Si alza il vento

Di Miyazaki H. Voce di Anno H. Musiche di Hisaishi J. 2013

Mostra immagine originaleBiografia di Horikoshi Jiro, ingegnere aeronautico che progetto', tra gli altri, lo Zero dell'aviazione giapponese. I suoi sogni di volo, l'amicizia onirica con Caproni (l'ingegnere italiano, non il poeta), l'amore per Naoko, donna dolce quanto forte. E poi naturalmente quella spiacevole, onnipresente consapevolezza che la realizzazione dei propri sogni meravigliosi viene utilizzata per sostenere i deliri imperialistici del periodo Taisho e della prima epoca Showa.


Che poesia, che finezza, che perfezione! Che sceneggiatura! Che profondità! Che coraggio, introspezione, rigore, sincerità! In una parola, che capolavoro!
Com'è possibile che agli Oscar 2014 questo gioiello sia stato surclassato da Frozen? Da due ragazzette scialbe immerse in un po' di neve? E come spiegarsi che in Italia sia stato distribuito per soli quattro giorni? Scandalo, follia e cecità.

Miyazaki è sempre stato nel mio cuore, con le sue rappresentazioni immaginifiche di animali a noi ignoti, di spiriti e folletti presi a prestito e reinventati da un folklore per noi distante eppure sempre immediato. Avevo un po' timore di ritrovarmi in un ambiente troppo normale, senza tanuki, senza totoro, senza Calcifer e senza pesciolini dotati di anima, ma il testamento artistico del Sensei mi ha lasciato senza fiato. E' possibile che sia il cartone animato più bello che abbia mai visto? Non so, ma è all'altezza del Re Leone e di Ghost in the shell, ma più vivo, più vero. Mi ha fatto scoppiare a ridere, mi ha fatto piangere (proprio, non la lacrimuccia, dico che ho inzuppato un fazzoletto).

Prima di tutto parliamo (bene) del comparto grafica e animazione. I disegni sono precisi, documentatissimi, sempre piacevoli, relativamente realistici, colorati in modo insolito ma estremamente efficace e identificativo del personaggio (blu per la moglie Naoko, malva per il protagonista, grigio per l'amico Honjo). L'animazione è di estrema delicatezza, cosi' completa e attenta al dettaglio: il nostro sogna scuotendo la testa? il cuscino si muove di conseguenza. Tutto è studiato per essere una coccola per gli occhi, senza pero' cercare a tutti i costi la sorpresa dello spettatore, o l'effetto speciale da urlo. Non si urla, allo studio Ghibli, si tessono ambizioni di perfezione, filo dopo filo. Nella medesima tessitura si inserisce anche il commento sonoro, calzante come sempre. Ormai l'accoppiata Miyazaki-Hisaishi è leggendaria, è come dire Spielberg-Williams, Leone-Morricone o Fellini-Rota: probabilmente non parlano neanche più, procedono per telepatia. C'è anche un bel pezzo di operetta tedesca che sta nel passaggio a Karuizawa come il cacio sui maccheroni, sottolineando l'ascendenza letteraria del passaggio, evocativo delle atmosfere del Mann della Montagna Incantata.

Mostra immagine originaleAffrontiamo (con rispetto e gratitudine al Maestro) la storia d'amore. E' una componente creata credo per intero da Miyazaki, e ci racconta probabilmente più la sua vita familiare (con la mamma malata di tisi e il papà ingegnere aeronautico) che non quella di Jiro. Anche la romance inizia su toni letterari, allorché Naoko, recuperando il cappello di Jiro, gli suggerisce l'inizio di una poesia di Valéry ("Le vent se lève...") dandogli la possibilità di completarla ("...il faut tenter de vivre."). Questa sorta di ritornello, che ci accompagna per tutto il film, spesso recitata direttamente in francese da Anno nella versione originale, è insieme speranzosa, nostalgica, coraggiosa. Come l'amore tra due sposi coscienti di quanto i loro istanti siano contati, e cionondimeno non sono disposti a rinunciare ad uno solo di essi. Bisogna tentare, bisogna amare, bisogna vivere. Mai abbiamo visto cosi' l'amore in un'opera di Hayao, senza timore di esser rivelato (Hawl), o ancora infantile (Ponyo, Chihiro): la passione tra Jiro e Naoko è palpabile, totalizzante, vertiginosa e ancora incredibilmente realistica.

Il punto spinoso: lo sfondo storico e la contestata "ambiguità" dell'opera. Il periodo in cui il regista ci porta di volta in volta non ha mai bisogno di essere esplicitato perché la storia di Jiro incrocia puntualmente fatti storici di importanza tale da localizzare precisamente il momento: l'incontro tra i giovani avviene quando? Nel 1923, ti risponderà qualunque giapponese, perché è avvenuto durante il Grande Terremoto della piana del Kanto: non c'è neanche bisogno di citarla, sappiamo tutti cosa stiamo guardando quando vediamo l'intero centro dell'Honshu tremare e poi prender fuoco. Dunque nel Ventitré Jiro era al primo anno di università e nel Ventotto trova lavoro alla Mitsubishi: affronta il colloquio mentre la folla per strada assale le banche per recuperare denaro contante, prima che il crollo le chiuda definitivamente e mandi in fumo i loro risparmi. Nel frattempo nell'arcipelago si diffondeva la tubercolosi e si cominciava ad andare in villeggiatura a Karuizawa.
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Sulla presunta ambiguità di Kaze Tachinu sono stati scritti fiumi di inchiostro, in particolare nel mondo anglosassone e un po' anche qui in Francia. A mio vedere, il regista non tradisce affatto le sue visioni antimilitariste, ma non fa l'errore di essere ipocrita. In un paese alla fame (e anche in paesi più abbienti) chi ha i mezzi per investire massivamente nell'aviazione? L'esercito. E' sempre stato cosi', ad ogni latitudine. I caccia sono sempre venuti prima degli aerei di linea, in Italia, in Germania, in Inghilterra, in America e in Francia e -ovviamente- anche in Giappone. Anche la fissione nucleare è stata molto sviluppata in tempi di guerra e per scopi agghiaccianti, e oggi scalda bella parte delle nostre case. Moltissimi ritrovati medici e farmacologici si devono agli investimenti delle milizie. Non è certo una buona ragione di volere o giustificare una guerra, ma sarebbe infantile nasconderselo. E comunque, un ingegnere resta nel suo cuore (o dovrebbe restare) qualcuno che di mestiere dà vita ai sogni, anche se nello sguardo di Jiro ogni tanto sembra di leggere l'ira e il disappunto di Howl che dice "guarda... guarda quante bombe si portano dietro!", mentre contempla i suoi aeroplani. Gli piacerebbe tanto togliergli le mitragliatrici, andrebbero più in alto e più veloce, ma il committente è quello che è.

Ora, tradizionalmente, esamino i difetti. In questo caso è un lavoro semplice: quali difetti??

sabato 11 giugno 2016

César et Rosalie (E' simpatico ma gli romperei il muso)



Di C.Sautet, con R.Schneider, S.Frey e Y.Montand. 1972

César è più vecchio, e fa un lavoro poco glamour, ma è sposato con la bellissima Rosalie, che lo ama teneramente. Ad un certo punto, pero', la coppia diviene trio suo malgrado quando una vecchia fiamma di Rosalie torna fra loro: è David, giovane, intellettuale, fumettista, l'anti-César.
Rosalie non gli è certo indifferente, ma non riesce a risolversi tra i due, senza cattiverie ma anche senza solidità.


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Con una faccia cosi' (e il fisico è anche meglio), come fai a dirle qualcosa di cattivo?

Un trio amoroso come ne esistono tanti nel cinema francese, sostenuto soprattutto dai suoi attori. Almeno, due su tre, perché l'interprete di David è abbastanza dimenticabile: non che sia malvagio, è che i due mostri sacri che gli hanno affiancato se lo mangiano a colazione. Questo squilibrio è un po' la pecca più grave dell'insieme, poiché rende poco credibile il profondo trasporto di Rosalie per questa figura un po' scialba e costantemente offuscata dalla presenza di scena di un "brutto che piace" come Montand. Romy Schneider è bellissima e il suo personaggio, a sorpresa, è molto meno irritante di quanto dovrebbe, considerando che è per colpa della sua indecisione che due bravi signori si ritrovano completamente sconvolti dall'amore infelice. In realtà il suo personaggio femminile rappresenta con arguzia, a mio parere, quel tipo di donna che si vuole credere "libera" -siamo ormai negli anni Settanta-, ma non sa bene cosa farne, di tutta questa libertà piombata d'un colpo fra capo e collo della sua generazione.

venerdì 10 giugno 2016

Blue Jasmine

Di W.Allen, con C.Blanchett, A.Baldwin, S.Hawkins. 2013

Jasmine resta vedova di Hal e il fisco la spoglia di tutti i suoi copiosi beni, dacché il defunto era un esperto di frode finanziaria. Depressa e non troppo equilibrata, finisce dalla sorellastra Ginger, che conduce uno stile di vita molto di verso dal suo standard: figli a carico, lavoro umile, fidanzato onesto e relativamente modesto.

Questa è una di quelle volte in cui il caro vecchio Woody azzecca bene i personaggi e riesce a costruire davvero un bel film. 
La regia resta tradizionale, ma elegante e pulita come sempre in casa Allen; il décor è rassicurante, entriamo in un mondo che conosciamo già, pieno di donne di infinita classe e disastrose nevrosi, di luci precise e nitide, di colori non aggressivi ma allegri nonostante tutto il resto.
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Gli attori sono perfetti per le rispettive parti. Baldwin interpreta con acume un personaggio detestabile talmente trasparente da esser davvero a tutto tondo solo nella mente contorta della sua sposa, l'unica a sorprendersi di tutte le sue bassezze. Sally Hawkins negli anni migliora sempre più e regala profondità ad una figura strana di donna fragile che vive nell'erronea consapevolezza di essere l'anello debole della catena: nonostante lei esca da un matrimonio si' fallito ma produttivo, sia madre di due figli, abbia un lavoro e una casa e persino un nuovo compagno belloccio che vuole bene ai suoi bambini, la ama ed è un uomo perbene, qualcosa nella sua testa le ripete che lei è la sorella "riuscita male", che è Jasmine quella coi geni migliori.


Eppure Jasmine è un ritratto magnificamente dipinto da Cate Blanchett di un elemento tragico nel senso più assoluto: persa in un mondo che non sa interpretare, resta una bugiarda patologica e sa, in cuor suo, di essere artefice di ogni sua più nera disgrazia. Si dibatte in modo afinalistico contro una sorte che lei ha reso molto più infelice di come sarebbe potuta essere: cosa la rende tanto avida d'infelicità, oltre alla curiosa convinzione di essere perennemente maltrattata?

L'unico vero neo dell'insieme è la mancanza di quella lama di luce alla fine del tunnel che il Woody Allen degli anni Ottanta aveva ancora e che sembra perso con l'avanzare dell'età. Ho il dubbio che quel filo di speranza sia perso per sempre. 

lunedì 30 maggio 2016

Map to the stars

Di D.Cronenberg, con M.Wasikowska, J.Cusack, J.Moore, R.Pattinson. 2014

Spaccato (se arrivate con coraggio alla fine, anche in senso letterale) di una finta società hollywoodiana fondata sull'ipocrisia e sulla mancanza di valori... ma direi anche sulla follia pura.

Cronenberg non è un regista con cui ho un feeling particolare: gli riconosco alcuni bei film (anche bellissimi, quasi capolavori) come La promessa dell'assassino e A history of violence, ma per il resto passa da un risultato discreto (La zona morta) a delle grosse schifezze.
Maps to the stars è stato incensato della critica per il suo essere graffiante, ironico e cattivo, ma la verità, triste, è che è solo cattivo. 

Mostra immagine originaleD'accordo, gli attori sono bravissimi, tutti. Anche il ragazzino cui riempiremmo la faccia di schiaffi dopo trenta secondi di comparsa: vuol dire che recita benissimo la sua parte. Anche Pattinson di cui tutti lamentano  carenza espressiva, anche Julianne Moore alle prese con un ruolo pietoso, peggio che ridicolo. Pure Cusack che farebbe meglio a tornare alle commedie romantiche, anche se non ha più l'età. La Wasikowska no, è inguardabile e tremenda.


Il vero problema è la nullità della storia, gli pseudo problemi di una manica di gente assurda e vuota, lo scandalo a tutti i costi, gli incesti schifosi e contro senso di nessuna utilità, messi li' solo per rendere fasullamente più torbida l'atmosfera. Come se facesse chic, o come se regista e sceneggiatore si fossero scoperti novelli Euripide (quanto si sono sbagliati, poverini). 

Cosa resta, a parte un freddo disgusto per le piccole esistenze di tutti coloro che ci vengono impietosamente mostrati, con sguardo cannibale? Uno sterile esercizio di stile, talmente pretenzioso e artificioso da scadere nel volgare. Apparentemente Cronenberg non voleva neppure fare una critica sociale dello star system, ma realizzare una catarsi personale: ecco un'idea, perché non andare da uno psichiatra di quelli bravi, all'antica, che magari se ti seda per bene ci risparmia qualche altro orrore di medesima fatta.
Cosa mi rimane, egoisticamente parlando, di due ore passate a vedere questa demenza filmica? Il vuoto. Immagino fosse voluto: complimenti al regista...

venerdì 27 maggio 2016

I fiori della guerra

Di Z.Yimou, con C.Bale, N.Ni. 2012

Nel 1937, nel pieno della seconda guerra sino-giapponese, i giapponesi invasero Nanchino, la capitale, e non fu un momento storico dei più brillanti e felici che l'umanità ricordi. Un gruppo di scolare si rifugia in una chiesa cattolica romana alle porte della città, insieme ad un becchino costretto a fingersi il prete e ad un gruppo di prostitute bellissime.

Ci sono i giapponesi del '37 fuori dalla porta del convento, il regista è Zhang Yimou, il committente lo Stato Cinese: secondo voi come può finire? Ecco, cosi'.
Forse c'è un eccesso di melodramma, e magari anche di partigianeria (non è che i cinesi fossero proprio degli scolaretti, i giapponesi non erano gli unici Spietati al mondo), ma è un gran colossal dai mezzi abbondanti, che si vedono tutti, diretto da un maestro che conosce la tecnica alla perfezione ed è capace di commuovere come pochi. E infatti, se non vi scende la lacrimuccia, bisogna farsi controllare i dotti lacrimali. E a Zhang Yimou sono disposta a perdonare persino il cinema di propaganda quando il risultato è cosi' opulento.


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giovedì 26 maggio 2016

Pierrot le fou (Il bandito delle 11)

Di J-L.Godard, con J-P.Belmondo, A.Karina. 1965

Ferdinand fa il professore di Spagnolo, lavora per la TV, ha una moglie bella e ricca, è intellettuale e, soprattutto, si annoia. Incontra per caso un'antica fiamma, Marianne, e in un impeto di follia lascia tutto e parte con lei verso l'ignoto. La favoleggiata avventura si materializza in una serie di piccoli crimini e culmina in un omicidio e in un ritiro in Provenza, finché Marianne riprende una frangia della sua vita precedente (con una banda di briganti capeggiati da un nano) e Ferdinand, da lei ostinatamente chiamato "Pierrot", quasi per sbaglio, quasi per dispetto, si dà una morte colorata e sconvolgente.

Il Sessantotto si avvicinava e Godard sicuramente percepiva il disordine serpeggiante di una borghesia colta ed esausta delle sue costrizioni, dei piccoli compromessi e delle grandi sconfitte esistenziali vissute in silenzio e nella negazione. Ci restituisce dunque delle caricature, con una protagonista talmente libera da progettualità e da morale costituita da sembrarci acefala e scatenata, e un antieroe debolissimo, tenero, patetico, incapace, velleitario, e fondamentalmente rincretinito da tutti i suoi libri. Ferdinand è cosi' stanco di tutte le piccole concessioni della sua vita sociale vituperata che non riesce a trovare niente di meglio che crearsi delle proprie sovrastrutture ancora più inutili e meno vitali delle precedenti: se le convenzioni borghesi l'hanno costretto ad un lavoro (comunque prestigioso e ben remunerato) e ad un matrimonio (con una bellezza che gli ha dato dei figli), lui solo si costringe ad una fuga senza scopo, senza prodotto, che conduce alla morte più stupida del mondo: dalla padella alla brace, in qualche semplice mossa -perlopiù passiva. Che panorama desolante...

Sulle influenze pittoriche e coloristiche di Godard bisognerebbe scrivere un libro (certo qualcuno l'ha già fatto, e in ogni caso io non mi sento all'altezza), cosi' come sulle pieghe filosofiche sottese ai monologhi del sempre perfettissimo Belmondo, il cui fascino mi colpisce di più per ogni suo film che vedo. Il montaggio poi resta futuristico anche a distanza di sessant'anni, cosi' come l'integrazione di pezzi musical e quasi fumettistici all'insieme, e la rilessione di Fuller sul cinema all'inizio della narrazione toglie il fiato.

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Il problema invece è che altri aspetti del film sono invecchiati relativamente male: se la forma stilistica rimane raffinatissima e di gran classe, l'assunto poetico è troppo nichilista e anarchico per avere veramente presa su una trentenne sana di mente (penso) del 2016, e resta un fantasma franco-francese ormai molto stagionato. Cosa resta del surrealismo e del Dada? Fu vera arte o solo merda (d'autore)? Ai posteri l'ardua sentenza, e forse non sono abbastanza "postera".

mercoledì 25 maggio 2016

Ted

Di S.McFarlane, con M.Whalberg, M.Kunis. 2012

Da piccolo, maltrattato da tutti, John vede esaudito il suo desiderio che il suo orsacchiotto prenda vita. Il nuovo miglior amico dell'uomo si trasforma in un inno all'infantilismo permanente, circondato dai fumi della marijuana e dell'alcool (vario ed eventuale), cui John resta attaccato in modo patologico a scapito della relazione con la bella e vincente Lori.

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Lo spunto è divertente, e l'orsacchiotto sessuomane, sboccato e sfacciato oltre il limite, cosi' politicamente scorretto, è accattivante; finché la commedia resta centrata su questo aspetto, per quando piuttosto volgarotta, funziona e fa ridere.


Il limite della vicenda è invece rappresentato dai personaggi umani: tanto funzionano Ted (cui è giustamente intitolato il film) e il personaggio metafumettistico di Flash Gordon/Sam Jones, quanto sono abbozzati i due imperfetti innamorati. Lori è banale e incomprensibile, sembra la donna in carriera degli anni Ottanta ma sta con un cretinetti calzato e vestito; John invece è infantile e indeciso in maniera indipendente da Ted, che è anzi personaggio molto più evoluto ed evolutivo. I suoi bisogni irrisolti non risiedono nell'orsacchiotto e infatti sono ben lungi dall'essere risolti, anzi sono esacerbati, dalla lontananza forzata dell'amico semi-immaginario, e sono irritanti e scemi. Risultato, Ted 2 non mi ispira lontanamente. 

martedì 24 maggio 2016

Captain America: Civil War

Di A. e J.Russo, con C.Evans, R.Downey Jr, S.Johansson, P.Bettany, J.Renner. 2016

Tratto dall'omonima saga a fumetti, racconta di quando l'opera tanto santificata dei supereroi comincia a produrre vittime "collaterali", gli innocent bystanders. La reazione degli alti papaveri NATO, ancorché comprensibile, è spinosa: registrazione dei supereroi in gruppo e supervisione delle missioni. Il gruppo degli Avengers si crepa, e poi si spacca. 

Con mia parziale sorpresa, a guidare il blocco dei pro-NATO, Iron Man: mi aspettavo che il suo individualismo avrebbe tirato verso una maggiore libertà, ma a vincere sono il suo spirito imprenditoriale (che implica rispetto per le strutture di alto profilo) e il suo senso di colpa (è forse quello con più pasticci di cui sentirsi responsabile alle spalle, da Ultron in poi). Invece il Cap Mr Prissy Perfect, che avrei giurato più sottomesso all'autorità visto il suo passato da soldato volontario, rappresenta invece l'Americano del Sogno, quello talmente Brava Persona da esser sicuro delle sue scelte, e di sentirsi legittimato solo da queste ("perché i capi di stato hanno i loro programmi, e i programmi CAMBIANO"). 
Insomma, già partiamo bene: habemus trama. D'accordo, non l'ha scritta Dumas, ma pazienza: c'è, e al giorno d'oggi è rara avis.
Poi c'è il ritmo, come si vedeva nei grandi film d'azione degli anni Novanta, e una splendida gestione del gruppo di attori che comincia a sconfinare nella fascia "imponente". Le personalità dei singoli supereroi sono talvolta ingombranti, ma anche la fisicità e il carisma di molti attori impegnati in personaggi relativamente di secondo ruolo (Paul Bettany, per esempio) sarebbe potuto essere di difficile manovra, ma i fratelli Russo se la cavano con grande dignità. Anzi, è l'aspetto in cui eccellono. Riescono anche a integrare due personaggi mai visti prima con efficienza e stile.

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Neanche ci stanno tutti, nei poster. E chi me lo doveva dire che avrei parteggiato per Cap conto Iron Man??
Civil War non è scevro da difetti, con un finale un po' pasticciato e parzialmente aperto, e un paio di personaggi non proprio sviscerati, senza contare i soliti problemi di tinta terrea legati alla moda coloristica del periodo, ma è un momento di divertimento da blockbuster capace di far accantonare le cure quotidiane per un paio d'ore, e scusate se è poco! Il fatto che ormai il Marvel Cinematic Universe (MCU per gli amici) produca a raffica una sorta di telenovela ramificata non fa che sottolineare come ormai le produzioni televisive e seriali siano più curate e innovative (e di vero intrattenimento) della maggior parte del cinema tradizionale, e i film di Avengers e affini sono ormai molto meno cinema e molto più soap opera. 


giovedì 5 maggio 2016

Point Break

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in effetti c'è anche una ragazza nel cast,
ma in verità non gliene importa niente a nessuno!
Di K.Bigelow, con P.Swayze, K.Reeves. 1991

Johnny Utah era una promessa del football, ma dopo una frattura del ginocchio si ritrova a investigare per conto dell'FBI su una banda di rapinatori gentiluomini che alleggeriscono le banche coperti da maschere di ex-presidenti americani. Sospetta che possano essere dei surfisti, viste le località e la stagione dei colpi, e seguendo questa pista conosce il gruppo del carismatico Bodhi.

Il sequel di questo film mi sembra una cosa del tutto inutile e, se ho ben capito, anche molto malriuscita, perciò mi asterrò dal parlarne oltre.
L'originale si gloriava di tantissimi pregi. Certo, qualche minimo difetto esiste, come l'evidenza che K.Reeves non sia sempre il massimo dell'espressività, o che alcuni passaggi logici non siano credibilissimi, ma trattasi proprio di dettagli ininfluenti.

I pregi invece sono tutti da elencare:

1) Reeves non sarà brillantissimo, ma ce la mette proprio tutta, ed è apprezzabile, ma Swayze è perfetto. Superbo, con il fisico giusto per la parte, e un'intensità nello sguardo che oblitera quello strazio diabetico (pur amatissimo) dell'allora recente Ghost. Si è pure fratturato 4 coste a forza di buttarsi dagli aeroplani, ma ne valeva la pena.

2) La trama è adrenalinica, coesa, non scontata e interessante. Cercate di dirlo degli ultimi dieci film che avete visto al cinema.

3) la colonna sonora è memorabile e c'è pure uno dei Red Hot Chilli Peppers che fa lo spacciatore violento. Com'è che il ruolo gli riesce cosi' naturale??

4) La regia è stre-pi-to-sa. C'è chi dice che la Bigelow dirige(va) come un uomo, forse solo perché nei suoi film non ci si annoia, non ci sono sviolinature melense e le scene d'azione non temono confronti. C'è anche qualche bel richiamo a un mercoledì da leoni, con G.Busey che qui fa il collega di Utah. Pero' ci sono anche delle riflessioni sulla spiritualità dei personaggi piuttosto profonde e di rara sensibilità, e uno sguardo particolare sulla corrente sensuale del rapporto tra i due protagonisti che esulano chiaramente dal buddy movie sbracato o dal film d'azione machista. La cosa più ridicola è che ci dice la trita frase "dirige come un uomo" di solito la pronuncia come un complimento, come se essere una donna fosse una diminutio. Mi sembra tanto la stessa storia di quando critici altisonanti dicono della Bronte che il suo "Cime Tempestose" sembra scritto da un uomo. Si', vabbe', pero' intanto l'ha scritto una donna.
All'inizio volevano Ridley Scott dietro la macchina da presa, ma per nostra fortuna l'ha spuntata la cara Katherin.

martedì 3 maggio 2016

Gender: ma il problema è il sesso, la semantica o una forma di ansia?

Mi riallaccio al film di ieri per buttar giù qualche considerazione personale.
Riassumo: Guillaume è un ragazzo brillante, bravo a scuola, affidabile e gentile, e profondamente femmineo. Tutti i suoi familiari sembrano convinti che "effeminato" e "omosessuale" siano sinonimi e sembrano non solo stupiti, ma anche un po' traditi dalla sua ammissione di eterosessualità.

L'argomento in questo periodo mi sembra di particolare attualità. La società occidentale attuale si pregia di essere aperta e tollerante, ma più i sofismi si moltiplicano, più le accettazioni si fanno sbandierate, più mi sale il contatore del sospetto. Negli ultimi anni è tutto un sottile distinguo tra omosessualità, transgender, travestitismo e più di altre venti declinazioni di preferenze e orientamenti.

Chiariamo subito: certo che preferisco un paese con un GayPride inutilmente scollacciato alle strutture totalitarie che prospettano la lapidazione o anche solo l'esclusione di chi ha un particolare orientamento sessuale, ma tutto questo parlare di gender qui e là mi fa venir voglia a volte di alzare un sopracciglio. Se ne sente parlare continuamente, ovunque, insistentemente, di solito da persone che ne sanno più o meno quanto me, ovvero POCO. Si parla di spiegare questa famosa teoria del gender nelle scuole, ma forse era solo una provocazione, ma poi magari sono le famiglie vetero-cattoliche che non vogliono che se ne parli adeguatamente (tanto è sempre tutta colpa del papa!), ma forse poi non era vero... ma di preciso, in tutte queste teorie cosa c'è? Perché magari prima di spiegarlo ai bambini sarebbe bene averlo chiaro noi. Per ora, quello che sento, mi sembrano le farneticazioni di qualche psicologo con manie di compartimentazione e tanta, tanta paura di essere additato come quello intollerante.

Una mia amica neuropsicologa (russa e atea, per chi se lo chiedesse) mi ha raccontato che nell'asilo vicino casa ci sono dei giorni in cui i bambini vengono praticamente forzati a giocare con le bambole e le bimbe con le macchinine, per aprire i loro orizzonti. Ma se è una forzatura, che apertura è?? La stessa della mamma di Guillaume. Ma lasciate bambole e macchinine tutti insieme, e che ognuno giochi come gli pare!!! Il problema mi sembra sopratutto nella testa delle maestre, e anche bello grosso. 

E quanto a questa mania di definire tutto, e spiegare tutto, e categorizzare con precisione... non mi sembra produttiva per niente. Si deve davvero incasellare l'amore? e si devono davvero insegnare le caselle ai bambini? Casella per casella, mi sembra molto meglio tornare a fargli ripetere le declinazioni latine e greche, cosi' si dirozzano un po', questi gioiosi pargoli. 
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...e se per una volta vi rilassaste e basta?
Quando ero piccola, legioni di psicoparlatori folli invadevano le reti scagliandosi contro i cartoni animati giapponesi -di solito senza averli mai visti-, portatori di confusione in materia di sessualità, oltre che di violenza. Vorrei segnalare un articolo molto bello apparso recentemente su FUMETTOLOGICA, in cui si dice chiaramente, parlando di Sailor Moon, come il suo sia un mondo variegato, in cui l'amore porta qualcosa di buono e va accolto sempre, e l'odio tutto il contrario. E si', in questo mondo c'è proprio di tutto, ma se l'assunto di base è rispettato, funziona: e a me, va tanto bene cosi'.

lunedì 2 maggio 2016

Le garçons et Guillaume, à table (Tutto sua madre)




Di e con G.Gallienne, 2013

Guillaume è un ragazzo un po' diverso dalla maggioranza dei suoi coetanei. Persino sua madre, chiamandolo a cena, lo separa dai suoi fratelli: è per lei la figlia che non ha mai avuto, e la relazione profonda tra genitrice e rampollo è piena d'amore, ma anche d'incomprensione. Guillaume adorasua madre e in generale le donne, vorrebbe carpirne la grazia... è femmineo, e gli viene incollata l'etichetta di omosessuale.

Naturalmente l'ambiente intellettualoide chic e aristocratico di una certa società parigina -e non solo- ben si guarderebbe dal condannare l'omosessualità, anzi. E' una differenza da sbandierare, per tutti salvo che per Guillaume... per la sola e unica ragione che lui omosessuale non è. Senza giudizi, né moralismi, né irritanti affettazioni, Guillaume rivendica solo il diritto di essere com'è (e che gli lascino il tempo di capire com'è!), senza che qualcuno sia subito pronto a definirlo.
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Nell'ansia tutta particolare di dimostrare che si è aperti e liberali, tutto  l'entourage del protagonista ha completamente scordato l'essenziale: che Guillaume non è un genere da definire come su un profilo facebook, è una persona. 

E questo bisogno di incasellare le emozioni degli altri arriva al punto che la rivelazione della eterosessualità di Guillaume è quasi un disappunto per la madre: "COME, TI SPOSI???" "che c'è di strano, che c'è di male", verrebbe da risponderle...


Profondamente divertente, sottile, intelligente e riuscito, questo primo film di Gallienne è la fedele trasposizione della sua prima pièce teatrale ispirata alla sua vita vera, che porta in giro ormai da quindici anni e in cui, da vero mattatore, recita ogni personaggio. Qui si "limita" ad interpretare madre e figlio, con un istrionismo davvero degno dei più alti picchi della Comédie Française, dimostrandoci che il mondo è ancora pieno di talenti brillantissimi e acuti.

sabato 30 aprile 2016

Promised Land




Di G. Van Sant, con M.Damon, F.McDormand. 2012

Steve e Sue, impiegati di una grossa compagnia del gas, devono convincere un intero paesello della Pennsylvania a cedere i diritti sulle loro terre, in modo da poter sfruttare il gas di scisto presente nel sottosuolo. Il gas è un prodotto in sé sicuro, ma cio' che si tenta di nascondere è come il procedimento di estrazione sia più pericoloso dell'annunciato.
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Il film parte con una certa ambizione, e vorrebbe situarsi a metà tra il film di denuncia in stile Hollywood (Erin Brockovich) e l'approccio indipendente e inusuale, dalla parte dei lobbisti (Thank you for smoking). Grosso problema, non riesce a centrare la via di mezzo ideale, e resta un ibrido né carne né pesce, laddove i due che ho citato, ognuno a suo modo, sono dei capolavori.

Gli attori si impegnano, e la storia parte bene, profondamente sostenuta da quell'atmosfera molto "America Profonda" che ha un po' fatto la fortuna del regista, in particolare nei suoi primi anni "beat generation". Poi la struttura comincia a scucirsi, Matt Damon ha troppo la faccia del bravo ragazzo per non capire dove andremo a parare, la storia (di Dave Eggers, nientemeno!!) mostra la trama con troppa evidenza, e la chiusa sa di già visto, già pensato, banalizzato e buonista. Aggiungerei anche un po' paternalista, ma quel che è peggio, soprattutto verso la metà del film, proprio noioso (problema che avevo già evidenziato in Milk).

Dal punto di vista scientifico, poi, non conosco abbastanza il problema per esporre un parere personale, ma quel che è certo è che l'approccio alla frammentazione idraulica del sottosuolo offerta dalla sceneggiatura è stata duramente criticata... che sia perché non abbiamo ancora abbastanza dati oggettivi? L'unica cosa che posso notare è che nessuno si è mai sognato di dire che il Cromo esavalente di Erin in realtà era balsamo per i capelli, temo un po' di imprecisione anche su questo versante, ed è un gran peccato perché sarebbe stata una bella occasione di far conoscere al pubblico seriamente un problema di attualità poco trattato.

venerdì 29 aprile 2016

Le cœur des hommes (1 e 2, il terzo mi rifiuto)



Di N.Esposito, con JP.Darroussin, G.Darmon, M.Lavoine. 2003 e 2007 rispettivamente

Quattro amici appassionati di calcio, che si conoscono da tutta la vita e condividono sogni, dolori, successi e disillusioni. Manu il salumiere gran lavoratore che ha appena perso il padre, Antoine professore di ginnastica sconvolto dal tradimento dell'angelicata moglie, Alex traditore compulsivo che non potrebbe mai separarsi dalla consorte legittima e Jeff, maturo esperto di sport con un brutto divorzio alle spalle, una figlia sulla via dell'altare e una fidanzata che gli sembra troppo giovane e bella per lui.


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L'idea di base è molto graziosa, non capita spesso di vedere una versione maschile di quei film considerati per secoli appannaggio del gentil sesso, in cui i protagonisti passano un paio d'ore a raccontarsi (e raccontarci) le loro vicissitudini sentimentali. Il primo capitolo mi era piaciuto molto, l'avevo trovato particolarmente tenero, con qualche spunto umoristico e vagamente femminista, e perfetto per una serata tranquilla. Non un buddy movie, una variazione sul chick-flick con dei protagonisti relativamente poco caricaturali e in alcuni casi di un certo spessore (Jeff e Manu).

Come spesso capita, dopo una prova riuscita -e ben remunerata dal successo locale- la tentazione del sequel ha invaso la mente del regista, con conseguenze poco felici. I personaggi cui ci eravamo affezionati perdono il loro candore e spesso anche il buon senso, la trama si disgrega e qualche accento misogino compare a sorpresa qua e là, totalmente inadeguato rispetto alla situazione. 

So che un terzo capitolo è stato fatto, ma non voglio neanche avvicinarmici, perché sono sicura che anche quel poco di buono che era rimasto dei quattro amici sarà stato vilmente sfruttato in un declino di cattivo gusto. Peccato, perché i quattro attori sono molto bravi, in particolare Darroussin e Darmon: quest'ultimo, giustamente, ha rifiutato il ruolo nel terzo film, proprio in segno di disappunto rispetto alla piega degli eventi, e mi sembra un segnale significativo. 

Se vi capita, godetevi il primo, ed evitate il resto.

mercoledì 27 aprile 2016

Il libro della Giungla


Di J.Favreau, con le voci di B.Kingsley, B.Murray, S.Johansson, L.Nyong'o, I.Elba. 2016

Remake, piuttosto fedele, del classico d'animazione Disney anni '60, con Mowgli piccolo cucciolo di uomo allevato dai lupi nella foresta tropicale indiana. Suoi mentori la pantera Bagheera e l'orso Baloo, antagonista per eccellenza la vendicativa tigre Shere-Khan.

Già il film d'animazione originale non è mai stato tra i miei preferiti di casa Disney, ma sono stata abbastanza delusa dalla prova di Favreau, che di solito mi piace abbastanza.
La storia di formazione che procede un po' per episodi riprende la struttura originale del romanzo, ma a volte assistiamo a delle cadute di ritmo e altrove ad un eccesso di fretta. Ancora una volta sono dunque qui a lamentare una carenza di sceneggiatura, sebbene non cosi' grave come in altri casi. 

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Kaa prima maniera





Talora qualche passaggio appare fine a se stesso, in particolare la sequenza di Kaa, che mi ha lasciato davvero insoddisfatta: a parte mostrarci un flashback, che senso ha la sua presenza? E poi, che razza di Kaa freudiano è stata partorita in questo film? L'originale (si fa per dire, parlo del film del 67) era colorato, chiaro, sempre un po' ambiguo tra l'amicizia e il desiderio di stritolare il piccolo Mowgli, questa rivisitazione sexy, con tanto di voce Scarlett, in un anfratto buio e umido, tutto grigio e verde muffa, di un'anaconda mooolto femminile è un pelo inquietante e soprattutto manca disastrosamente di humour.
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Kaa 2.0. Viva la vita!
L'estetica, poi, che doveva essere il cavallo di battaglia di questa versione, è irritante. E vabbe' che ormai un cielo azzurro e un prato verde sono stati banditi dalla tavolozza hollywoodiana, ma tutto questo trionfo di colori esausti, grigi, scene a malapena visibili tanto sono scure... non solo è ridicolo, specialmente in un film per bambini, ma è francamente idiota. E giusto per finire di lamentarsi per bene, mi aspettavo di meglio dall'animazione di Bagheera, la pantera con un bastone nella schiena! Per fortuna è salvata dalla (solita) superba interpretazione al doppiaggio di Ben Kingsley che non si smentisce mai. Baloo invece è perfetto e non trovo alcuna critica da muovergli, e Murray fa uno splendido lavoro sia nella voce che nel canto. 

Le due canzoni recuperate sono state rimodernate con gusto e non sono affatto fastidiose, e il re delle scimmie nel suo assolo assai Marlon Brandiano è carino. La citazione di Apocalypse now è inaspettata e piacevole, mi ero completamente persa quella al Ritorno dello Jedi, prontamente colta da mio marito.

Che devo dire, non è un brutto film, è girato con mestiere, gli effetti speciali si sprecano, i doppiatori sono eccellenti e persino il ragazzino è tollerabile. Pero' non mi ha lasciato niente, e per un film mi sembra un problema.

lunedì 25 aprile 2016

Vertigo (La donna che visse due volte)

Di A.Hitchcock, con J.Stewart, K.Novak. 1958

Scottie, ex-gendarme dal cuore tenero e sofferente di vertigini viene assoldato da un ex compagno di università per tenere d'occhio la moglie, labile di mente e ossessionata da una bisnonna suicida. Naturalmente il nostro Scott si innamora perdutamente della bellissima disturbata, e non riesce a salvarla da un tuffo da un campanile...

Sebbene non sia il mio Hitchcock preferito, Vertigo ha qualcosa che affascina, nonostante al momento della sua uscita sia stato accolto freddamente. La critica e il pubblico si sono eviedntemente ricreduti perché qualche anno fa il film è stato votato miglior film di sempre, scalzando Orson Wells che col suo Citizen Kane deteneva il posto dagli anni sessanta.

Non è tanto l'aspetto "giallo" che colpisce e resta impresso nella memoria, quanto quello "noir", e non sorprende che la sceneggiatura venga da un romanzo francese di quegli stessi che avevano scritto la base di Diabolique, Coppel e Taylor. Vera protagonista è la vertigine, questo oscuro malessere angosciante e paralizzante, che affonda le sue origini in un trauma, qui dipinta come essenza filosofica più che come problema di statica. Vertigine certo è la paura dell'altezza e del vuoto, ma anche di quel vuoto particolare che alberga in una tomba ancora aperta, di quella spirale ipnotica che il tempo disegna sulle longeve sequoie e sulle effimere acconciature delle donne, del passato che ci insegue e ci afferra senza pietà.
Tutto concentrato su questa noce di malessere, l'intreccio resta un po' deficitario sull'aspetto poliziesco, con il disvelamento non seguito dalla condanna del vero colpevole, ma solo dalla morte della pedina. Che poi forse era la meno colpevole di tutti.

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Da un punto di vista tecnico, Vertigo è la gioia del commentatore: effetti ottici che sono passati alla storia (la famosa carrellata indietro - zoomata avanti dell'effetto vertigine), colonna sonora ipnotica, colori al limite della psichedelia antelitteram, con dei verdi velenosi e dei rossi carminio strepitosi. E poi le sequenze magistrali, dall'inseguimento nella torre campanaria alla famosa scena onirica. Ma che Alfred conoscesse bene il suo mestiere è risaputo...

martedì 5 aprile 2016

Wild Target

Di J.Lynn, con B.Nighy, R.Grint, E.Blunt, R.Everett. 2010

Killer professionista di impeccabile fama (discreto, rapido e indolore) viene ingaggiato per freddare un'adorabile falsaria, ma se ne innamora. La conduce a casa sua, nella meravigliosa campagna inglese, a villeggiare con un aspirante apprendista assassino e una madre degna di Psycho.


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Remake di una frizzante commedia francese (Cible émouvante), Wild Target mi ha conquistata con il suo humour leggero e noncurante, e l'aplomb assolutamente inglese dei suoi personaggi. Da noi non è mai uscito nelle sale, e me ne chiedo il motivo: troppo poco volgare? troppo d'oltralpe/oltremanica? troppo nonsense? 
La regia è piuttosto convenzionale, e la trama non offre particolari sorprese, ma sembra uno di quei bei filmetti B come si deve, un po' cinema indipendente disimpegnato un po' pellicola televisiva, da guardare con tutta la famiglia perché sebbene i morti abbondino non c'è in scena una goccia di sangue. La colonna sonora si difende, con discrezione, e ha un ruolo fondamentalmente secondario.
Gli attori sostengono bene la struttura invero un po' esile del tutto: Nighy è la quintessenza del gentleman di campagna, la Blunt è bella e discretamente brava e Grint un'ottima spalla comica, anche se un po' sprecato: non si capisce per esempio come nel suo cervello si passi tranquillamente da "aspirante detective" ad "aspirante assassino prezzolato" senza passare dal Via.
Francamente non so perché sia stato accolto cosi' male: ha tutti i suoi limiti, ma è un'ottima possibilità per una serata scanzonata.

domenica 20 marzo 2016

Philadelphia



Di J.Demme, con T.Hanks, D.Washington. 1993

Andrew Beckett è un avvocato brillante impiegato presso uno studio prestigioso, improvvisamente licenziato dai soci anziani per presunta inaffidabilità: in realtà, perché hanno scoperto da una sua lesione cutanea che è malato di AIDS ed omosessuale. 

Primo grande film ad aver affrontato il tema della duplice discriminazione dei gay e dei malati di AIDS, pur con tutti i suoi limiti rimane un gran film con cui il tempo è stato clemente.

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Nota di merito al cattivo, che è davvero detestabile
Grazie ai due attori principali, bravissimi (con una mia particolare preferenza per Denzel Washington), non si può fare a meno di affezionarsi rapidamente ai personaggi, cosi' limpidi e fiduciosi nel sistema. E il sistema, sorprendentemente, risponde dimostrandosi all'altezza, rivelando il profondo amore dell'industri cinematografica e del pubblico dell'epoca per il genere processuale e per il trionfo della giustizia. Mi sorge il sospetto che oggi un film del genere mostrerebbe più ombre, e sono tanto contenta di non averle viste ieri sera mentre Philadelphia ripassava per la cinquecentesima volta.

Un po' come in "Indovina chi viene a cena?", altra pietra miliare del genere groundbreaking (ovvero: affrontiamo un tema spinoso in un blockbuster per la prima volta), ci sono degli aspetti di buonismo poco credibili, ma chiaramente necessari per raggiungere il grande pubblico dell'epoca, ma che oggi rappresentano più che altro dei limiti. Per esempio, l'incredibile fronte coeso e supportivo della famiglia di Andrew, dagli anziani genitori ai quattro fratelli/sorelle e i loro compagni, per i quali la vita paraconiugale del protagonista col suo compagno gay e di origine latina (Banderas, si chiama Miguel) è assolutamente normale, difendibile, giusta. Fanno a gara a mettergli in braccio i nipotini e a sostenerlo in ogni sua decisione. Bellissimo, si', sacrosanto con la mentalità di oggi, certo, ma credibile ventitré anni fa? Il livello soprattutto culturale ma anche sociale della famiglia in questione aiuta non poco, ma rende il protagonista ancora meno calato nella realtà dell'epoca. Credo che le discriminazioni più feroci non toccassero agli azzimatissimi rampolli dell'intelligentia WASP, e che il malato di AIDS gay medio del 1993 avesse dei connotati vagamente differenti.

Resta comunque inalterato il valore emotivo del dramma, che sa toccare tutte le corde giuste per forzare la lacrimuccia senza mai essere grottesco o scadere nel kitsch, persino quando scomoda la signora Callas che canta l'aria della Mamma Morta dell'Andrea Chénier. La colonna sonora rimane strepitosa, con ben due tracce candidate separatamente agli oscar, vinto poi da Streets of Philadelphia di Springsteen, in apertura. L'altra statuetta dorata fu aggiudicata dal giovanissimo Tom Hanks, che -pur bravissimo- resta secondo me inferiore a Washington, che dà corpo al personaggio più tridimensionale. Il suo Joe Miller è patriottico e buono e giusto e onesto come trama comanda, ma non è scevro da pregiudizi, da umani timori e dubbi.

mercoledì 16 marzo 2016

Hitch - lui si' che capisce le donne

Di A.Tennant, con Will Smith, Eva Mendes, 2005

Dopo una terribile delusione amorosa, il giovane Alex Hitchens aiuta altri uomini a conquistare le dame del loro cuore. Tra questi, il goffo ma intelligente Albert Brenneman, innamorato di un'algida (ma non troppo) principessa dell'alta società WASP. Ma durante il temp libero Hitch incrocia uno squalo, la giornalista Sara Melas, con cui colleziona gaffes a non finire.

Commedia romantica per una volta godibile anche da un pubblico maschile, non ha pretesse ma offre diversi momenti di vere risate. Non è che si possa dirlo di tante commedie più o meno recenti.

A me Will Smith in versione comica è sempre piaciuto, e tutto sommato lo rimpiango ancora nei panni del principe di Bel Air, in cui riusciva benissimo. Peccato poi spesso abbia preferito far da musa a Muccino, con risultati non sempre all'altezza el potenziale.
La Mendes invece non mi è molto simpatica, soprattutto sembra la brutta copia di Jennifer Lopez: vorrebbe mostrare un lato B da assicurazione professionale, ma non è all'altezza della collega. 

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Per motivi diciamo razziali (diciamo razzisti...) la produzione voleva, per la promessa fidanzata di Hitch, una donna non afroamericana ("perché una coppia black non avrebbe interessato il pubblico caucasico"!) ma "non era pensabile" neppure un'attrice bianca ("bianca"? sembra talmente assurdo  nel 2005 che non so dove mettere le virgolette!...). Era stata scelta Aishwarya Rai, ma era occupata, peraltro a girare un piccolo capolavoro di genere B, Matrimoni e pregiudizi, e ci siamo ritrovati con Eva. Che strane cose che capitano a Hollywood e dintorni.
Nota di merito invece per le inquadrature di New York, molto da cartolina ma sempre belle, in particolare nella sequenza ad Ellis Island, posto che abbiamo tanto amato io e la dolce metà.

domenica 13 marzo 2016

Le cronache di Narnia I: Il leone, la strega e l'armadio

Di A.Adamson, con T.Swinton, J.McAvoy. 2005

Lucy è la minore di quattro fratelli sfollati nella campagna inglese durante la seconda guerra mondiale. Un giorno, in fondo ad un armadio, scopre la porta per uno strano mondo pieno di animali antropomorfi, bello e gelato, in preda ad tempo oscuro, e si porta dietro i fratelli Susan, Edmund e Peter. Costoro potranno cosi' conoscere il Leone Aslan, vero Re di Narnia, che sconfiggerà la fredda e crudele Regina Jadis.


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Le cronache di Narnia non è un libro di facile lettura: sembra un racconto per ragazzini anche un po' pedante ed è infarcito di simbologie cristiane più o meno evidenti da cogliere e interpretare. 
In questa versione trovo che la Disney abbia fatto davvero un buon lavoro, regalando una patina glamour, visivamente curatissima, ad un racconto che potrebbe sembrare un po' freddo per punti, e magari eccessivamente didascalico. 
Le personalità dei quattro fratelli sono molto interessanti, in particolare dei due minori: Lucy che bagna spontaneamente nella Grazia (intesa in senso cattolico) ed Edmund, che invece la abborda come tocca fare a quasi tutti i mortali: con sofferenza e impegno. Messa da parte, c'è la curiosa figura di Susan, più realista del re, quella che sembra fatta per privare di smalto i sogni degli altri con il suo senso pratico poco lungimirante. La sua crescita riserverà qualche sorpresa, di cui avrei scoperto  la traduzione disneyana volentieri se la serie non si fosse interrotta. Ma forse c'è ancora speranza (anche per Susan, un po' vittima delle paranoie un po' sessiste dell'autore). 
Senza dubbio, paragoni con il Signore degli anelli sono ingenerosi, per quanto riguarda i libri: la capacità di Tolkien, che pesca da plurime fonti nordiche per inscenare la sua rivisitazione del cristianesimo (molto protestante, peraltro), è immensamente superiore a quella di Lewis. Se si considera quindi il livello molto diverso delle opere di partenza, il film della Disney ha ancora un valore aggiunto, proprio per la sua capacità di portare calore ed anima ad uno scritto piuttosto didattico e ingessato, laddove il trionfo di effetti spettacolari e di panorami neozelandesi è solo una pallida ombra della strepitosa creatività tolkeniana.

venerdì 11 marzo 2016

Zoolander

Di e con B.Stiller, O.Wilson,W.Ferrel, J.Voight, M.Jovovitch, D.Duchovny. 2001

Derek Zoolander (Stiller) è un supermodello col cervello di un anguilla, il cui primato modaiolo sta per essere superato dall'astro nascente supercool di Hansel (Owen Wilson). Proprio a causa della sua incomparabile idiozia, Derek dovrebbe diventare la marionetta di un gruppo multinazioanle che mira a uccidere il primo ministro malese, colpevole di limitare il lavoro minorile (tanto utile all'industria della moda).


Trattasi di commediola demenziale tutto sommato leggera che, snobbata all'inizio, nell'arco di quindici anni è diventata un vero cult, e probabilmente con ragione. Vediamo perché.
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A differenza di tante sue colleghe commediole cretine non ha pretese moralizzanti, e riesce fino in fondo nel suo ruolo demenziale senza degenerare in demente. Si concede anche le sue brave citazioni, dai film indie di Wes Anderson a 2001 Odissea nello spazio (ancora mi rivedo Hansel davanti al computer, che gran risate!). Forse per queste caratteristiche piace persino a uno sevro come Terrence Malick.
In secondo luogo, il film è veramente divertente, assurdo, senza cattiverie gratuite né inutili volgarità. Certo, prende in giro il mondo dell'alta moda, ma in maniera scanzonata e mai pesante, al punto che moltissimi esponenti di questo mondo apparentement cosi' snob non si sono tirati indietro di fronte al cameo: da Tom Ford a Galliano, da Donatella Versace a Heidi Klum, fino a Lagerfeld e ovviamente a Milla Jovovitch, che in realtà ha una parte neanche troppo secondaria, e non solo un cameo.
Senza parlare poi di tutti gli altri grandi nomi dello spettacolo in senso lato che si sono divertiti a passare a fare un coucou (David Bowie!! e poi Natalie Portman, Gwen Stefani, Billy Zane, Lenny Kravitz...) in questa specie di rutilante passerella dove tutto vorrebbe essere bello. Bello in modo esagerato.
C'è pure Donald Trump: insomma, una volta nella vita qualcosa di simpatico lo fanno proprio tutti!

mercoledì 9 marzo 2016

Zootopia

W.Disney studios, 2016

In un mondo popolato da animali antropomorfi, predatori e prede hanno imparato a convivere in appaarente eguaglianza di diritti. Ciononostante, è ancora praticamente impossibile per alcune categorie autoaffermarsi come vorrebbero: è il caso di Judy Hopps, coniglietta che vorrebbe fare il poliziotto, quando la categoria è normalmente occupata da elefanti, rinoceronti e giaguari.
Testarda, e con il compare meno probabile della terra, una volpe, risolve un caso di rapimenti multipli, ma forse sotto la prima verità ce n'è ancora un'altra da scoprire...
Ed è che la paura è un ottimo aiuto governativo, da sempre.

Zootopia (o Zootropolis, come tradotto in Italia, non saprei dire perché) è un buon film d'animazione. Senza avere il genio di Inside Out o l'afflato poetico di un Re Leone, è una commedia interessante e ben strutturata, con una trama intelligente e non eccessivamente scontata, C'è un po' d'azione, un lato "buddy movie" assai carino col divertente volpino dei sogni di tutti, e tanto ottimismo. Un po' quel genere di ottimismo che ci fa pensare che prima o poi le donne saranno effettivamente pagate quanto i loro colleghi uomini a parità di lavoro e risultati... e senza l'imposizione di innaturali (e spesso dannose) quote rosa, ma perché è giusto e normale e a nessuno verrebbe in mente che si possa fare diversamente. Solo per fare un esempio post-8 marzo, ecco.
Poi c'è la parte sullo sfruttamento della paura che è di gestione più complicata, soprattutto visto il momento storico a dir poco spinoso. Se c'è un punto debole, di flessione, è proprio qui: da un lato il timore e l'ignoranza possono farci commettere delle ingiustizie, dall'altro questi timori atavici sono collegati ad un istinto di protezione del sé e del focolare che non è risibile e non si scaccia con un semplice gesto della mano. Sarebbe facilone e pericoloso.
Insomma, la vita è complicata, e se la si vuole godere in tutte le sue sfaccettature bisogna riconoscere e accettare questa complessità. Mi sembra un bel messaggio, tritato abbastanza da passare anche ai bambini.

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Inoltre, menzione estetica per le trovate grafiche come le diverse porte dei mezzi di trasporto secondo le taglie degli animali, e per le favolose architetture di Zootopia. Sono questi i palazzi che vorrei veder costruire nelle nuove ricchissime megalopoli! Perché il Chrisler Building è noto a tutti per la sua bellezza (1927) e adesso costruiamo torri altissime ma banali che non rimangono impresse nella memoria? Non abbiamo più il coraggio di costruire per mostrare lusso, potenza e insieme armonia e cultura: nei palazzi di Zootopia ci sono archi, strutture organizzate come cycas, condomini a forma di palma con foglie ad energia solare. Tanta bellezza per gli occhi e per l'anima. Bene.

venerdì 26 febbraio 2016

50 volte il primo bacio

Di P.Segal, con A.Sandler, D.BArrimore. 2004

Henry, veterinario alle Hawaï, fa il dongiovanni disimpegnato e soprattutto poco incline alla relazione durevole. Scopre di desiderarla intensamente dopo aver conosciuto una ragazza con un grave disturbo della memoria a breve termine, che non riesce ad immagazzinare nuove informazioni dopo un brutto incidente (praticamente come il paziente H.M.).

La trama sembra esilina, e devo dire che mi aspettavo la solita commedia stravista con finale diabetico lietissimo e spaventosa ricrescita neuronale con ripresa di tutte le funzioni perdute (e acquisizione di upgrade). Con una certa sorpresa invece ci siamo imbattuti in un film carino, non certo memorabile ma guardabilissimo, che ci ha fatto divertire per lo spazio di una serata.

Come spesso in queste produzioni il deficit neurologico descritto è teorico più che raro, ma non è un manuale di clinica che cercavamo. Devo dire che ho molto apprezzato la creatività che il protagonista mostra nei confronti della compagna, senza pietismi lacrimosi e con un certo ingegno.
Inoltre per una volta non si assiste ad una guarigione miracolosa infiocchettata da un'aura di miracolo: la chiusa è forse il passaggio meglio riuscito dal regista.

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Anche se l'umorismo dispiegato non è sempre finissimo, le gag sono piuttosto riuscite, in particolare quelle vecchio stile con gli animali dello zoo. Drew Barrymore rimane una garanzia, mentre continuo a non sopportare troppo Sandler; la colonna sonora è carinissima.
Carino per una serata pop-corn-neurons-off: se invece volevato il nuovo Memento, avete sbagliato a noleggiare DVD.

mercoledì 17 febbraio 2016

Cruel intentions

Di R. Kumble, con R.Witherspoon, S.M.Gellar, R.Phillippe. 1999

La trama di Le relazioni pericolose, ambientata nella New York altoborghese di fine millennio, riprodotta tra giovani universitari. A parte il quadro spazio-temporale, il resto è più che fedele. 
La malvagia Merteuil, abbandonata dal suo amante per una giovane illibata (Cécile), vuole vendicarsi facendogliela trovare molto cambiata e a tal fine mette all'opera l'ambiguo amico Valmont. Questi si dedica inoltre ad una donna piena di virtù, Annette...

Naturalmente il buonismo della chiusa tradisce la rilettura d'origine americana, visto che l'originale finiva in catastrofe. 
Mostra immagine originaleAnche se la critica non è stata generosa con questa versione, io non l'ho trovata disprezzabile. E' divertente, abbastanza ben recitata, e fedele al suo ruolo di sottile denuncia. Molto efficacemente, sottolinea che i due problemi sociali delineati da Laclos non sono poi molto migliorati in due secoli, mutatis muandis: 1. una donna ha sempre una libertà sottomessa alla sua reputazione (a differenza degli uomini) e 2. l'educazione familiare dovrebbe essere la base della moralità, mentre in alcuni ambienti è solo alla base delle buone maniere.
In effetti, ancora oggi, un ragazzo ricco e intelligente che cambia partner ogni sera è solo un buon partito per colei che gli farà mettere la testa a posto: una ragazza che faccia lo stesso è una ...P. Senza pronunciarmi sull'opportunità o meno di "folleggiare", è indubbio che addi' 2016 la differenza tra i sessi è ancora attualissima.
Inoltre spesso la mancanza di vera comunicazione in famiglia produce la deriva della "liberazione sessuale" verso uno sbragamento generale che non credo soddisfi molto chi lo pratica, come traspare dalla figura incompleta e spaesata di Cécile.
L'unica cosa in cui forse andiamo un po' modernizzandoci, è che -in generale- una donna buona che si innamori di un figuro un po' losco resta comunque rispettabile, e non è costretta al convento. Per il resto, direi che abbiamo ancora un po' di strada da fare...
Bella la colonna sonora. In generale il risultato è più divertente della leccatissima trasposizione in costume di Frears.

domenica 14 febbraio 2016

Mia Madre

Di e con N.Moretti, M.Buy, J.Turturro e G.Lazzarini. 2015
 
Margherita e Giovanni si occupano dell'anziana madre, ospedalizzata in gravi condizioni in cardiologia. La figlia, regista irrisolta ancorché famosa, si barcamena tra un film di cui non vede la fine, un attore che non sa gestire (Turturro) e il rifiuto feroce di accettare la situazione della mamma, anziana professoressa di lettere i cui studenti a decenni di distanza ancora ricordano come una figura fondamentale nelle loro vite.
 
 
Nanni Moretti è ancora uno dei miei preferiti e non mi ha deluso, ma non si puo' negare che sia invecchiato. Più malinconico, meno vitale, meno coraggioso. Nonostante resti in disparte, il fratello ingegnere Giovanni resta la figura più interessante per lo spettatore (a parte ovviamente la madre Ada): vorremmo sapere da dove viene la sua serena consapevolezza, che cosa lo spinge a rinunciare al lavoro, quale sia il suo percorso familiare...
Il tema della perdita è trattato in modo delicato e intelligente. Il montaggio che mescola sequenze del presente, stralci di passato e passaggi onirici mi è piaciuto moltissimo, dal punto di vista stilistico è la cosa che ho trovato più interessante e sorprendente.
 
Margherita è sinceramente meno interessante: che differenza rispetto ai personaggi tormentati del vecchio Nanni, dai più positivi (il prete de "la messa è finita") a quelli più ripiegati su se stessi (tipo il prof di "Bianca", che almeno cerca, prova, chiede: pure alle piante morte). La regista della Buy è astenica, paurosa, profondamente narcisista: si irrita che la figlia non le racconti le sue preoccupazioni, ma non gliele sa leggere in volto; non capisce la dottoressa della madre, nonostante le parli molto charamente; ha difficoltà ad entrare in contatto col suo protagonista, che è in realtà una brava pasta d'uomo. Insomma, è un po' insulsa. Persino gli attori riconoscono che in tanti anni di lavoro con lei non hanno mai capito cosa voleva davvero.
I suoi limiti emotivi la rendono spesso cattiva e pavida: tutto cio' che non voremmo mai essere, e che troppo spesso siamo. Un rimprovero flebile e persistente che arriva a noi tutti, sempre ossessionati dal non essere all'altezza della situazione incombente, dei nostri genitori, dei nostri figli, del nostro lavoro.
 
Nanni, il prossimo film per favore fallo un po' più pepato. Questo non era male, ma ci hai dato talmente tanto di più!



venerdì 5 febbraio 2016

Uomini di parola (stand up guys)



Di F.Stevens, con A.Pacino, A.Arkin, C.Walken. 2012

Val (Pacino) esce di prigione dopo 28 anni, e trova ad attenderlo il vecchio compagno di scorribande Doc (l'atro vecchio compagno non c'è perché è attacato alla sua bombola di ossigeno). Nodo della vicenda: Doc è stato tenuto in vita e inviato a recuperare Val per ucciderlo, su ordine del capo della polizia il cui figlio fu accidentalmente ucciso proprio dai tre.

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Storia scarna e regia poco immaginativa non rendono giustizia al trio di attori che sostanzialmente regge tutto il film. Anche in condizioni non superlative, i tre grandi vecchi si prodigano senza perdere in dignità (persino Pacino nella scena del priapismo... è tutto dire. Solo lui poteva cavarsela), ma anche senza offrire grosse sorprese.
C'è molta ironia e autoironia, ma ancora più malinconia in ogni inquadratura, dialogo e inseguimento. E per sottolineare il senso di già visto, persino la Margulies nel ruolo dell'infermiera. Tutto sommato il mio preferito è Walken.

giovedì 4 febbraio 2016

TAG BEST MOVIE

tag

Grazie mille al paio di uova fritte e al loro cuoco Marco per avermi nominata!

Ho postato la foto del meme;
Ringrazio Messer Neogrigio, ideatore dello stesso;
Indico 5 film visti al cinema quest'anno (dopo);
Indico altri blog che seguo: per favore, metteteci tutti quelli della colonna sulla sinistra del vostro schermo, senno' che la tengo a fare la colonna "dove curiosare"? No, non è per occupare spazio, sono link attivi!

I FILM:

Quest'anno sono andata al cinema un po' più dell'anno scorso ma sempre e purtroppo molto meno di quanto non avrei voluto. Sono andata a vedere

-American Sniper (Antibes)
-Asterix et les domains des dieux (Nizza Lingostier)
-Age of Ultron (the Avengers II, sempre al Lingostier)
-Inside Out (Antibes? Lingo? non mi ricordo!!)
-Irrational Man (Antibes)
-Spectre (Cagnes)
-Episode VII, il risveglio della forza (Cagnes)

Per scendere a 5 basta togliere gli ultimi due... proprio due delusioni. Invece in ordine di gradimento, metterei al primo posto Inside Out, poi Asterix, e in sequenza American Sniper, Ultron, e Irrational Man.

venerdì 22 gennaio 2016

Il magico potere del riordino

Di Kondo Marie, 2014

Poiché il libro conta quasi duecento pagine, ve lo riassumo brevemente: le nostre case, sempre più piccole, sono sempre in disordine perché accumuliamo troppa roba che non ci serve e soprattutto che non amiamo. Dobbiamo tenere solo cio' che è davvero essenziale e finalmente ci sarà spazio intorno a noi. Parola d'ordine: BUTTARE!

L'idea di base è interessante e naturalmente giusta. 

Nonostante sia una notevole accumulatrice ho sempre buttato tanta roba inutile senza troppi sentimentalismi ed evito di comprare cosette insignificanti, che è anche un grande esercizio di risparmio (la maglietta di misto cotone del supermercato costa comunque almeno 15 o 20 euro... per farci un anno sempre malvestita te ne servono almeno cinque; preferisco magari comprare in saldo una camicia classica di una manifattura italiana, magari a 50 o anche 100, che uso per dieci anni perché non passa di moda e dopo centinaia di lavaggi non si è spostata di mezzo centimetro).

Pero' certe esagerazioni sono al limite della patologia, e non capisco se il problema siano i clienti di Konmari, sopraffatti dal loro disordine mentale e dalla mancanza di introspezione (oltre che di igiene), o proprio della scrittrice che è abitata da una paranoia dai tempi del liceo.
Che gli abiti (e gli altri oggetti) devono respirare, ve lo dice qualunque nonna che si rispetti. Tutti stipati, senza l'aria che circola, o ammassati per terra, fanno la muffa o dei brodi di batteri. Che il calzino è più felice piegato, e non "appatatato", più che lo spiritello zen me lo dice il suo elastico. E nulla mi toglierà dalla testa che camicie e pantaloni vadano appesi, ché le strisce da ferro da stiro fanno proprio sciatto.

Mi è capitato di ricevere qualche commento del tipo 'la tua casa sembra un museo', vuoi per la scelta dell'arredamento, vuoi per l'ordine e gli spazi vuoti che mi piace lasciarci dentro (anche se dal lunedi al venerdi entrambe le due cose sono eliminate dall'entropia), e qualche volta me la sono presa, ma poi penso che il modo in cui organizzo i miei spazi rifletta la mia struttura mentale: ogni cosa al suo posto, che signica 1.conoscere bene quello che c'è in casa tua (e nella tua testa), e 2. avere chiaro quale è il posto di ogni cosa (in casa e nella testa).
Penso che questo sia il vero messaggio positivo del libro.

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L'approccio veticale per la bianchieria è intelligente. Ma prova a farmi sta roba sulla mia collezione di camicie e ti sbrano.
Con affetto, eh!

Quanto al fatto che Konmari si vanti di aver ridotto la sua biblioteca a 30 libri, vorrei dirle... beh, scusa sai cara ma io innanzitutto ho la sfacciata fortuna di non vivere in 30 metri quadri quindi non vedo perché dovrei buttare i miei tomi, che sono sacri, e -secondariamente- con molto snobismo, mi piacerebbe risponderti che non mi sono laureata in riordino. E che solo i miei testi di medicina, almeno cinquanta, sono tutti vivissimi e USATI (anche per questo tanti miei pazienti sono ancora vivi), nessuno dorme sugli scaffali romanticamente come pensi tu. E dopo il lavoro, leggo, come tanti amici miei, romanzi, saggi e fumetti, che sono vivi anche loro, e che si', nella mia cerchia i libri li rileggiamo. Pensa che robe che facciamo in occidente. Eppure, di ogni mio libro (nonostante il loro numero) conosco l'esatta ubicazione: rassicurati, nessuno di loro abita per terra o in altri luoghi inappropriati.

giovedì 21 gennaio 2016

Erin Brockovich - Forte come la verità

Di S.Soderbergh, con J.Roberts, A.Finney, A.Eckhart. 2000

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Madre single di tre figli, Erin scopre che una grossa compagnia di gas ed elettricità sta inquinando suolo e acque di un paesino della California, i cui abitanti hanno cominciato a sviluppare tumori e altre patologie derivanti dall'esposizione cronica a cromo esavalente. 


Storia vera, naturalmente un po' romanzata ma con parsimonia, che è giustamente valsa l'Oscar a Julia Roberts: anche i più scettici, che spesso la snobbano per i suoi ruoli ripetitivi, sono stati convinti dalla sua performance.
L'argomento è importante, e la consapevolezza dei problemi derivanti da esposizioni ambientali è ancora embrionale sulla scala di una popolazione. Ho l'impressione che al di fuori dell'ambito europeo sia ancora meno sviluppata, perciò grossi processi combattuti da gente come la vera Erin Brockovich sono essenziali per tutti noi. La sua trasposizione filmica, cosi' popolare, è un bel tassello nella divulgazione di tali problemi, e dà anche un'idea di come funzioni una "class action" (qui a livello ancora piccoli, gli americani riescono a muovere grandi cifre), che è un concetto da noi quasi sconosciuto.
L'ho visto parecchie volte, ma non mi annoia.